Way out delle BCC, polemiche a parte

Way out delle BCC, polemiche a parte

di Bancor

- In sede di commento al decreto del 14 febbraio sulla riforma delle BCC (www.toscanaItalia.infoRiforma delle BCC, polemiche a parte) scrissi:

Nell’incertezza bene ha fatto il Governo a prevedere una “way out” sebbene molto pesante e difficilmente attuabile. Almeno si introduce concorrenza, consentendo alle BCC migliori o più audaci di uscire dal sistema, magari aggregandosi fra loro. Tuttavia c’è da chiedersi quanto potranno sentirsi più tutelati i risparmiatori da banche costrette a “buttare dalla finestra” il 20% del loro patrimonio, in un periodo nel quale il patrimonio è tutto. Serviranno soci robusti e motivati a ricostituire almeno la parte di patrimonio oggetto di tassazione”.

L’articolo di Massimo Mucchetti sul Fatto Quotidiano di oggi, mi induce a tornare in argomento, senza entrare però nella polemica che ha ispirato l’autore.

Come noto, la legge (manca ancora il passaggio in Senato) prevede che le BCC con patrimonio superiore a 200 milioni possano trasformarsi in Spa, evitando di aderire al gruppo bancario cooperativo previsto per le altre, con le seguenti modalità:

- la BCC cede tutte le attività, passività e la licenza bancaria a una Spa posseduta al 100% dalla BCC stessa
- per fare questa operazione va versata all’erario una imposta pari al 20% del patrimonio netto della BCC, che rimarrà come una Cooperativa, con il patrimonio indivisibile, che possiede una banca
- la banca Spa pagherà le imposte sugli utili come tutte le società
- le BCC con patrimonio inferiore a 200 milioni, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, possono aderire conferendo le loro attività e quindi fondendosi con una delle BCC con oltre 200 milioni che si trasforma in Spa.

L’argomento entra nella polemica politica perché in Toscana esistono due banche che possono usufruire della “way out” ed altre che potrebbero affiancarsi a queste, sempre nell’ipotesi che escano dal mondo del credito cooperativo.

Nel caso in cui una o entrambe le banche decidano di fruire di tale possibilità, magari affiancate da altre più piccole, queste devono:

– predisporre un piano industriale convincente
– ricostituire il patrimonio versato all’erario per la “way out
– farsi approvare il progetto dalla Vigilanza italiana, sulla base delle regole della Vigilanza europea di Francoforte (SSM).

Ho più volte scritto del particolare rigore con cui le Autorità di Vigilanza europee si stanno muovendo: nella valutazione delle ”sofferenze” e degli altri crediti deteriorati; negli accantonamenti, molto alti, richiesti a fronte di tali crediti; nelle richieste di nuovo capitale in particolare nei casi di fusione. Un esempio lo abbiamo dal progetto di unione tra BPM e Banco Popolare per il quale il SSM ha imposto un apporto patrimoniale di un miliardo e la cessione di parte delle sofferenze sul mercato (che presumibilmente avverrà a prezzi inferiori a quelli cui le hanno in carico le due banche e quindi con le relative perdite).

Le BCC italiane si caratterizzano per un patrimonio più alto delle banche Spa, ma per una copertura dei crediti deteriorati (come rileva anche Mucchetti nell’articolo citato) sensibilmente più bassa.

Sono pertanto convinto che un progetto di uscita dal mondo cooperativo, per essere approvato secondo le regole europee, deve essere accompagnato non solo dalla ricostituzione del capitale “buttato dalla finestra” per effetto della legge, ma anche da nuovi importanti apporti per adeguare le svalutazioni sui crediti deteriorati almeno a quelli del sistema bancario e per cedere a terzi parte delle sofferenze. Ciò al fine di addivenire a un nuovo soggetto economico robusto, in grado di affrontare con sicurezza il futuro.

Serviranno tanti soldi e soci pazienti. Non è detto che sia così facile trovarli.

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