Toscana: una cultura senza stereotipi e retorica

Toscana: una cultura senza stereotipi e retorica

Simone Lenzi, frontman dei Virginiana Miller e uomo di cultura, ha interrogato – su “la
Repubblica” del 28 aprile scorso – i candidati alla presidenza della Regione Toscana sugli
impegni per la prossima legislatura sulle politiche culturali e chiede che la cultura rientri fra
i temi caldi della campagna elettorale. Non so se augurarmelo, visto che le campagne
elettorali diventano sempre di più delle arene per scontri fra candidati piuttosto che delle
agorà di discussione. Ma non essendo direttamente coinvolto, posso permettermi il lusso
di un ragionamento sul tema, che considero decisivo per il futuro della Toscana giacché
riguarda la sua stessa identità, la qualità della vita dei suoi cittadini.

Per fare della cultura un tema caldo dobbiamo fare piazza pulita di alcuni stereotipi,
insopportabili perché sbagliati e inutili: la cultura non è petrolio, se non altro perché essa
riguarda la conoscenza e non lo sfruttamento; basta con la retorica della bellezza, che ci
salva solo se ne comprendiamo il senso profondamente contemporaneo. Dobbiamo, è
vero, ripensare la narrazione, la comprensione e la rappresentazione di questa identità
mai cristallizzata, sempre cangiante, ma consapevole del suo passato per creare
continuamente il nostro presente, che è la cultura. C’è chi racconta meravigliosamente il
niente; noi dobbiamo raccontare in modo nuovo quello che siamo e che facciamo.

Dobbiamo rifondare le motivazioni, il governo e i contenuti dell’intervento pubblico in quello
che non può essere soltanto un settore o una voce di bilancio. Non basta più il richiamo
alla peculiarità del nostro enorme deposito storico: nel mondo globalizzato non esiste più
un solo centro irradiante. In fondo, fatta la tara sui drammatici fatti terrotristici, tutto il
confronto con l’Islam che si consuma nel bacino del Mediterraneo ci parla appunto di
questo: non possiamo più pretendere, se mai è stato giusto, di essere l’omphalos della
cultura mondiale. Dobbiamo invece imparare, umilmente, un nuovo linguaggio, quello del
dialogo e del relativismo.

Neppure è più sufficiente a motivare il finanziamento pubblico della cultura l’appello al
“mecenatismo istituzionale” che dovrebbe finanziarla per una sorta di dovere morale,
prescindendo da senso, qualità e risultato.
Meglio il richiamo forte all’impianto costituzionale che esige un governo pubblico
dell’accesso alla cultura, diritto fondamentale della persona. La cultura non può essere
strumentale all’economia, ma vi è un nesso: Per Amartya Sen “Sviluppo è libertà” e
siccome non si dà libertà senza cultura, la relazione fra sviluppo e cultura non può che
essere rilevante.

Serve, allora, una politica industriale per la cultura, per costruire un sistema capace di
tutelare e valorizzare (due attività non separabili) il potenziale produttivo e di innovazione
attorno ai beni e alle attività culturali. Dunque, una politica orizzontale ai diversi ambiti del
governo regionale (cosa su cui si sono soffermati nelle loro risposte Enrico Rossi e Gianni
Lamioni
), non soltanto un settore verticale (pure necessario), e integrata con una
molteplicità di strumenti. Che significa un piano di investimenti per il rinnovo delle
infrastrutture (la Regione, negli ultimi anni, ha digitalizzato tutte le sale cinematografiche,
ristrutturato 250 teatri, reso praticabile il tratto toscano della Via Francigena, ma vi è
ancora molto da fare per rendere moderni i nostri musei o proteggere e rendere fruibili
molti luoghi di cultura); investire sulla conoscenza diffusa perché solo ciò che si conosce si
difende e si promuove (sarebbe quasi rivoluzionario un piano di interventi per la lettura,
per la musica e per la storia dell’arte, ambiti nei quali non è concepibile un ritardo di
diffusione di conoscenza come quella che ri registra in Italia); dotarsi di nuovi strumenti
finanziari per stimolare correttamente gli investimenti, anche privati, in cultura; mettere la
cultura al centro di un sistema di relazioni virtuose con gli altri settori dell’amministrazione
(perché non vi è settore che non sia condizionato o non condizioni la cultura,
dall’agricoltura al turismo, dal governo del territorio a quello dell’industriua); sostenere la
R&S delle imprese private (che in Toscana sono molte, anche se di piccola taglia, e
avanzate e danno lavoro a oltre 35.000 addetti per una fetta del PIL diretto che supera il
4%, per non dire dell’indotto).

Ma il motivo per cui gli enti pubblici devono finanziare la cultura non è solo per ampliare
l’accesso (come sopra si è accennato); ma anche per sostenere la libera produzione
culturale e la innovazione di linguaggi e contenuti dell’espressione umana. Se questa
attività creativa e spesso di rottura con i paradigmi culturali precedenti, affermati e
diventati di largo consumo, non fosse sostenuta dall’intervento pubblico e fosse lasciata al
solo mercato avremmo soltanto il teatro che può diventare film o musical. La produzione
originale e libera in cultura prepara i nuovi paradigmi, ma quando si presenta è sempre
incompresa, avvertita come offensiva per il senso comune: non è così solo per la musica
dodecafonica, ma lo fu per l’opera (nel 1600 considerata una stramberia), per la poesia
non in rima, per la prospettiva di Masaccio, per Picasso come per Van Gogh. Forse
dovremmo tornare a domandarci: cosa è la cultura? Essa è sempre movimento verso il
futuro, sperimentazione, ricerca, inquietudine, modo critico di guardare il mondo, girare e
cercare il film non ancora girato, voglia di leggere il libro non ancora scritto. Cultura è una
condizione che assomiglia a quella evocata da Walter Bejamin: “non c’è mai stata
un’epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, moderna, e non abbia
creduto di essere immediatamente davanti a un abisso”.

C’è un valore in sé nella cultura, nella sua capacità di offrire alternative, di scartare di lato
e cambiare il corso delle cose.
Per questo gli enti pubblici hanno il dovere istituzionale di investire risorse pubbliche, dei
cittadini, nella cultura: per migliorare la qualità della loro vita! Ma, appunto, devono essere
investimenti che lasciano il segno, che costituiscono una politica, non un insieme
estemporaneo e magari un po’ frivolo di eventi, epifanie, apparizioni. Per questo, il tema
della contemporaneità, così spesso e a ragione evocato in Toscana, ha bisogno di una
politica strategica e continuativa, ha bisogno di strutture stabili, di soggetti radicati e di reti
di attività che favoriscano la produzione culturale (che è la corretta traduzione del termine
contemporaneità).
Per riprendere la metafora di Simone Lenzi e citare Borges, si può passeggiare in un
bosco soffermandosi sui singoli alberi, ma si rischia di non capire come è fatto il bosco.

di Simone Siliani

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