Un collega mi disse: ricordati che sei una donna

Un collega mi disse: ricordati che sei una donna

Firenze, 16 giugno 2015 – Il collega (non un indovino) mi disse: “Ricordati che sei una donna”. Un bel viatico per chi stava per assumersi, nella Pubblica amministrazione, una responsabilità pari a quella di direttora di piccola-media azienda. Sono ancora grata per l’avvertimento, sicuramente utile. E ancora stupita (ma sempre meno, via via che passa il tempo) che fosse necessario un simile ammonimento, sicuramente sincero.

Parliamo però di donne e di linguaggio di genere nel giornalismo. La specificazione non è banale: il tema è stata affrontato in un corso per la formazione continua dei giornalisti (Firenze, all’Accademia della Crusca) non in un convegno culturale o in un incontro privato. Formazione professionale, quindi fonte di conoscenza e scambio di tecniche e di strumenti per un uso corretto e sapiente della lingua italiana in ambito giornalistico. In platea giornalisti che della scrittura e comunque di testi scritti (per i palinsesti tv, radio e per il web) fanno il loro pane quotidiano.

Sono sempre stata convinta, probabilmente per la mia formazione essenzialmente pratica alla professione, che le tecniche dell’espressione linguistica sono fondamentali. E che il giornalista, nel suo sforzo professionale di raccontare al lettore i fatti a cui assiste o di cui viene a fondata conoscenza, è tenuto sempre ad utilizzare un linguaggio di qualità, non “alto” o “accademico”, ma corretto, espressivo, popolare e certo comprensibile ai più. Scrivere bene è il suo mestiere. Scrivere evitando gli stereotipi è il suo mestiere. Scrivere con crudezza se necessario, ma senza offendere e rispettando le persone e i loro diritti è il suo mestiere. Scrivere per interessare il lettore-spettatore senza altri fini sottesi è il suo mestiere. A meno che non se ne voglia fare un altro, di mestiere.

Scrivere, quando ci vuole, al femminile, oggi in Italia è fare buon giornalismo. Ma non è frequente. Ci sono poche parole, in tutto il vocabolario della lingua italiana (che ne conta migliaia e migliaia) che suscitano ancora resistenza. Anche tra le donne. La professoressa (o professora? va bene comunque) Cecilia Robustelli, docente di Linguistica Italiana all’università di Modena e Reggio Emilia, ne ha elencate meno di 15: ministra, architetta, avvocata, chirurga, medica, prefetta, notaia, primaria, sindaca, assessora, difensora, capa, capitana, evasora. Queste parole danno “fastidio”. Sono “brutte”, si dice, “suonano male”. Tranne l’ultima (davvero?) tutte hanno a che vedere con ruoli che nella storia sono stati ricoperti per lo più da uomini. E se si diceva generalessa (o generala) era la moglie del generale, o raramente una donna così tanto autorevole e autoritaria da meritare un epiteto (e con esso un ritratto) “deformato”. Il turpiloquio invece, da sempre fortemente connotato al femminile, mette meno a disagio.

“Le parole al femminile si devono usare”, dice la professoressa Robustelli, visto che esistono nella lingua italiana e che, se si sono “atrofizzate” nella storia, oggi sono tornate a essere nuovamente parole che danno identità e dignità alle donne nei loro ruoli, nel rispetto delle pari opportunità e delle differenze di genere. Il contrario è nella ambigua, contraddittoria e spiazzante rassegna stampa di oggi, che la giornalista Chiara Brilli documenta, con articoli da cui non si capisce se il sindaco o l’assessore di cui si parla sia un uomo o una donna.

Anche se esposto “cum grano salis”, con una riserva di buon senso, questo è un argomento che fa discutere ancora, eccome. Con gli uomini e tra le donne. Basta una blanda provocazione a un incontro formativo (“Non vedo il problema – dice con “sgarbo” già collaudato il giornalista Giovanni Pallanti – non c’è bisogno di rovinarsi la vita più che tanto, in Italia non c’è discriminazione per le donne, grandi donne come Golda Meir, Thatcher, Indira Gandhi non se ne curavano di essere chiamate “presidente” e non “presidentessa”) ed è subito guerra. E, non oso quasi dirlo, “guerra giusta”.

di Susanna Cressati

P.S.: “Capa” nei vocabolari italiani vuol dire a volte “testa” a volte “cappa”, il mollusco. Quando un collega mi ha chiamato per la prima volta “capa” ho pensato che mi prendesse in giro. Ma ha continuato seriamente per anni. E quindi viva il mollusco!

Per saperne di più:

Rete Rei, Rete di Eccellenza dell’Italiano Istituzionale (REI) presso il Dipartimento di Italiano della Commissione Europea e del Comitato direttivo della European Federation of National Institutions for Language (EFNIL).
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