La barriera Europa


di Simone Siliani

- L’opinione pubblica europea e i loro partiti, a partire da quelli italiani, assistono indifferenti  – intenti piuttosto alle proprie schermaglie o equilibri interni – al disfacimento dell’Europa e delle sue istituzioni. Mai come in questo momento tale esito appare concretamente alle viste, neppure durante il travagliato iter di ratifica del Trattato di Lisbona fra il primo referendum irlandese con esito negativo del giugno 2008 e lo slittamento della sua entrata in vigore nel 2009. Cittadini e politica non sembrano essersi resi conto di quanto disastroso sarebbero le conseguenze di questo fallimento che lascerebbe molti paesi europei in balia di movimenti reazionari, xenofobi ed isolazionisti: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, ma non ne sarebbe esente neppure la Francia, alcuni paesi del nord Europa, Romania, Bulgaria e i Baltici. A mio avviso, in questo fosco orizzonte non emergerebbe una sorta di Internazionale dell’egoismo che pure la Lega di Salvini ha tentato di evocare e convocare, bensì una crescita di conflittualità fra i singoli paesi che nessuna istituzione sovranazionale sarà più in grado di gestire e meno che mai ricondurre a ragione. Di fronte a questo possibile esito, anche il legittimo euroscetticismo di sinistra, cresciuto negli ultimi due anni in partiti e movimenti politici di sinistra in molti paesi (Grecia, Spagna, Italia) dovrebbe riflettere e mettere le proprie forse al servizio di un progetto di più forte integrazione europea, fondata su politiche e idee diverse da quelle fallimentari che l’hanno fin qui governata.

Sì, perché occorre preliminarmente prendere atto seriamente e senza sconti, del disastro delle politiche europee di questi anni di crisi economica, dell’inettitudine delle classi politiche che le hanno interpretate e della debolezza strutturale delle istituzioni in cui si è manifestata l’Europa stessa.

Infatti, inizia a farsi strada nell’opinione pubblica, in alcuni governi (come in quello italiano), fra i partiti politici (il Partito Socialista Europeo) la consapevolezza che le politiche di austerità sono state la peggiore risposta che si poteva dare alla crisi innescata dalla bolla finanziaria americana nel 2008 e trasformatasi in una crisi economica e sociale in Europa nel 2011. Thomas Piketty dice, non senza buone ragioni, che sono state proprio queste politiche indirizzate solo a contenere rapidamente i deficit pubblici fra il 2011 e il 2013 ad aver strozzato le possibilità di ripresa europea, mentre l’economia americana recuperava le perdite registrate durante la crisi (v. A New Deal for Europe”, in the New York Review of Books, febbraio 2016). Occorre ricordare che i socialdemocratici tedeschi e, in buona parte, i socialisti francesi sono ancora oggi sostenitori di queste politiche. In ogni caso gli interpreti delle politiche del rigore sono largamente responsabili del fallimento delle politiche economiche europee. Che peraltro hanno mancato di creare gli strumenti essenziali per ridurre l’impatto della crisi, come misure adeguate per fronteggiare la disoccupazione e per interventi di protezione sociale che non fossero in capo ai singoli Stati (i cui bilanci intanto venivano vincolati e ridotti a causa del Patto di Stabilità e Crescita, peraltro maggiormente negli Stati più indebitati che erano quelli in cui più forte è stato l’impatto sociale delle crisi e che, dunque, avrebbero avuto bisogno di questi strumenti), bensì affidati a fondi e strumenti Europei. Analogamente hanno tardato colpevolmente a dotarsi di strumenti per fronteggiare il manifestarsi di altri shock finanziari. E quando l’hanno fatto (con il Bail in) hanno introdotto forme di protezione che responsabilizzano, in caso forzoso di liquidazione di una banca, obbligazionisti e correntisti (oltre una certa soglia) ma non hanno istituito una garanzia comune europea sui depositi per evitare che una crisi locale ingeneri effetti a catena su un sistema più ampio (come avvenuto in Grecia la scorsa estate). Certo, è valso in questo caso l’egoismo della Germania che, una volta garantire le proprie banche molto esposte verso i paesi PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), temono che l’eccessiva dipendenza dei capitali delle banche dal debito pubblico di Stati come l’Italia possa creare crisi cui un ipotetico fondo comune europeo (evidentemente alimentato in misura sostanziale dalla Germania e altri paesi con economie più solide) dovrebbe far fronte. Ma questo egoismo blocca la crescita dell’intera Europa e rischia di innescare altre crisi.

L’Europa, poi, rischia di naufragare drammaticamente insieme ai profughi del Medio Oriente che si rifiuta, tutta insieme, di salvare e accogliere. L’inettitudine delle classi politiche europee, di destra e di sinistra, sta impedendo che si faccia la sola cosa ragionevole da fare: che l’Europa in quanto tale, con risorse europee, definisca la strategia, organizzi le strutture per creare dei corridoi umanitari sicuri che consentano ai profughi siriani (il cui numero cresce esponenzialmente in queste ore a causa dell’offensiva russo-siriana, della “melina” del governo turco le cui frontiere restano chiuse nonostante i 3 miliardi di euro di aiuti garantiti dall’Europa) di giungere sani e salvi in Europa e di essere accolti in tutti i paesi europei secondo quote prestabilite. Ne ha parlato, giustamente, Francesco Giavazzi sul Corriere della  Sera (Le cose che bisogna fare per salvare l’Europa), concependo i rifugiati come un’occasione e non solo come un problema, anche per sviluppare gli embrioni di alcuni elementi fondamentali per un’Unione più integrata: forze di sicurezza, bilancio e solidarietà.

Ma le classi politiche europee si rivelano affette da nanismo di fronte a questi problemi e possiamo star pur certi che nel Consiglio d’Europa del 18-19 febbraio prossimi dimostreranno la stessa indecisione ed egoismo che fino ad ora ha fatto fallire (a parte le foto di rito e il gossip di contorno) i summit precedenti. Se ciò accadrà intorno ai due temi all’ordine del giorno – il referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea e la questione migranti – l’Europa avrà fatto un ulteriore, forse decisivo, passo verso il baratro. Se il Consiglio europeo finirà con un nulla di fatto su questi due temi, si darà la stura a tutti gli isolazionismi nazionali, gli egoismi e le pulsioni xenofobe che stanno crescendo in seno all’Europa. Se se ne andasse la Gran Bretagna o se ad essa fossero concesse ulteriori condizioni  di privilegio, allora perché non alla Polonia, all’Ungheria, o alla Finlandia? Se il Consiglio europeo non avrà la forza di imporre una strategia comune nell’accoglienza ai profughi aiutando seriamente Grecia, Italia, Malta e altri Stati membri di confine ma, viceversa consentendo la sospensione di Shengen, chi e cosa potrà fermare Slovenia, Austria, Bulgaria, Ungheria dall’erigere altre barriere? Ma così l’Unione sarà finita, come ha detto Renzi a Ventotene qualche settimana fa.




Sí, se puede


di Simone Siliani

– Leggere queste elezioni spagnole con il metro italiano e il passo della cronaca politica, mi sembra inadeguato e pericolosamente miope. Così la ministra Maria Elena Boschi che, a caldo, ha dichiarato: “Mai come stasera è chiaro quanto sia utile e giusta la nostra legge elettorale”. Il senso, ovviamente, è quello di dire che con la nostra nuova legge elettorale l’empasse nella formazione del governo, nonostante l’affermazione di misura del Partido Popular, non ci sarebbe stata perché, come ha dichiarato Renzi, “la sera delle elezioni si saprebbe il vincitore”. A parte il non marginale fatto che con il 30% dei voti, neppure con l’Italicum un partito in Italia avrebbe la maggioranza dei seggi alla Camera dei Deputati e che quindi si dovrebbe attendere comunque il secondo turno (pagando il premio di maggioranza in termini di minore partecipazione al voto e dunque di legittimazione popolare, che si vorrà pure ammettere che in democrazia è un problema), ritengo che sia proprio sbagliato cercare di decifrare i risultati spagnoli in termini di tecnica elettorale (cioè i meccanismi attraverso cui ogni sistema elettorale trasforma i voti in seggi) e che, invece, la lettura debba essere di natura politica.

Nella foto: Pedro Sánchez, il leader del Psoe

Nella foto: Pedro Sánchez, il leader del Psoe

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Queste elezioni hanno sancito in Spagna la fine del bipolarismo partitico che per molti decenni è stato la cifra del panorama politico iberico. E’ una tendenza che possiamo osservare anche in altri paesi europei: senz’altro la Francia con l’emergere del Front National di Marie Le Pen; l’Italia con il frantumarsi del centro-destra e l’ascesa del Movimento 5 Stelle.
In Germania apparentemente il sistema tiene, ma solo per la forza della personalità di Angela Merkel e dell’economia tedesca: nel 2013 alle elezioni federali la CDU/CSU ha raggiunto il 49,35% mentre la SPD è crollata al 30,5%, ma il mancato raggiungimento della soglia per entrare nel Bundestag da parte dei Liberali, ha costretto ad una Große Koalition con la SPD che, di fatto, sta annichilendo i socialdemocratici, incalzati a sinistra dai Grünen (10%) e dalla Linke (10,5%).
Persino in Gran Bretagna, dove il bipolarismo è nato e ha conformato di sé il sistema elettorale e più in generale quello istituzionale, esso è recessivo e nelle ultime elezioni la crescita del Partito Nazionale Scozzese unitamente al sistema elettorale maggioritario fondato sui collegi uninominali, ha reso traballante un sistema politico in cui i due maggiori partiti politici – Tories e Labour – insieme ottengono soltanto il 67% dei consensi.

Nella foto: Pablo Iglesias, il leader di Podemos

Nella foto: Pablo Iglesias, il leader di Podemos

Potremmo parlare poi del Portogallo e della Grecia, dove la crescita di due nuovi partiti di sinistra – il Bloco de Esquerda e Syriza – ha messo in crisi il tradizionale bipartitismo conservatori-socialdemocratici.
Per non dire poi di alcuni paesi dell’Est Europa, Polonia e Ungheria, dove nuove formazioni politiche di ispirazione reazionaria stanno mettendo in discussione i fondamenti democratici e pluralisti su cui si è fondata la recente storia democratica di quei paesi. Ma la vicenda dei paesi già d’oltre Cortina è troppo peculiare per poter essere mescolata con quelli dell’Europa occidentale.
Le elezioni spagnole dimostrano che occorrono chiavi di lettura nuove rispetto all’evoluzione del panorama politico in quel paese e nel resto d’Europa.
Intanto, sarebbe un tragico errore dire che in Spagna ha vinto il populismo e l’antipolitica, così come pure si va dicendo da qualche anno a questa parte in ogni occasione in cui le elezioni politiche in paesi europei fa saltare lo schema interpretativo tradizionale conservazione-progressismo, centrodestra-centrosinistra. Vedremo se Podemos sarà in grado di svolgere un ruolo politico maturo nell’arena politica della Spagna del 2016 e se saprà dire alcuni Sì oltre ai No e costruire una prospettiva di governo per sé e per la sinistra. Intanto però non credo che sia sufficiente la critica dura alle politiche di austerità dell’Unione Europea per definire Podemos un partito antieuropeista, come ad esempio l’Ukip di Farange. Si compirebbe lo stesso errore fatto con Tsipras e Syriza e, se ci si incanalasse su questa strada si correrebbe il rischio di scorgere anche in Renzi dei tratti antieuropeisti. Il fatto è che, nel discorso pubblico, il Patto di Stabilità, le politiche di austerità, il modello di governance intergovernativa a cui dopo il Trattato di Lisbona è stata ricondotta la UE sono diventati un tutt’uno con l’Europa tout-court, rendendo impossibile non solo immaginare un diverso assetto dell’integrazione europea, ma addirittura l’inveramento dell’idea stessa (non solo di quella federale) di Europa unita. Per cui, ogni critica a questo concrezione storica dell’integrazione europea, si trasforma in uno stigma con il quale si relega il suo autore nel campo dei populismi antieuropei e antipolitici. In realtà Podemos, come Syriza e altre formazioni politiche di sinistra anche in Italia, sono molto più europeiste dei partiti politici tradizionali, salvo ritenere che per salvare l’Europa (non tanto dagli euroscettici, quanto piuttosto dalla perdita di credibilità e legittimazione democratica dell’attuale Unione Europea) si debbano cambiare in radice le politiche depressive e liberiste che, come un ossimoro, l’Unione ha combinato negli ultimi anni.

Nella foto: Mariano Rajoy, il leader del Partito Popolare Spagnolo

Nella foto: Mariano Rajoy, il leader del Partito Popolare Spagnolo

Non è peraltro da sottovalutare il fatto che l’affluenza alle urne in Spagna in questa tornata elettorale è stata del 73,2%, superiore al 68,9 del 2011, e comunque in controtendenza rispetto agli altri grandi paesi dell’UE che hanno visto di recente un vero e proprio crollo della partecipazione al voto, fino ad avere maggioranze in Parlamento non legittimate da una maggioranza di elettori che partecipano al voto. Possiamo dire che la presenza di Podemos e Ciudadanos hanno costituito un argine all’allontanamento dalle urne di molti spagnoli (insieme i due partiti, molto diversi fra loro, ma entrambi assenti nelle elezioni politiche precedenti, raccolgono oltre 8,6 milioni di voti) e, dunque, non capisco come possano essere definiti semplicemente espressione dell’antipolitica. Al contrario i due partiti tradizionali, Partido Popular e Partido Socialista Obrero Español, registrano una vera emorragia di voti: il primo passa da 10.866.566 voti nel 2011 agli odierni 7.215.530 (-15,34%), mentre il secondo da 7.003.511 voti a 5.530.693 (-6,38%). Sono questi, piuttosto, i partiti che allontanano i cittadini dalla politica.

Nella foto: Albert Rivera, presidente di Ciudadanos

Nella foto: Albert Rivera, presidente di Ciudadanos

Questa tendenza si osserva un po’ in tutti i maggiori paesi europei: i partiti tradizionali, storici o che comunque incarnano il “sistema” perdono voti ovunque (in Francia come in Italia, in Germania come in Gran Bretagna). Finisce il voto di appartenenza perché, per i più diversi motivi, questi partiti non riescono più ad interpretare bisogni, problemi, aspirazioni contemporanee; non riescono più a distinguersi nettamente fra di loro e non appaiono in grado né intenzionati a cambiare il sistema economico, sociale, culturale vigente. Questi partiti ispirano progressivamente sempre meno fiducia in un elettorato che non li distingue più e li considera tutti egualmente inetti o conniventi rispetto ad un sistema che erode la stessa possibilità di un futuro migliore per sé e per i propri figli. Talvolta la solitudine, l’insicurezza, la paura, la disillusione o l’egoismo prendono il sopravvento e le persone abbandonano la loro funzione di elettori, lasciano la politica ai propri giochi, le volta le spalle, oppure per protesta o disperazione vota partiti che ritengono faranno saltare il tappo: può essere di volta in volta un partito di ispirazione razzista o comunque teso a immaginare società chiuse, come il Front National, la Lega Nord e il M5S, Alba Dorata in Grecia. Altre volte cercano formazioni che propongono nuove idee di solidarietà, di protezione dei più deboli, di eguaglianza, ed è il caso di Podemos o di Syriza. Sono anche queste il frutto dello scoramento, della fragilità, dell’insicurezza del domani, ma sono risposte che tendono ad essere avanzate, di nuove idealità, di nuove speranze; che costruiscono nuovi legami sociali e si riferiscono a diversi attori sociali, certo meno strutturati di quelli di cui i partiti tradizionali erano referenti, ma non meno vitali o rappresentativi. I risultati delle elezioni spagnole ci parlano di una società che cambia profondamente, non di uno spostamento contingente di voti da un partito all’altra, magari per il fascino televisivo di un leader rispetto ad un altro. Qualcosa del genere sta avvenendo in tutta Europa e, francamente, sarebbe ben strano che ciò non avvenisse dopo 8 anni di crisi economica, sociale, culturale che ha drasticamente ridotto in quantità e in qualità la capacità produttiva di alcune delle maggiori economie del mondo, che ha destrutturato sistemi di welfare consolidati, che ha dimostrato fragili sistemi economici e ideologie di crescita illimitata che sembravano essere inossidabili. Non è alla vicenda contingente, alle dichiarazioni, ai posizionamenti di Rajoy piuttosto che di Iglesias, di Hollande o di Le Pen, di Cameron o di Renzi che dobbiamo prestare attenzione, bensì agli sconvolgimenti profondi del sistema politico dei paesi della vecchia Europa ancora immersa nella crisi (che da economica è diventata sociale, e sta, rapidamente, diventando politica e culturale). Ancora una volta ha ragione Massimo Cacciari quando su “La Stampa” del 21 dicembre, celebra il de profundis delle culture politiche (e dei loro interpreti partitici e individuali) che hanno costruito “lo straccio di unità politica europea che abbiamo oggi”. Se quelle culture politiche che affondano le proprie radici nel Novecento – quella cristiano popolare, come quella socialista o quella laico-liberale – vogliono ancora avere una funzione nel nuovo secolo e non scomparire travolte dallo tsunami o sommerse dall’innalzamento delle acque, devono affrontare, cercare di leggere e capire questi nuovi fenomeni sociali, le nuove culture politiche che dalle rovine del sistema che loro hanno incarnato stanno emergendo. Forse potranno così scoprire che vi sono ancora valori e idee utili e vitali in fondo (o all’inizio) della loro storia, che nel corso degli anni hanno abbandonato per uniformarsi sempre più al “sistema”; oppure troveranno linfa nuova per tornare ad essere riconosciuti come attori protagonisti di un cambiamento radicale di quel “sistema”; ma la difesa altera e sprezzante che bolla come antipolitica tutto ciò che è fuori dal loro raggio di comprensione, è destinata a fallire.




ROSSI: NEL 2016 PIANO NAZIONALE DI LOTTA ALLA POVERTA'


Roma – La lotta alla povertà deve diventare un obiettivo prioritario del Governo (e delle Regioni). Le Regioni faranno la loro parte. I Presidenti , hanno ribadito oggi a Roma, sono pronti a lavorare con il Governo per arrivare  al Piano nazionale contro la poverta’, da varare all’inizio del prossimo anno.
Bisogna aprire un capitolo nuovo. Il Governo ha già fatto un mezzo gradino, stanziando 800 milioni per il Sia (sostengo per l’inclusione attiva). “Una svolta di civiltà”, la giudica Enrico Rossi. Ma non ci si può fermare qui. Innanzi tutto la misura deve essere confermata per il 2017. Le Regioni avevano sottoscritto il documento dell’”Alleanza contro la povertà”, che prevedeva uno stanziamento di 1,7 miliardi per un reddito di inclusione sociale (ben diverso da quello di cittadinanza: costerebbe 19 miliardi e sarebbe, dunque, insostenibile).

Enrico Rossi è a Roma per la riunione, sollecitata dallo stesso Presidente toscano,  delle Commissioni Lavoro e Istruzione (di cui è coordinatore) e Sociale della Conferenza delle Regioni,  per analizzare la Legge di Stabilità nella parte relativa proprio al contrasto alla povertà.
“Stiamo lavorando – dice incontrando i giornalisti – a un documento, che sarà pronto a gennaio o al massimo a febbraio, che vuole fare da stimolo e offrire collaborazione al Governo“. Il piano si basa su 4 pilastri: sostegno economico a chi non raggiunge la soglia dei 4.500 euro l’anno; servizi, che possono essere anche legati a quelli regionali, come la sanità, per un sostegno psicologico; politiche attive per il lavoro, in particolare per la formazione, attingendo dal fondo sociale europeo; una banca dati Inps, infine, per evitare abusi e sovraccarichi.

“In Europa – osserva il Presidente toscano – ci dicono apertamente che un sostegno economico di tipo universalistico in tema di lotta alla povertà esiste ovunque, tranne che in Grecia e in Italia”.
Per i governatori, “800 milioni sono pochi”, riferisce Rossi. Occorre aiutare chi ha piu’ bisogno, famiglie con un reddito di 3 mila euro e due figli a carico, successivamente prevedere gradualmente altre risorse. Magari altri 800 milioni per il 2017″. Le regioni sono pronte a fare la loro parte con le politiche attive e i centri per l’impiego. “Queste persone – spiega – non si aiutano solo col sostegno economico ma anche con la formazione e fornendo servizi nella sanita'”.

Rossi sottolinea che gli 800 milioni stanziati dal governo nella legge di stabilita’ non si possono sommare ai 600 milioni previsti per l’Asdi (sostegno di 6 mesi post disoccupazione) e ai 200 milioni per i servizi. “Il piano- ricorda – deve essere definito tra gennaio e febbraio e riconoscere un diritto che tutti i paesi europei, esclusa Grecia e Italia, riconoscono un sostegno al reddito dei poveri”. “Siamo – conclude Rossi – in una situazione d’emergenza: secondo l’Istat le persone in una condizione di poverta’ assoluta sono 4,1 milioni, mentre per l’Alleanza contro la poverta’ sono 6 milioni. Noi dobbiamo individuarli, anche con l’aiuto delle banche dati Inps e nel giro di 4-5 anni riuscire a coprirli tutti”.

I dati sulla povertà : dal 2008 i poveri, ricorda Rossi, “sono aumentati in modo impressionante, passando dal 4,1% della popolazione al 9,9%“. In termini numerici alcune stime parlano di oltre 4 milioni, altre di 6 di poveri, ma il dato e’ ugualmente gravissimo, “la disperazione si tocca con mano”.
I governatori chiedono che, accanto al sostegno economico per chi e’ in condizioni di poverta’, si prevedano servizi comunali e regionali che accompagnino chi e’ in condizioni di difficolta’ e politiche per il lavoro, da attuare con i centri per l’impiego. Le Regioni – Lombardia in testa – sottolineano, infine, la necessita’ di una banca dati Inps adeguata, per evitare abusi e che gli strumenti previsti per le politiche sul lavoro (cassa integrazione, Naspi, Asdi) non si sommino ai fondi per l’inclusione sociale.




Finanziaria: Rossi chiede una svolta su sanità e povertà


di Enrico Rossi*

– La destra torna a farsi minacciosa nelle piazze e nei sondaggi. Secondo alcuni, in caso di ballottaggio tra destra e sinistra noi del Pd rischieremmo addirittura di essere sconfitti. Io credo che il punto fondamentale è il fatto che i ceti emarginati e più deboli si vanno spostando verso la destra leghista, verso il populismo del M5s o verso l’astensione. Renzi fa bene a tenere ben presenti gli interessi dei ceti medi produttivi, delle imprese e delle professioni. La riduzione delle tasse in questo senso può funzionare in modo positivo, non solo per la ripresa con l’aumento dei consumi, ma anche ai fini dell’acquisizione e del consolidamento del consenso.

Sarebbe tuttavia un errore gravissimo dimenticare la sofferenza dei ceti più deboli e di coloro che la crisi ha emarginato: poveri, disoccupati, giovani e donne fuori dal lavoro e dalla formazione; lavoratori a reddito basso, precari e partite iva in difficoltà; pensionati minimi e immigrati sfruttati e senza diritti civili. Questo popolo, secondo alcuni studiosi, è composto da circa 20 milioni di individui che si sentono scarsamente rappresentati e nutrono rabbia e delusione. Tutto ciò espone questi gruppi sociali ai rischi di un’egemonia leghista di stampo razzista e antieuropeista, oppure alla fughe in avanti del grillismo, che promette un facile quanto insostenibile reddito di cittadinanza per tutti. Occuparsi dei ceti più deboli è il compito storico della sinistra, che ha consentito alla masse popolari dal dopoguerra in poi di “entrare nello Stato” e di estendere la democrazia nel Paese. Oggi, nelle condizioni della globalizzazione capitalistica, rappresentare questi ceti diventa oggettivamente più difficile, a causa del dominio incontrastato delle logiche di mercato e della libertà senza regola concessa al capitale finanziario.

Senza una forza politica di sinistra organizzata e popolare che rappresenta queste fasce sociali tuttavia si indebolisce la partecipazione; la democrazia progressiva della nostra Costituzione involve pericolosamente e si espone ad avventure di stampo reazionario. Il tema del blocco sociale di riferimento diventa allora dirimente anzitutto per il Pd. Anche la finanziaria deve essere letta alla luce di questa visione politica. Una sinistra vince se costruisce in modo stabile un sistema di alleanze sociali che unifica gli emarginati (sempre più numerosi a causa della crisi), la classe lavoratrice che ha perso diritti e si è andata impoverendo e i ceti produttivi che devono essere sostenuti nello sforzo della ripresa e dello sviluppo. La finanziaria contiene in questo senso importanti provvedimenti: la riduzione delle tasse per le imprese che investono, le decontribuzioni per i nuovi assunti, l’eliminazione dell’Imu agricola, gli incentivi per la contrattazione aziendale, gli aiuti alle partite iva e altri provvedimenti per la cultura, per il sociale e per la scuola che sono apprezzabili. Quello che manca per lanciare un chiaro messaggio in questa direzione sono, a mio parere, due elementi: un chiarimento sulla sanità e un provvedimento per un reddito d’inclusione sociale. Nel discorso ai parlamentari Renzi ha usato parole chiare sulla sanità, unendo la determinazione nella lotta agli sprechi alla consapevolezza che: “dovremo spendere di più e non di meno“, oltre al fatto di pensare ad una “misura speciale per l’epatite C“.

Per primo sono convinto che in sanità occorre costantemente innovare (in Toscana lo facciamo) e allo stesso tempo riconfermare la validità e la fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale. Se Renzi prendesse una posizione forte in questa direzione come scelta politica fondamentale sua e del Pd, un mondo fatto di ceto medio e di persone in difficoltà, oltre che centinaia di migliaia di operatori sanitari, si sentirebbe rassicurato e nuovamente motivato a votare e a partecipare. Se poi questo pronunciamento fosse accompagnato da un chiaro provvedimento di sanità pubblica, come la somministrazione del farmaco contro l’epatite C per eradicare la malattia dal territorio nazionale, ci sarebbe pure un fatto concreto e unico nel panorama europeo.

L’altro elemento su cui la finanziaria pur provando a fare qualcosa è ancora insufficiente (e rischia persino di produrre effetti contraddittori) è relativo alla povertà. ll nostro paese è insieme alla Grecia ancora l’unico a mancare di un provvedimento a favore di chi si trova in condizioni estreme di bisogno. Le varie iniziative finora prese, come l’Asdi per i disoccupati poveri, o la nuova misura a favore di famiglie povere con minori a carico – che è contenuta nella finanziaria – pur alleviando alcune situazioni, rischiano di selezionare in modo arbitrario le categorie che potrebbero beneficiarne. Ce lo ricorda Chiara Saraceno la quale scrive su Repubblicaalcuni poveri sono più meritevoli di altri“. L’Italia in effetti ha bisogno di un provvedimento universalistico, accessibile a tutti coloro che indipendentemente dall’appartenenza all’una o all’altra categoria si trovano in condizioni oggettive di difficoltà. Alleanza contro la povertà, composta da una serie di soggetti e associazioni, ha fatto una proposta di reddito di inclusione sociale (Reis) che stabilisce che chi è in povertà assoluta ha il diritto al sostegno pubblico e il dovere di impegnarsi a superare tale situazione, impegnandosi a formarsi e a cercare lavoro. Una proposta che a mio avviso dovrebbe essere fatta propria dal governo. Essa si sviluppa nell’arco di più anni, con l’obiettivo di coprire con misure protettive i 6 milioni di persone residenti in Italia che non riescono ad avere uno standard di vita minimamente accettabile per l’alimentazione, l’abitazione, la salute e i vestiti. La gradualità del Reis proposta da Alleanza contro la povertà consentirebbe per il 2016 di stanziare 1,7 miliardi di euro e poi, per gli anni a seguire: 3,5, 5,3 e, per il quarto anno, a regime: 7,1 miliardi di euro. Questa scelta specifica contro la povertà assoluta sarebbe una novità per la politica italiana, che ha sempre preferito altre e frammentarie politiche pubbliche in funzione anti povertà, dimenticandosi intere popolazioni di bisognosi e riproducendo ingiustizie. Inoltre questo sarebbe un provvedimento che parla al Sud, fortemente voluto dalla stessa Europa.

D’altra parte la sua necessità e validità è confermata dal fatto che non solo la ripresa avrà caratteristiche lente nel riassorbimento della disoccupazione prodotta dalla crisi, ma anche dalle caratteristiche attuali dell’economia e della società, in cui il rischio povertà non è più confinato in settori marginali, ma si allarga ad ampie fasce sociali compreso il ceto medio. Vivere in una società che assicura una protezione sociale e che evita la povertà assoluta sarebbe senz’altro un buon rimedio per l’insicurezza e l’infelicità che dominano il panorama presente. Il provvedimento darebbe dignità a milioni di persone che oggi non a torto si sentono escluse. È ovvio che bisognerebbe avere grande rigore nell’applicazione di questa misura e che speciali controlli dovranno essere attuati. A nessuno però dovrebbe sfuggire il senso profondo di giustizia e solidarietà ad essa abbinato.

Renzi ci ha abituato ad azioni che più di una volta hanno sbaraccato situazioni incrostate e dibattiti inconcludenti, dietro i quali spesso si confondevano egoismi particolari. Penso che una svolta così tanto netta sui temi della sanità e della povertà potrebbe davvero riunificare il partito e costruire un argine ai populismi leghisti e grillini. Anche Machiavelli (nel Principe e nei Discorsi) ci ricorda che il “popolo”, che nulla ha da perdere, deve esser posto a “guardia di libertà” (le istituzioni e le libertà civili che al nostro tempo chiamiamo “democrazia”) piuttosto dei “grandi” (i ricchi e i privilegiati). L’argomento del segretario fiorentino è semplice: mentre il popolo desidera avere quello che non ha proprio attraverso la libertà, i “grandi”, per paura di perdere i propri privilegi, son disposti ad anteporne la difesa a tutto il resto, “libertà” compresa. Il contrasto alla povertà in difesa della democrazia, oltre che una scelta giusta, sarebbe quindi un messaggio politico chiaro e semplice perfino da comunicare.

 * L’articolo del Presidente della Toscana Enrico Rossi è stato pubblicato sull’Huffington Post




Il nuovo Pd, secondo Rossi e Parrini


di Franco De Felice

– Finora la candidatura (anche se espressa in forma di domanda:”Perché no”?) di Enrico Rossi a futuro segretario del Pd non aveva fatto registrare motivate reazioni negative da parte degli esponenti della maggioranza renziana del Pd toscano, dal segretario regionale Dario Parrini in giù. C’erano state brevi dichiarazioni, che mai, però, sono entrate nel merito, anzi, che sostanzialmente hanno sempre riconosciuto la legittimità delle intenzioni del Presidente della giunta regionale della Toscana. L’unica obiezione, di fatto, è stata che si tratta di una questione di la da venire. Nel 2017-2018.
Rossi, nel frattempo, è andato avanti, è sempre di più entrato nel merito dei temi con cui intende caratterizzarsi. Primo fra tutti, il nuovo partito, la nuova forma partito. Recentemente lo ha fatto in maniera approfondita sul blog che cura per l’Huffington Post, prendendo lo spunto dalle dimissioni del sindaco di Roma Ignazio Marino, una vicenda nella quale il partito che c’è (il Pd romano) ha giocato un ruolo non secondario. Tutti dicono che ci sarebbe bisogno di un nuovo partito. Ma quale, di che tipo? Rossi l’ha scritto, riflettendo sul Pd romano. “Le macerie di Roma e il partito nuovo”, il titolo dell’articolo che rievoca sono forma di favola (“C’era una volta”) un partito popolare, che discuteva, con le sezioni frequentate, che, in questo modo, sapeva selezionare, che aveva un progetto di governo per il quartiere, per il comune, per la regione, per l’Italia, che si occupava anche delle questioni internazionali. Un partito, in poche parole, “al servizio di una causa, dei cittadini e della democrazia”, ha dichiara due giorni fa lo stesso Rossi in intervista alla rivista Left.
E’ chiaro che non si può tornare al partito di un tempo. “Aveva – dice Rossi – aspetti negativi: conformismo, eccesso di gerarchie, compressione delle individualità”. Ma questi difetti (da cancellare) non possono esimerci, spiega Rossi, dal ricostruire una forma partito che è il modo in cui “i ceti più deboli possono organizzarsi e contare nella democrazia, per evitare che a contare siano i media, i potentati economici e finanziari che, di volta in volta costruiscono e distruggono personaggi con modalità alla fine distruttive delle stesse Istituzioni”. Bisogna, quindi, ridare un luogo, uno spazio al popolo di sinistra, “che ancora c’è”.
E cose di sinistra Rossi le dice. Come quelle dette a proposito della legge di stabilità.
“Il Pd – ammonisce – deve stare attento a qualificarsi come un indifferenziato partito della Nazione. Perché se è così, viene meno alle ragioni fondative stesse”. E porta l’esempio dell’abolizione della tassa sulla casa. “Non si capisce – osserva – perché si debba fare un regalo ai benestanti e non si trovino i soldi per gli esodati”. Allo stesso tempo Renzi sbaglierebbe a non trovare i soldi per una buona legge sulla povertà, come quella proposta da Alleanza contro la povertà. “Il reddito d’inclusione – ricorda Rossi – ce lo chiede l’Europa, e l’Italia, con la Grecia, è l’unico paese a non averlo”.

Nella foto: Enrico Rossi ad un dibattito televisivo.

Nella foto: Enrico Rossi ad un dibattito televisivo.

Rossi a chi parla? “Mi stanno chiamando – risponde – in giro per il Paese e io vado volentieri”. Precisando anche le classi d’età: “Si tratta di una generazione che va dalla mia età (59 anni) in su, e un’altra da 35 in giù”. Mancherebbero i quarantenni? “Pensano all’impegno politico in un altro modo. Ma i giovani sono alla ricerca di un pensiero più forte e radicale. Se giochiamo, però, sulla contrapposizione tra renzisti e antirenzisti, la sinistra non si riprende. Bisogna lanciare una sfida sui contenuti e il Pd è il luogo giusto, anche perché il mondo cambia”. Si pensi a Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna, Corbyn in Gran Bretagna, a cui Rossi guarda con interesse ma con cui, precisa, “non mi identifico”.
Contenuti nuovi, dunque.

Nella foto: Dario Parrini, segretario regionale del Pd della Toscana

Nella foto: Dario Parrini, segretario regionale del Pd della Toscana

Come risponde il segretario del Pd della Toscana Dario Parrini? Parlando soprattutto di regole. Lo fa commentando l’iniziativa denominata “Toscana 10 e lode”: riferisce ai giornalisti presenti che si sta lavorando ad un partito più presente, che si riunisca più spesso, anche con gli amministratori, e che coinvolga di più il popolo delle primarie, non solo quando è chiamato a votare. Ma Parrini va oltre. Alle regole. “Non si può – dice – assolutamente mettere in discussione il principio per cui il segretario del partito e’ automaticamente il candidato alla Presidenza del Consiglio, e che se diventa Presidente del Consiglio, resta segretario del partito”.

Parrini, in verità, non fa altro che fotografare quando prevede l’attuale statuto del Pd. Statuto, bisogna ricordare, che l’allora segretario Pierluigi Bersani acconsentì che venisse modificato per permettere a Matteo Renzi di partecipare alle primarie di coalizione. E’ un passaggio che la stampa toscana legge come “Un avviso al governatore” (Corriere Fiorentino), “Parrini gela le ambizioni di Rossi” (Il Tirreno), “Ma sul segretario-premier è già lite” (La Nazione).

Parrini ricorda che si tratta di una regola “che ci ha allineato sette anni fa all’Europa, con l’automaticita’ che il segretario di un partito e’ il candidato premier e la regola che se il segretario del partito diventa premier, questo resta segretario per tutto il mandato”. Per il segretario-premier la regola, dunque, non si cambia. Vanno invece modificate le regole delle primarie: “Non si può non riflettere – aggiunge, infatti, Parrini – su quali modifiche adottare per le elezioni primarie. Le nostre primarie vanno regolate meglio, devono essere piu’ trasparenti”. Secondo Parrini “dobbiamo fare una riflessione anche sull’albo degli elettori, ma questo non ci puo’ portare assolutamente a frenare la partecipazione, perche’ la cosa che nel mondo viene copiata delle primarie italiane e’ proprio la loro grande apertura”.

La replica di Enrico Rossi non si fa attendere. Per il presidente della Toscana il ruolo del segretario puo’ invece essere scisso da quello del premier.
“Riguardo alla figura del segretario nazionale – dice – mi permetto di avere un’opinione diversa da quella di Dario Parrini: il ruolo di segretario politico puo’ essere scisso da quello di premier semplicemente modificando un articolo dello statuto in assemblea nazionale, con una procedura che e’ gia’ stata usata altre volte”.
Secondo Rossi “la possibilita’ di separare queste due funzioni, e ottenere risultati proficui, e’ dimostrata proprio dal rapporto corretto di reciproca stima e collaborazione che proprio nel caso della Regione Toscana tutti possono constatare”, dove il presidente della Regione non coincide con il segretario del Pd. E Rossi cita il caso, ultimo, dell’approvazione del bilancio da parte della Giunta regionale. “E’ stato approvato – fa notare – in linea con le strategie politiche del Pd, evitando aumenti delle tasse e razionalizzando spesa e servizi”. Rossi aveva partecipato a “Toscana 10 e lode”, l’iniziativa del Pd tenutasi a Empoli per discutere della nuova organizzazione del partito nella regione.
“La Giunta regionale terra’ conto dei documenti – assicura il Presidente toscano – che saranno elaborati nei tavoli di lavoro, soprattutto per i piani di sviluppo e di investimento della legislatura che gia’ da quest’anno dovranno essere sviluppati”. Rossi, aggiunge di condividere l governatore l’esigenza di avere un partito che partecipi all’elaborazione delle strategie e dei programmi di governo, soprattutto in questa fase di riforme e di ridefinizione del ruolo degli enti locali, con il superamento delle province e la modifica del titolo V della Costituzione“.

Nella foto di copertina: Dario Parrini ed Enrico Rossi ad una festa dell’Unità




Rossi-Renzi, botta e risposta in Direzione


di Franco De Felice

Roma – “La discussione sul socialismo e sui risultati in Inghilterra e in Grecia sarebbe lunga, anche perché a me verrebbero in mente Togliatti e Antonio Gramsci sul superamento del conflitto tra radicalità e riformismo, e forse sarà bene farlo un’altra volta”. E’ l’ultima parte dell’intervento (vedi qui) di ieri nella riunione della direzione del Pd del Presidente della Toscana Enrico Rossi, che non fa mistero, da alcune settimane, di volersi candidare nel prossimo congresso alla segreteria nazionale al posto di Renzi. Rossi non finisce quasi di parlare, che si sente la voce di Matteo Renzi: “Su alcune cose con Enrico la pensiamo diversamente”. Più tardi, Renzi, in fase di replica, risponderà direttamente ad un passaggio dell’intervento di Rossi sul fisco, in particolare sull’abolizione della Tasi. “Penso – aveva detto Rossi – che se dobbiamo ridurre il fisco,  e se ridurre il fisco è cosa di sinistra, la direzione è continuare in direzione della ridistribuzione della ricchezza. Anche tenendo conto del carattere della progressività: riduco in rapporto alle capacità di reddito, riduco di più a chi ha di meno. Questo mi pare il punto. E allora, bene questo intervento purchè abbia queste caratteristiche. Poi, il modo per comunicarlo può essere quello che si vuole, ma questo elemento va tenuto”. E più avanti: “E se è vero questo tema, della ridistribuzione, degli investimenti per il lavoro, mi permetto di dirne una: noi bisogna provare a mettere in finanziaria la questione della povertà. C’è un’iniziativa forte della Caritas, dell’ARCI, dei sindacati, dell’ACLI, che deriva anche dalla denuncia del fatto che esistono nel nostro Paese 4 milioni e 100 mila persone che stanno sotto il livello della soglia assoluta di povertà. Sono più che raddoppiate nell’arco di pochi anni, dal 2008 ad oggi. Serve un reddito sociale a favore di queste persone. E allora se mancano i finanziamenti per questo, rinuncerei volentieri a fare un regalo ai benestanti sulla prima casa, perché la povertà è un elemento su cui i comuni poi devono intervenire”. Insomma, non togliamo la Tasi a tutti, non ai benestanti che vivono in appartamenti di lusso. La replica di Matteo Renzi, a dire il vero non sufficientemente argomentata: “Per come è fatta l’Italia, fare una tassazione differenziata sarebbe un caos. Lo si è visto in passato”.  Argomento lasciato cadere, ma perché non fare uno sforzo per cambiare l’Italia anche su questo?
E’ stata la prima di Rossi in Direzione da candidato (“perché no?) alla segreteria del Pd, di un Rossi “rossiano”, non renziano né antirenziano, ma che non sta neppure con D’Alema e fortemente critico con il secondo Blair. Rossi sfora l’intervento: i cinque minuti concessi diventano più di otto, vani i tentativi del Presidente del Pd Matteo Orfini di farlo chiudere. Ma era un intervento spartiacque, più atteso di altre volte. Che non è passato inosservato. A cominciare dalle due occasioni in cui Renzi l’ha ripreso e commentato. Renzi si è detto in disaccordo sulla parte dell’intervento di Rossi su Tsipras, Corbyn, il socialismo, i richiami a Togliatti e Gramsci sul conflitto tra radicalità e riformismo? Se si fosse dichiarato d’accordo con Rossi sarebbe stata la notizia del giorno, più dell’intesa con la minoranza Pd sulla riforma del Senato. Ma è un capitolo che pur bisognerà affrontare “un’altra volta”, come ha auspicato Rossi. E’ una questione dirimente per la sinistra che  ha in mente.

Nella foto : Il segretario del Pd Matteo Renzi

Nella foto : Il segretario del Pd Matteo Renzi

L’altro tema è la redistribuzione della ricchezza, sul fisco. E qui Renzi si è rifugiato, senza fornire altre spiegazioni, nell’immodificabilità dell’Italia. Si potrebbe quasi dire, due punti a favore di Rossi, che lo differenziano da Renzi. Poi Rossi ha dato atto a Renzi del nuovo clima politico che si respira in Italia: “Il Paese vive una fase che apre spiragli positivi per il futuro. Questo è percepibile, lo si sente. Ci sono dei dati. C’è anche un sentimento diverso tra gli operatori, tra gli imprenditori. Per cui condivido l’appello di Matteo ad iscrivere questo risultato al Partito Democratico, che credo che vada raccolto per farne un elemento anche di battaglia politica all’esterno”.

Si doveva parlare della riforma del Senato.  Rossi è intervenuto anche su questo, con una premessa: “Nessuno me ne voglia ma, essendo io stato eletto di recente, non mi sento meno eletto di quei senatori che si vorrebbero eleggere nel nuovo Senato. Ma penso che ci troveremo senz’altro d’accordo nel fare le modifiche”.
“La riforma – dice Rossi – va fatta sui 2 pilastri fondamentali: monocameralismo, ma anche la necessità di avere un Senato delle istituzioni territoriali, perché le istituzioni territoriali sono al capolinea. Per questo dateci una tribuna politica nazionale da cui poter ricominciare.
Il Paese ha bisogno di buone Regioni, ha bisogno di avere nel cuore dello Stato la parola del governo locale: dei Presidenti delle Regioni, dei Consiglieri, dei Sindaci. Per provare ad avere istituzioni locali più forti e maggiormente autorevoli”. Il tempo stringe, ma Rossi riesce ad introdurre altri temi, facendo asse con il presidente del Piemonte Chiamparino. Il primo è il tema della formazione, ponendo l’attenzione sulla valutazione: “E’ importante, per dare un ruolo di monitoraggio sulle Regioni, che sia attribuito al nuovo Senato”.
“Attenzione – il richiamo di Rossi – anche ad eliminare la Conferenza Stato-Regioni, come a volte sento, perché faremo del Senato un bel salotto, ma se manca una cucina, non funziona”. “Le Regioni in Italia non sono tutte le stesse. Una bella gara, un’emulazione tra di loro consentirebbe il recupero di un regionalismo vero e anche la possibilità di un regionalismo a geometria variabile. L’Italia è un paese lungo e dentro questa differenza di realtà si possono anche trovare forme di autonomia locale, più spiccata per certi temi, che possono rappresentare benchmarking, livelli di riferimento a cui potersi ispirare”.
Gli ultimi secondi Rossi  li dedica alla discussione sul socialismo e sui risultati elettorali in Inghilterra e in Grecia, al richiamo a Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci. Ma il tempo è scaduto. Sarà bene tornarci la prossima volta.

Qui sotto l’intervento di Enrico Rossi in Direzione nazionale del Pd del 21 Settembre 2015

Nella foto di copertina: Enrico Rossi mentre interviene alla Direzione del Pd




Tsipras e Corbyn, un esame per il Pd


di Franco De Felice

– Prima Tsipras, poi Podemos, poi Corbyn, poi di nuovo Tsipras, la “sinistra” che si afferma in Europa, un’onda lunga che non trova però interpretazioni univoche nel Pd. Anche in quello toscano. Abbiamo analizzato i post che tre esponenti dei Democratici, il Presidente Enrico Rossi, che non fa più mistero di volersi candidare alla segreteria nazionale del partito,  il segretario toscano Dario Parrini e il consigliere regionale Massimo Baldi,  hanno pubblicato in particolare sulla vittoria di Alexis Tsipras, ieri, alle politiche greche.  A pochi giorni da un’altra vittoria, di Jeremy Corbyn nelle primarie del Labour, vittoria anche questa che era stata analizzata in maniera non proprio uniforme. Parrini più che spiegare le ragioni di un  successo ha preferito soffermarsi sulle ragioni di un sicuro prossimo insuccesso. “Classico caso – ha scritto sul suo profilo Facebook – di affermazione, nella competizione interna a un partito, di chi non ha nessuna chance di battere l’avversario alle elezioni”. “ I conservatori gioiscono, non potevano sperare di meglio”, annota Parrini, che definisce la vittoria di Corbyn “un meraviglioso autogol”. Sulla stessa lunghezza d’onda Massimo Baldi: “Le elezioni si rispettano, va da sé. Ma non posso tacere una grande preoccupazione circa le conseguenze di questo esito sul futuro della sinistra britannica – se non della sinistra europea. Quelli che stanno festeggiando con più vigore sono senz’altro i conservatori”.

Commenti assolutamente non consonanti con quello di Enrico Rossi, che sulla svolta all’interno del Labour ha anche scritto un’approfondita analisi sul suo blog dell’Huffington Post. Rossi parla di “retorica di detrazione preventiva” nei confronti di Corbyn. Il primo dei detrattori l’ex premier inglese Tony Blair, a cui Matteo Renzi non ha mai nascosto di essersi ispirato. Il Blair detrattore preventivo, precisa Rossi, è “l’ultimo Blair, non il primo, allievo di Michael Foot e profondo innovatore del Labour, cui resta il merito d’aver portato la sinistra al governo del suo Paese per tre volte di seguito, con un programma di redistribuzione e protezione sociale alternativo alle ricette della destra tatcheriana”. Ma, aggiunge Rossi, “le esperienze storiche non si ripetono. I contesti sono sempre mutevoli. Una ricetta che poteva funzionare agli inizi degli anni novanta non necessariamente funziona oggi. Machiavelli parla non a caso di “riscontro coi tempi”, d’indagine della “qualità dei tempi”, lavoro preliminare del politico per contrastare il suo principale vizio e limite: la rigidità, il non sapersi adeguare alle mutate condizioni”. “Proprio Blair alla vigilia del congresso – ricorda Rossi – aveva raccomandato alla base del suo partito, in simpatia e sintonia con Corbyn, di farsi un trapianto di cuore. A riprova d’una rigidità ‘giacobina’ che cerca con ogni mezzo e senza successo di raddrizzare un legno storto e finisce per non vedere e sentire tempi e i desideri della gente”.

Nella foto: Il presidente toscano Enrico Rossi  durante una seduta al Parlamento Europeo  del Comitato delle Regioni

Nella foto: Il presidente toscano Enrico Rossi in una riunione a Bruxelles del Comitato delle Regioni

GLI STATI UNITI D’EUROPA –  “Forse Tsipras, Corbyn e altri “uomini nuovi” non saranno in grado di invertire il corso di questo torrente ma stanno lì a testimoniare che chi li ha votati si è accorto del trucco. Chiede – scrive Rossi – alla sinistra di assumersi le sue responsabilità. C’è un punto controverso che riguarda il racconto sulla vittoria di Corbyn. Proprio due giorni fa il nuovo leader laburista ha dichiarato che nel referendum del 2017 (Brexit) s’impegnerà per la permanenza dell’Inghilterra nella UE perché UE è sinonimo di investimenti, posti di lavoro, sicurezza globale. E allora, dovendo scegliere tra Cameron e Corbyn, non dovremmo avere dubbi sul da che parte stare. Solo su questo terreno, quello di una sinistra europeista, sarà possibile costruire gli Stati Uniti d’Europa, consolidare una vera democrazia continentale”.

UN PROVVEDIMENTO PER GLI INCAPIENTI - Detto di Tsipras e Corbyn, Rossi si chiede “Cosa possiamo fare noi in Italia e nel Partito Democratico”?
“Sul piano del pensiero e dell’analisi – risponde – dobbiamo sforzarci di aprire un confronto schietto e vero sulle più emergenti questioni dell’Europa e del mondo e sul piano della prassi dobbiamo sforzarci di tenere assieme i valori della sinistra con la prospettiva del governo”. Dopo aver dato merito a Renzi, con franchezza ed onestà, degli 80 euro e del Jobs Act, “oggi diciamo a Renzi, da sinistra, che, se vogliamo continuare su questa strada, nella finanziaria bisognerebbe prevedere un provvedimento analogo che vada nella direzione degli incapienti. Dovremmo fare nostra la legge che Caritas, Cgil, Acli, Cisl, Uil, Arci hanno presentato di recente. Costa 1 miliardo e 800 milioni ed è un primo elemento di protezione sociale per quei 4 milioni di nuovi poveri italiani”. Sul Jobs Act, “penso che la sinistra abbia sbagliato: una sinistra seria, invece di inalberare uno scontro avrebbe chiamato in piazza i lavoratori per costruire un’alleanza con i giovani e vedere se il governo Renzi si spingeva oltre per fare una riforma più incisiva”. Sono alcuni esempi sui quali, osserva Rossi, “il pendolo del governo e del partito si può spostare a sinistra, traendo ispirazione dai bisogni reali delle persone, mettendosi in connessione con essi”.
IL PRIMO E IL SECONDO BLAIR – Alla luce di queste considerazioni, chi tra Blair e Corbyn, si chiede Rossi, ha perso il cuore? “È noto – scrive il Presidente toscano – che l’ex premier britannico, dopo aver lasciato la politica ha intrapreso la via degli affari, aprendo una società di consulenza finanziaria (Tony Blair Associates) per banche d’affari, multinazionali, fondi sovrani, miliardari arabi, paesi in via di sviluppo, accumulando enormi ricchezze private (oltre 20 milioni di sterline); entrando a far parte della cerchia dei super ricchi del suo Paese”. Si tratta di un percorso legittimo sul piano personale, ma, osserva Rossi “che ha poco a che fare con la storia della sinistra e con la connessione coi bisogni della povera gente. Forse a Tony Blair il trapianto di cuore è riuscito. Ed è riuscito ad altri socialisti all’acqua di rose, chiusi nelle loro dorate fondazioni o in giro per il mondo a caccia d’affari, ispirati dal successo e dall’amore per il denaro. Una nuova sinistra ha bisogno di capi che diano esempi di sobrietà e di dedizione alla causa”.
SERVE ARIA NUOVA E PULITA – La conclusione dell’analisi del voto a Corbyn: “La casa dei progressisti è sempre la stessa, ma serve aria nuova e pulita. L’affare più importante resta il bene dell’umanità e la lotta alle diseguaglianze. Nessuna reprimenda morale. Non tutti però sono disposti a mutare i sentimenti con l’infatuazione per la ricchezza, presentandola come pensiero unico: quello giusto. “Il capo supremo – scriveva Kant – deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto”.
DA CORBYN A TSIPRASCorbyn due settimane fa (nelle primarie del Labour, Tsipras ieri nelle elezioni politiche. Che Tsipras ha vinto, smentendo le previsioni di quelli che a proposito di Corbyn si sono detti sicuri che non vincerà nelle prossime politiche inglesi.
Ma anche sulla vittoria di Tsipras i pareri diversi dentro al Pd, espressi sempre su Facebook, non mancano. Anche se Parrini soprattutto sembra approvare il “secondo Tsipras“.

IL CAPOLAVORO DI TSIPRAS – Cominiciamo dal post di Rossi: “In Grecia vince Tsipras. Perde la destra moderata e pure quella neofascista. Ma perdono anche coloro che da sinistra avevano criticato Tsipras in nome di una purezza e una radicalità che avrebbe preferito uscire dall’euro e dall’Europa piuttosto che un compromesso per salvare il Paese dalla bancarotta e tenerlo nell’Unione. Tsipras ha vinto perché ha lottato e si è assunto responsabilità di governo. E poi ha avuto il coraggio di dimettersi e di sottoporsi al giudizio del suo popolo. Che ha capito e lo ha seguito. Un vero capolavoro politico”. Si tratta, per Rossi, di una vicenda su cui riflettere per la sinistra radicale e per la sinistra riformista. “Mi verrebbe da dire – scrive – che per continuare a vincere la sinistra dovrebbe mescolare al suo interno una corrente calda e una fredda, una forte carica ideale e un forte realismo, disinteresse personale e rispetto per la dignità e l’intelligenza dei suoi elettori. È bene che questo dibattito si apra anche in Italia”.

Scrive, invece, il renziano Massimo Baldi: “La nuova vittoria di Tsipras, un dato evidente delle libere elezioni della Grecia democratica, è a mio avviso il sintomo di un malessere politico culturale e sociale europeo”. Baldi riporta immediatamente il voto greco alle cose italiane: “Al suo cospetto, tutti i progressisti italiani – dice – dovrebbero dare prova di onestà intellettuale e riconoscere nel PD guidato da Matteo Renzi la forza migliore della sinistra europea. Corbyn, Tsipras, Podemos sono inoltre fenomeni le cui implicazioni programmatiche sono contrarie e contraddittorie rispetto alle ragioni fondative del PD”. Per cui, l’affondo di Baldi, “chi guarda a loro con empatia, di fatto è un oppositore non di Renzi, ma del PD”.

Nella foto: Dario Parrini, segretario regionale del Pd della Toscana

Nella foto: Dario Parrini, segretario regionale del Pd della Toscana

IL REALISMO DI TSIPRAS – Arriva, sempre via Facebook, anche il commento del segretario toscano del PD, Dario Parrini, con apprezzamenti del percorso compiuto dal leader greco. Tsipras, dice, ha fatto i conti con la realtà: “Tsipras – scrive – non è diventato un riformista ma ha dato prova di realismo”. “Il nuovo Tsipras, che preferisco assai a quello vecchio, nonostante la scissione in % ha ripreso quasi tutti i voti di otto mesi fa”. “L’estremismo greco – annota – subisce una bruciante lezione. Ma potrà consolarsi coi “Vertici per un Piano B” come quello del 10 settembre scorso organizzato a Parigi dagli apprendisti stregoni Varoufakis, Fassina, Lafontaine e Mélenchon. Auguri”.

L’ITALIA COME LA GRECIA, RENZI COME TSIPRAS? – “In Grecia – osserva in un secondo post – le elezioni tendenzialmente sono risolutive e non paralizzanti perché non c’è un obbrobrio come il Consultellum, bensì un sistema elettorale efficace che dà quasi 15 punti di premio al primo partito. Inoltre non si corre il rischio di maggioranze diverse nelle due camere perché c’è il monocameralismo”. Insomma, come dovrebbe accadere presto anche in Italia, con la riforma costituzionale che introdurrà il monocameralismo (il Senato dei territori, non più ad elezione diretta) e con l’Italicum, già legge,  che introduce il premio di maggioranza. “A parte l’imparagonabilità tra Italia e Grecia, queste – fa notare Parrini – sono le due cosucce da rammentare a tutti i sapienti che ora ci spiegano che Tsipras diversamente da Renzi ha avuto il coraggio di indire elezioni anticipate per ottenere un mandato diretto dagli elettori. Se vi paiono differenze da poco, è meglio che parliamo di calcio o di cinema”. E Parrini conclude, “L’Italia avrà un sistema elettorale efficace da luglio 2016 e un bicameralismo riformato da fine 2016”. Significa che nel 2017 si andrà a voto? Che senso avrebbe, ci si potrebbe chiedere, aspettare un anno, il 2018, con la nuova legge elettorale e la riforma del Senato approvate tenute in un cassetto?

Intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno reso noto che Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si e’ congratulato gia’ ieri sera con Alexis Tsipras per il successo elettorale in Grecia. Renzi e Tsipras, si precisa, erano stati in contatto nei giorni precedenti il voto.

P.S. Solo per curiosità: a questo momento, il post di Baldi su Tsipras ha registrato 37 mi piace, 37 commenti e nessuna condivisione; quello di Parrini, 35 mi piace, 5 condivisioni, 6 commenti; quello di Rossi, 1477 mi piace, 392 condivisioni, 237 commenti.




Appello di Rossi ai socialisti europei: salvare la Grecia dalla destra liberista


Pubblichiamo un intervento sulla situazione della Grecia che il Presidente toscano Enrico Rosi ha scritto per HuffingtonPost con il seguente titolo : I socialisti europei salvino la Grecia dalle mani della destra liberista

L’annuncio dello slittamento del Consiglio straordinario a 28 è un pessimo presagio. L’assenza di un’intesa politica e il mancato accordo sarebbero una catastrofe. Bisogna fare tutto il possibile. Sulla crisi greca Renzi deve rilanciare.

Tsipras fa un grosso passo avanti, presenta una proposta non molto diversa dalle richieste della U.E., e paga il prezzo di perdere un pezzo di Syriza (17 deputati su 149) e ottiene un grande mandato dal parlamento greco.

Ieri alla riunione dei ministri finanziari dell’Europa, il ministro tedesco Schaeuble ha mostrato il volto ringhioso della destra liberista e pro austerity, chiedendo di sospendere per 5 anni la Grecia dall’euro. Una proposta “irresponsabile” che metterebbe a rischio persino la tenuta del governo Merkel. Sarebbe un limbo infinito – per un paese che da cinque anni prova a restare nell’euro – impiegarne altri cinque per provare a rientrarci.

Sarebbe la catastrofe non solo per l’economia della Grecia e per le possibili conseguenze su altri paesi, ma anche per la stessa idea di un’Europa unita e solidale. La partita è davvero storica. Appare chiaro il divorzio tra le destre economiche del centro nord europa e gli interessi dei popoli e delle democrazie di tutti i paesi europei.

Spetta prima di tutto alle forze del socialismo europeo intuire lo spazio che si apre e prendere una posizione netta per salvare la Grecia, l’euro e la prospettiva di avanzare verso gli Stati Uniti d’Europa. È l’occasione anche per smarcarsi dalla subalternità della socialdemocrazia tedesca alle politiche di unità nazionale con la destra.

Hollande pare deciso a seguire questa strada. Per Renzi è l’occasione straordinaria per diventare un giovane leader del socialismo europeo e della lotta per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. In quest’impresa avrebbe certamente l’appoggio di Obama e dei democratici americani.

La risposta alla crisi del socialismo europeo e alle difficoltà del PD in Italia è nell’impegno radicale e determinato a battere le politiche di austerità delle destre e avanzare sulla strada dell’unità, per un’Europa dei popoli e dei lavoratori. Il sogno di un grande uomo di sinistra come Altiero Spinelli

di Enrico Rossi, Presidente Regione Toscana

Nel filmato
Enrico Rossi a Bruxelles:  Grecia, si trovi un accordo. No al Grexit e basta con l’austerità.




Il "capitalismo crudele" e la Grecia


Come in ogni derby calcistico che si conviene, sugli spalti si fronteggiano le diverse tifoserie. Anche in questo derby fra Grecia e troika europea, in vista del referendum di domenica, la politica italiana di schiera. Per la verità c’è anche chi rifiuta di parteggiare per entrambi i due contendenti perché capisce che non di un incontro sportivo si tratta, bensì di una sorta di sfida all’OK Corral, in cui nessuno dei due rimarrà in piedi alla fine del duello. Ma per lo più si tende a sottolineare l’irresponsabilità del governo Tsipras contro la ragionevolezza della permanenza in Eurolandia. Ma è davvero questo l’oggetto del contendere? E’ veramente l’insostenibilità del debito greco la pietra dello scandalo e ciò che i creditori non possono sostenere? La cosa è dubitabile. Dobbiamo prendere a riferimento il 2009 per valutare l’incidenza del debito pubblico sul PIL perché quello è l’anno in cui il ministro socialista George Padandreou (e poi ci si chiede perché il Pasok è praticamente scomparso dal panorama politico greco…) ha rivelato che le statistiche inviate a Bruxelles erano state falsate per poter entrare nell’Eurozona. E’ infatti dalla primavera 2010, con Papandreu primo ministro, che inizia la cura da cavallo dell’austerità: la troika europea la motiva dicendo che l’alternativa è fra una recessione di dimensioni storiche e le riforme strutturali necessarie per evitarla. Quindi, tagli alla spesa pubblica, svendita di partecipazioni pubbliche, botte allo stato sociale: questo avrebbe rimesso sui binari giusti la Grecia. Dopo cinque anni di questa cura i risultati sono pessimi, non perché il malato ha rifiutato la medicina, ma perché la cura era sbagliata. Il debito pubblico è oggi il 177% del PIL mentre nel 2009 era il 130% (nello stesso periodo in Italia è salito dal 116% al 132% e in tutta l’Eurozona dall’80% al 94%, e non certo tutto per colpa della Grecia). Nello stesso periodo la disoccupazione sale dal 18% al 26,5%, il PIL pro capite scende da 22.000 € a 16.300 € (-25%), il reddito lordo pro capite da 20.700 € a 16.200 €, la spesa pro capite per consumi da 14.700 € a 11.700 € (fatto particolarmente grave per un paese che ha sostanzialmente soltanto il mercato interno e non esporta) e gli investimenti pubblici sono scesi dal 21% del PIL all’11,6%. Sono numeri non da bancarotta, ma da povertà endemica, di cui non può essere certamente chiamato responsabile il governo Tsipras. Ma nessuno, proprio nessuno, denuncia che il medico (la troika, appunto) ha sbagliato diagnosi e cura e sta facendo morire il paziente. Non solo, ma si pretende di continuare con la stessa “cura”.

Perché questo accanimento terapeutico? Mica si vorrà credere che l’Eurozona, i creditori e l’economia mondiale non possono reggere l’impatto del mancato pagamento della rata da 1,5 miliardi di euro al Fondo Monetario Internazionale che scade alle ore 12 di oggi? O che la BCE non può prorogare la scadenza del termine del programma di aiuti internazionali del 1° luglio? O il pagamento 450 milioni di euro al Fmi che scade il 13 luglio? O i 175 milioni di euro che il 1° agosto la Grecia deve pagare come interessi al Fmi? Non mi pare credibile, se solo pensiamo a quanti miliardi di euro le istituzioni finanziarie internazionali ed europee hanno impiegato per salvare il sistema bancario all’indomani della crisi dei subprime, o quanti ancora oggi la Bce ne impegna nel meccanismo del Quantitative Easing.

Soprattutto, non è credibile che queste siano le motivazioni dell’accanimento di fronte alla proposta che il Tsipras e il suo ministro Varoufakis hanno avanzato per trovare un’intesa con i creditori: nelle stesse parole dei leader greci era una proposta “recessiva” e di “austerità”, ma non era austera abbastanza per i creditori che hanno disquisito sulla opzione di Syriza di tassare i ricchi. Questo è forse l’indizio di quale sia il vero oggetto del contendere. Perché, infatti, i leader di Syriza non sono affatto, almeno originariamente, degli euroscettici: al contrario continuano a sostenere la scelta di rimanere nell’Eurozona. Syriza vince le elezioni con un programma che prevede il mantenimento nella moneta unica, in un paese che prima della crisi del 2009 era uno dei paesi membri più euro-entusiasti. Lo stesso Varoufakis è uno che da accademico ha speso anni di studi e pubblicazioni per capire i modi per rendere l’unione monetaria europea praticabile. Ma oggi questi leader vengono dipinti come i più irresponsabili euroscettici. Non si ricorda, invece, che nell’ottobre 2010 a Bruxelles viene deciso il taglio del debito al 50% del valore dei titoli greci in mano ai privati (Papandreu aveva appena denunciato che il debito pubblico della Grecia aveva raggiunto la cifra record di 300 miliardi); quegli stessi titoli che la BCE dopo la vittoria di Syriza ha annunciato di non voler più accettare. Ciò nonostante il debito sale al 147,9% sul PIL nel dicembre 2010 e al 171,3% nel gennaio 2011. Si decide il secondo piano di aiuti da 130 miliardi e nel giugno 2012 Nea Dimokratia vince le elezioni sconfiggendo Syriza e il debito pubblico risale al 175% nel gennaio 2013 e poi al 177,1% nel gennaio 2014 fino ad arrivare al 180% nel gennaio 2015. Ed è lì, il 25 gennaio 2015 che Syriza vince le elezioni. Con un mandato chiaro ricevuto dalla maggioranza del popolo greco: mai più una stretta e umiliante austerità perché la cura della troika è inefficace rispetto ai suoi stessi obiettivi (ridurre il debito pubblico e migliorare i fondamentali economici del paese) e dolorosa per i cittadini. Mai più cessioni di sovranità verso istituzioni che non hanno alcuna legittimazione democratica (la BCE, il FMI e anche la Commissione Europea). I greci che hanno dato questo mandato a Tsipras sono quelli che oggi temono il ricatto della troika e stanno in fila ai bancomat a ritirare i pochi risparmi per evitare la fame; quelli che avevano i grandi capitali (magari accumulati anche grazie ad un sistema fiscale che li favoriva, durante i governi a guida Nea Dimokratia e anche Pasok) li avevano già tolti dalle banche greche anni fa. Questo è il vero oggetto dello scontro e del referendum: non euro vs. dracma, bensì uno scontro fra 11 milioni di greci che hanno dato un mandato al loro governo (da queste parti si chiama democrazia, dalla fusione di δῆμος démos/popolo e κράτος cràtos/potere; l’hanno inventato loro…) e un sistema economico e politico fallimentare, quello che Aditya Chakrabortty su “The Guardian” di ieri chiamava “capitalismo crudele”. E’ lo scontro, mortale, fra il volere del popolo e quello che istituzioni lontane vogliono infilargli a forza in gola, con la pretesa di guarirlo. Fritz Scharpf, già presidente del Max Planck Institute per gli studi sociali di Colonia, sintetizza così questo scontro: “Il sistema che è stato istituito per salvare una sovra-estesa e mal progettata unione monetaria sta facendo collassare l’auto-governo democratico in Europa”. Così, Tsipras è stato costretto a questa battaglia e a chiedere al popolo una verifica del suo mandato: continuare ad essere politicamente ed economicamente strangolato da questo sistema, oppure lasciare. Certo nessuna delle due opzioni è sicura e indolore, né per la Grecia né per l’Europa; ma non possiamo tacere su chi ha spinto entrambi sul bordo del precipizio e pretende che questa sia ancora la strada giusta. Ai bordi di quell’orrido c’è la scelta di morire lentamente di strangolamento, oppure decidere il salto nel vuoto. Ma c’è la terza opzione, forse utopica ma esaltante: che alla conferma del mandato elettorale di Tsipras, il “capitalismo crudele” comprenda che non conviene neppure a lui il salto nell’abisso della Grecia che potrebbe trascinarlo con sé e provare una strada rivoluzionaria, la mediazione, cioè scommettere sugli investimenti per creare lavoro, alimentare il mercato interno, rafforzare l’euro insieme all’economia reale: potrebbe salvare la Grecia, altri paesi membri i cui fondamentali hanno pericolose somiglianze (Portogallo, Spagna, Creta, Italia), e infine l’Europa stessa.

 di Simone Siliani




Tsipras o Merkel? Rossi preferisce una terza via


Sono giorni cruciali per i destini dell’Europa e dell’euro. Per via della Grecia. Domenica i greci si troveranno di frionte a due scelte: dire no alle richieste dell’Europa o si a Tsipras e Varoufakis. Il no o il si prefigurano due scenari opposti. Tsipras ha annunciato le sue dimissioni nel caso dovessero affermarsi i si. In una lunga intervista al Sole 24 Ore, il premier Matteo Renzi si schiera con Angela Merkel e non risparmia critiche al premier greco.”Una cosa è chiedere flessibilità nel rispetto delle regole. Un’altra è pensare di essere il più furbo di tutti, essere, cioè, quello che le regole non le rispetta”. “I negoziati li ha interrotti Varoufakis, purtroppo. Il problema – continua Renzi – non è su chi ha sbagliato per primo, questo non è l’asilo. Il punto è che la Grecia può ottenere condizioni diverse ma deve rispettare le regole. Altrimenti non c’è più una comunità”. Renzi fa degli esempi: “Scusi, noi abbiamo fatto la riforma delle pensioni: ma non è che abbiamo tolto le baby pensioni agli italiani per lasciarle ai greci eh! Noi abbiamo fatto la riforma del lavoro, ma non è che con i nostri soldi alcuni armatori greci possono continuare a non pagare le tasse. Potrei continuare”.

E pensa anche, con preoccupazione, alle eventuali ripercussioni sulle vicine prossime elezioni in Spagna e in Francia: “Aggiungo che se c’è il tana libera tutti sulle regole, che succede in Spagna a ottobre? E in Francia tra un anno e mezzo? Una cosa è chiedere flessibilità nel rispetto delle regole. Un’altra è pensare di essere il più furbo di tutti, essere cioè quello che le regole non le rispetta. Noi vogliamo salvare la Grecia, ma devono volerlo anche i greci. Altrimenti non funziona”. Per questo, il “no di Alexis e dei suoi mi è sembrato inutilmente ostinato”. E’ un comodo alibi, prosegue Renzi, dare la colpa alla Germania per quello che sta accadendo in Grecia. Non corrisponde alla realtà. La Merkel è stata in prima fila per cercare di trovare un accordo, anche contro l’opinione pubblica tedesca. Ma ora, il rischio è che il referendum si trasformi in un “Merkel contro Tsipras”. Sarebbe un errore, ma è quello che vuole il premier ellenico.

Renzi si schiera, dunque con la Cancelliera Merkel. Enrico Rossi, presidente della Toscana, invece, non si schiera con nessuno dei due: “Né con la Merkel, né con Tsipras. Per una nuova sinistra europea”, scrive di prima mattina sul suo profilo Facebook, il presidente. “Sulla Grecia – precisa – io non vedo alternative ad un accordo. Pena l’avventura su terreni inesplorati, il fallimento dell’idea di Europa, una nuova crisi che potrebbe mettere in ginocchio la fragile ripresa e spingere verso ulteriori politiche di austerità e quindi di recessione”.

Le colpe della Markel e di Tsipras - Rossi (che, rispondendo ad un commento al suo post, dice “io, fossi in Grecia, mi sarei schierato con il partito socialista di Papandreu“), spiega:  “Se si è sull’orlo del disastro, lo si deve al gioco al rialzo e tutto ideologico che ha contrapposto la destra conservatrice della Merkel e la sinistra populista di Syriza”. “Di questo gioco ne sono prova le dichiarazioni di Tsipras che chiede un ‘no al referendum per essere più forte nei negoziati’ e della stessa Merkel che dichiara che ‘se fallisce l’euro, fallisce l’Europa’. “Il gioco al rialzo – spiega Rossi – può avere una prospettiva catastrofica per entrambe le parti. Intanto le borse crollano e lo spread risale per l’Italia, la Grecia è in svendita e i cittadini fanno le code ai bancomat”.

E’ in gioco il futuro dell’Europa: “Destra conservatrice e populismo – scrive Rossi – rischiano per ragioni ideologiche e politiche di assestare un colpo definitivo al futuro dell’Europa; l’unica dimensione entro cui provare a contare in un mondo globalizzato, ed entro cui, cambiando le politiche di austerità, ritrovare la via del benessere e dei diritti per i ceti popolari e per gli emarginati”.

La terza viaRossi indica una terza via, tra destra conservatrice e populismo: “Non è debolezza non schierarsi né con la Merkel né con Tsipras. Sarebbe invece un segno di forza motivare le ragioni del dissenso verso entrambi. Sarebbe un segno di lungimiranza indicare una terza via tra destra conservatrice e populismo e rivendicare la necessità di costruire una nuova sinistra socialista europea, finalmente libera dalla subordinazione agli interessi del capitalismo finanziario e dall’egemonia politica della destra tedesca”.
L’impegno primario, per Rossi, è rilanciare l’idea di un nuovo socialismo europeo, “alla cui crescita il PD deve avere il coraggio di dedicarsi con convinzione”.
Bisogna percorrere questa strada, perché, è sempre Rossi, “a ben vedere questa prospettiva è l’unica che può realmente interpretare fino in fondo anche gli interessi nazionali dell’Italia, che sotto i limiti imposti dalle politiche di austerità non trova la via per uscire dalla crisi e per combattere la disoccupazione.
Se non fossero gli ideali, dovrebbero essere gli interessi, non ultimi quelli politici, a spingerci su questa strada”.

di Franco De Felice

Nella foto di copertina (da IlPost.it): Manifestazione in Grecia a favore del No