Sí, se puede

Sí, se puede

di Simone Siliani

– Leggere queste elezioni spagnole con il metro italiano e il passo della cronaca politica, mi sembra inadeguato e pericolosamente miope. Così la ministra Maria Elena Boschi che, a caldo, ha dichiarato: “Mai come stasera è chiaro quanto sia utile e giusta la nostra legge elettorale”. Il senso, ovviamente, è quello di dire che con la nostra nuova legge elettorale l’empasse nella formazione del governo, nonostante l’affermazione di misura del Partido Popular, non ci sarebbe stata perché, come ha dichiarato Renzi, “la sera delle elezioni si saprebbe il vincitore”. A parte il non marginale fatto che con il 30% dei voti, neppure con l’Italicum un partito in Italia avrebbe la maggioranza dei seggi alla Camera dei Deputati e che quindi si dovrebbe attendere comunque il secondo turno (pagando il premio di maggioranza in termini di minore partecipazione al voto e dunque di legittimazione popolare, che si vorrà pure ammettere che in democrazia è un problema), ritengo che sia proprio sbagliato cercare di decifrare i risultati spagnoli in termini di tecnica elettorale (cioè i meccanismi attraverso cui ogni sistema elettorale trasforma i voti in seggi) e che, invece, la lettura debba essere di natura politica.

Nella foto: Pedro Sánchez, il leader del Psoe

Nella foto: Pedro Sánchez, il leader del Psoe

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Queste elezioni hanno sancito in Spagna la fine del bipolarismo partitico che per molti decenni è stato la cifra del panorama politico iberico. E’ una tendenza che possiamo osservare anche in altri paesi europei: senz’altro la Francia con l’emergere del Front National di Marie Le Pen; l’Italia con il frantumarsi del centro-destra e l’ascesa del Movimento 5 Stelle.
In Germania apparentemente il sistema tiene, ma solo per la forza della personalità di Angela Merkel e dell’economia tedesca: nel 2013 alle elezioni federali la CDU/CSU ha raggiunto il 49,35% mentre la SPD è crollata al 30,5%, ma il mancato raggiungimento della soglia per entrare nel Bundestag da parte dei Liberali, ha costretto ad una Große Koalition con la SPD che, di fatto, sta annichilendo i socialdemocratici, incalzati a sinistra dai Grünen (10%) e dalla Linke (10,5%).
Persino in Gran Bretagna, dove il bipolarismo è nato e ha conformato di sé il sistema elettorale e più in generale quello istituzionale, esso è recessivo e nelle ultime elezioni la crescita del Partito Nazionale Scozzese unitamente al sistema elettorale maggioritario fondato sui collegi uninominali, ha reso traballante un sistema politico in cui i due maggiori partiti politici – Tories e Labour – insieme ottengono soltanto il 67% dei consensi.

Nella foto: Pablo Iglesias, il leader di Podemos

Nella foto: Pablo Iglesias, il leader di Podemos

Potremmo parlare poi del Portogallo e della Grecia, dove la crescita di due nuovi partiti di sinistra – il Bloco de Esquerda e Syriza – ha messo in crisi il tradizionale bipartitismo conservatori-socialdemocratici.
Per non dire poi di alcuni paesi dell’Est Europa, Polonia e Ungheria, dove nuove formazioni politiche di ispirazione reazionaria stanno mettendo in discussione i fondamenti democratici e pluralisti su cui si è fondata la recente storia democratica di quei paesi. Ma la vicenda dei paesi già d’oltre Cortina è troppo peculiare per poter essere mescolata con quelli dell’Europa occidentale.
Le elezioni spagnole dimostrano che occorrono chiavi di lettura nuove rispetto all’evoluzione del panorama politico in quel paese e nel resto d’Europa.
Intanto, sarebbe un tragico errore dire che in Spagna ha vinto il populismo e l’antipolitica, così come pure si va dicendo da qualche anno a questa parte in ogni occasione in cui le elezioni politiche in paesi europei fa saltare lo schema interpretativo tradizionale conservazione-progressismo, centrodestra-centrosinistra. Vedremo se Podemos sarà in grado di svolgere un ruolo politico maturo nell’arena politica della Spagna del 2016 e se saprà dire alcuni Sì oltre ai No e costruire una prospettiva di governo per sé e per la sinistra. Intanto però non credo che sia sufficiente la critica dura alle politiche di austerità dell’Unione Europea per definire Podemos un partito antieuropeista, come ad esempio l’Ukip di Farange. Si compirebbe lo stesso errore fatto con Tsipras e Syriza e, se ci si incanalasse su questa strada si correrebbe il rischio di scorgere anche in Renzi dei tratti antieuropeisti. Il fatto è che, nel discorso pubblico, il Patto di Stabilità, le politiche di austerità, il modello di governance intergovernativa a cui dopo il Trattato di Lisbona è stata ricondotta la UE sono diventati un tutt’uno con l’Europa tout-court, rendendo impossibile non solo immaginare un diverso assetto dell’integrazione europea, ma addirittura l’inveramento dell’idea stessa (non solo di quella federale) di Europa unita. Per cui, ogni critica a questo concrezione storica dell’integrazione europea, si trasforma in uno stigma con il quale si relega il suo autore nel campo dei populismi antieuropei e antipolitici. In realtà Podemos, come Syriza e altre formazioni politiche di sinistra anche in Italia, sono molto più europeiste dei partiti politici tradizionali, salvo ritenere che per salvare l’Europa (non tanto dagli euroscettici, quanto piuttosto dalla perdita di credibilità e legittimazione democratica dell’attuale Unione Europea) si debbano cambiare in radice le politiche depressive e liberiste che, come un ossimoro, l’Unione ha combinato negli ultimi anni.

Nella foto: Mariano Rajoy, il leader del Partito Popolare Spagnolo

Nella foto: Mariano Rajoy, il leader del Partito Popolare Spagnolo

Non è peraltro da sottovalutare il fatto che l’affluenza alle urne in Spagna in questa tornata elettorale è stata del 73,2%, superiore al 68,9 del 2011, e comunque in controtendenza rispetto agli altri grandi paesi dell’UE che hanno visto di recente un vero e proprio crollo della partecipazione al voto, fino ad avere maggioranze in Parlamento non legittimate da una maggioranza di elettori che partecipano al voto. Possiamo dire che la presenza di Podemos e Ciudadanos hanno costituito un argine all’allontanamento dalle urne di molti spagnoli (insieme i due partiti, molto diversi fra loro, ma entrambi assenti nelle elezioni politiche precedenti, raccolgono oltre 8,6 milioni di voti) e, dunque, non capisco come possano essere definiti semplicemente espressione dell’antipolitica. Al contrario i due partiti tradizionali, Partido Popular e Partido Socialista Obrero Español, registrano una vera emorragia di voti: il primo passa da 10.866.566 voti nel 2011 agli odierni 7.215.530 (-15,34%), mentre il secondo da 7.003.511 voti a 5.530.693 (-6,38%). Sono questi, piuttosto, i partiti che allontanano i cittadini dalla politica.

Nella foto: Albert Rivera, presidente di Ciudadanos

Nella foto: Albert Rivera, presidente di Ciudadanos

Questa tendenza si osserva un po’ in tutti i maggiori paesi europei: i partiti tradizionali, storici o che comunque incarnano il “sistema” perdono voti ovunque (in Francia come in Italia, in Germania come in Gran Bretagna). Finisce il voto di appartenenza perché, per i più diversi motivi, questi partiti non riescono più ad interpretare bisogni, problemi, aspirazioni contemporanee; non riescono più a distinguersi nettamente fra di loro e non appaiono in grado né intenzionati a cambiare il sistema economico, sociale, culturale vigente. Questi partiti ispirano progressivamente sempre meno fiducia in un elettorato che non li distingue più e li considera tutti egualmente inetti o conniventi rispetto ad un sistema che erode la stessa possibilità di un futuro migliore per sé e per i propri figli. Talvolta la solitudine, l’insicurezza, la paura, la disillusione o l’egoismo prendono il sopravvento e le persone abbandonano la loro funzione di elettori, lasciano la politica ai propri giochi, le volta le spalle, oppure per protesta o disperazione vota partiti che ritengono faranno saltare il tappo: può essere di volta in volta un partito di ispirazione razzista o comunque teso a immaginare società chiuse, come il Front National, la Lega Nord e il M5S, Alba Dorata in Grecia. Altre volte cercano formazioni che propongono nuove idee di solidarietà, di protezione dei più deboli, di eguaglianza, ed è il caso di Podemos o di Syriza. Sono anche queste il frutto dello scoramento, della fragilità, dell’insicurezza del domani, ma sono risposte che tendono ad essere avanzate, di nuove idealità, di nuove speranze; che costruiscono nuovi legami sociali e si riferiscono a diversi attori sociali, certo meno strutturati di quelli di cui i partiti tradizionali erano referenti, ma non meno vitali o rappresentativi. I risultati delle elezioni spagnole ci parlano di una società che cambia profondamente, non di uno spostamento contingente di voti da un partito all’altra, magari per il fascino televisivo di un leader rispetto ad un altro. Qualcosa del genere sta avvenendo in tutta Europa e, francamente, sarebbe ben strano che ciò non avvenisse dopo 8 anni di crisi economica, sociale, culturale che ha drasticamente ridotto in quantità e in qualità la capacità produttiva di alcune delle maggiori economie del mondo, che ha destrutturato sistemi di welfare consolidati, che ha dimostrato fragili sistemi economici e ideologie di crescita illimitata che sembravano essere inossidabili. Non è alla vicenda contingente, alle dichiarazioni, ai posizionamenti di Rajoy piuttosto che di Iglesias, di Hollande o di Le Pen, di Cameron o di Renzi che dobbiamo prestare attenzione, bensì agli sconvolgimenti profondi del sistema politico dei paesi della vecchia Europa ancora immersa nella crisi (che da economica è diventata sociale, e sta, rapidamente, diventando politica e culturale). Ancora una volta ha ragione Massimo Cacciari quando su “La Stampa” del 21 dicembre, celebra il de profundis delle culture politiche (e dei loro interpreti partitici e individuali) che hanno costruito “lo straccio di unità politica europea che abbiamo oggi”. Se quelle culture politiche che affondano le proprie radici nel Novecento – quella cristiano popolare, come quella socialista o quella laico-liberale – vogliono ancora avere una funzione nel nuovo secolo e non scomparire travolte dallo tsunami o sommerse dall’innalzamento delle acque, devono affrontare, cercare di leggere e capire questi nuovi fenomeni sociali, le nuove culture politiche che dalle rovine del sistema che loro hanno incarnato stanno emergendo. Forse potranno così scoprire che vi sono ancora valori e idee utili e vitali in fondo (o all’inizio) della loro storia, che nel corso degli anni hanno abbandonato per uniformarsi sempre più al “sistema”; oppure troveranno linfa nuova per tornare ad essere riconosciuti come attori protagonisti di un cambiamento radicale di quel “sistema”; ma la difesa altera e sprezzante che bolla come antipolitica tutto ciò che è fuori dal loro raggio di comprensione, è destinata a fallire.

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