sanità, cambiare per rimanere primi

sanità, cambiare per rimanere primi

Firenze – Quasi un paradosso: proprio mentre in consiglio regionale inizia l’iter della riforma della sanità toscana (proposta di legge n. 396; percorso di partecipazione e concertazione; legge di riordino complessivo) le agenzie battono i risultati della cosiddetta “griglia Lea” nazionale , che ogni anno assegna punteggi che permettono di chiarire chi lavora meglio e chi peggio in sanità. Per i 31 livelli di assistenza scelti (tra cui i tassi di vaccinazione, i servizi agli anziani, i ricoveri ospedalieri appropriati e non, esami come la risonanza magnetica, controlli sulla sicurezza del lavoro) la “palma” del punteggio migliore 2013 va proprio alla Toscana. Una performance di tutto rispetto.
Ma allora perchè cambiare e cambiare in un modo tanto radicale, dando il via a una “impresa titanica “, come l’ha definita il presidente Enrico Rossi? Perchè, ha risposto lo stesso Rossi, “per mantenere il servizio sanitario pubblico, di qualità e per tutti, questo deve essere riformato e ristrutturato costantemente”. Senza parlare, ovviamente, dello tzunami dei tagli nazionali che ha investito il sistema da qualche anno a questa parte e che costringe a fare di necessità virtù. Dunque via alla ristrutturazione, alla riduzione del personale, al taglio dei primariati-doppione, con coraggio e determinazione, per non farsi schiacciare dalle difficoltà e poi “sentirci dire che si deve ricorrere alla sanità privata”, per non lasciare spazio alla destra “che quando si parla di licenzia menti nel privato parla di liberalizzazione, mentre quando si parla di servizi di Stato si chiude nello statalismo assistenzialistico e corporativo, anziché spingere a riorganizzare».
Sarà dura ma non si parte da zero, si parte dalle performance al top, come dimostrano la griglia Lea e gli indicatori degli esiti ospedalieri, e dai bilanci in pareggio e certificati. Ma di fronte a tagli nazionali, che per la Toscana ammontano a 440 milioni e che si aggiungono a quelli degli anni precedenti, nemmeno la più attenta spending review può bastare, mentre il ricorso alle leve fiscali non farebbe altro che penalizzare le possibilità di ripresa o colpire il lavoro dipendente.
Che migliorare i servizi spendendo meno non sia un ossimoro lo dimostra del resto tutta la più recente storia del servizio sanitario regionale. E il presidente Rossi invita a insistere su questa strada citando come esempi di cose da fare l’eliminazione dei primariati ridondanti, l’investimento sulla ricerca, un riequilibrio della “piramide riovesciata” tra infermieri e OSS, il superamento di una dimensione aziendale che risale a vent’anni fa, l’organizzazione per dipartimenti. Non ultima la riduzione del costo del personale, pari oggi a circa 2,5 miliardi di euro, di circa 100 milioni in due anni.
Spetta all’assessore Luigi Marroni, oltre che dettagliare la proposta, rincarare la dose: “Fino ad oggi – dice – abbiamo dimostrato che è possibile farcela. Perché allora la riforma? Perché tra tagli imposti a livello nazionale e costi emergenti (innovazione tecnologica, farmaci come quello per l’epatite, il cui costo è stimato in circa 40 milioni per il 2015), di fatto dobbiamo confrontarci con una contrazione reale di circa 350 milioni di euro. Questo stato di cose è strutturale e non contingente e rimarrà tale negli anni a venire, mentre noi vogliamo evitare un progressivo impoverimento del sistema e dei territori a cominciare da quelli più isolati e dagli ospedali piccoli, vogliamo evitare una politica della “lesina” di ottocentesca memoria, o addirittura di tagli indiscriminati e vogliamo invece affrontare la situazione in maniera strutturale. Il sistema, così come lo conosciamo, può farcela”.

di Susanna Cressati

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