Rossi: “Un Pd forte ed organizzato, una cultura nuova per la sinistra”

Rossi: “Un Pd forte ed organizzato, una cultura nuova per la sinistra”

Il quotidiano La Stampa pubblica nell’edizione di oggi un’intervista di Carlo Bertini ad Enrico Rossi, presidente uscente della Toscana e candidato del Pd e di Popolo Toscano alla rielezione. Vi riproponiamo l’intervista, che La Stampa titola “Impresentabili in lista? Renzi doveva impedirlo“, anche con le domande e le risposte che il quotidiano torinese non ha utilizzato (sono in corsivo).

 

Enrico Rossi, lei è d’accordo con l’immagine del derby usata da Renzi di una sinistra riformista costretta a combattere alle regionali contro una sinistra masochista?

La sinistra divisa non aiuta. La sinistra riformista e la sinistra radicale di testimonianza dovrebbero trovare dei ragionevoli punti di incontro. In Toscana abbiamo governato bene assieme e poi inspiegabilmente le forze di area Sel e Tsipras hanno preso un’altra strada. E’ un errore, perchè le divisioni a sinistra, come è noto, non fanno che favorire i populismi e le destre.

In Liguria si rischia con un candidato divisivo che può far perdere il Pd a beneficio di Forza Italia? E alla fine, su base nazionale, il Pd prenderà molto meno che alle europee secondo lei?

E’ un errore drammatico fatto da alcuni dirigenti, che stimo, ma che non avrebbero dovuto lasciare il PD rischiando così di consegnare una regione, con forti e antiche radici di sinistra, a una destra perdente e inaffidabile. Non mi piace l’espressione “voto utile”, preferisco il “voto libero” che è tale però se consente di vincere sulle destre.
Quanto ai risultati, è normale che ogni voto abbia il suo contesto e le sue ragioni. Inoltre, l’elettorato è mobile e la fotografia rispetto alle Europee è cambiata. Allora tra un Berlusconi decadente e in agonia, un comico predicatore, minaccioso e aggressivo, gli elettori scelsero Renzi, giovane e animato dalla voglia di cambiare. Oggi la foto è cambiata. Ma le differenze saranno anche da regione a regione. Ritengo, tuttavia, che nessuno potrà mettere in discussione la grande forza del PD e il suo consenso ampio nella società italiana.

Il premier-segretario ne ha detta un’altra che ha fatto rumore nei ranghi del partito: non è che senza Bersani e D’Alema non vi siano più dirigenti ex Ds nel Pd. Come a dire che la sinistra non è dove si siede la vecchia guardia che l’ha diretta. Concorda?

Sì concordo, ma non mi convince la “rottamazione” di cui Renzi è da sempre troppo invaghito. Ora bisogna costruire. Il paese ha bisogno di una sinistra nuova e diversa, con una nuova classe dirigente, non subalterna a vecchi leaders e capace di una nuova e profonda assunzione di responsabilità. I vecchi leaders hanno già vinto e perso diverse volte concludendo così la loro stagione di impegno nella politica concreta.

Liste piene di imbarcati di vario genere in Campania e non solo. Cosa ne pensa?

Gravissimo. Si sarebbe dovuti intervenire anche da Roma e bloccare ed espellere, evitare presenze imbarazzanti e insignificanti. In generale credo che abbiamo bisogno di indire una vasta conferenza organizzativa del partito, unico presupposto per occuparsi del dibattito tra anime diverse, dei rischi di scissioni, del modello organizzativo che intendiamo declinare. Penso sia necessario ripartire dalla militanza e dal ruolo degli attivisti, ragionando ampiamente sia sull’online che sull’offline. Andando a cercare fisicamente chi non ha rinnovato la tessera e chi attende che qualcuno gliela porti a casa. Nelle sezioni, mi dicono durante il mio giro elettorale, mancano le tessere del 2015. Ritengo sia molto grave. Renzi deve rendersene conto. Da solo non ce la fa neanche lui. Un grande paese, con grandi problemi non si riforma senza un grande partito strutturato e moderno. Radicato nei territori e dotato di una classe dirigente di qualità e ben selezionata. Non basta un leader. Occorrono tanti leaders.

Lei in Toscana avrà un altro problema, quello dell’astensione. La preoccupa?

Mi preoccupa molto. Ma diffido da chi utilizza la questione, che è seria, per attaccare le istituzioni e il mio partito. E’ un tema troppo serio che riguarda gli aspetti più profondi della vita democratica, dei legami, sociali, della rappresentanza e della forza delle istituzioni democratiche. Vado spesso davanti a fabbriche cancellate da un diktat di un consiglio di amministrazione lontano e invisibile che spezza e interrompe le vite dei lavoratori. Mi chiedo quale peso, quale ruolo ha la democrazia e la politica, indebolite e fragili (debolezza e fragilità a cui ormai siamo miseramente abituati) in queste vicende? Siamo ancora in grado di difendere il lavoro? Di rendere concreto l’art 1 della Costituzione? Senza quell’articolo non regge la nostra democrazia, che è fondata sul lavoro e sull’integrazione tra Stato e cittadini. Il capitalismo in questi lustri è molto cambiato e la sinistra non è stata all’altezza delle sfide, anche teoriche, che esso ha posto. Ritengo sia necessario partire da un nuovo ‘internazionalismo’ che prenda le mosse dal sentiero interrotto nei primi anni Ottanta con le analisi di W. Brandt, E. Berlinguer, Peter Glotz. Allora la sinistra era ancora capace di una visione globale, senza la quale essa perde aderenza e si rinchiude negli egoismi nazionali e nelle prassi di governo delle socialdemocrazie, che non sono state neanche in grado di completare il processo di integrazione europea e di uscire da un sovranismo nazionale ormai consunto e inadeguato. Occorre un grande sforzo culturale e politico. Questa è la sfida della sinistra, se essa saprà assumerla.

Una campagna elettorale con insegnanti e pensionati in sofferenza non è una passeggiata. Qualche errore di gestione o suggerimenti da dare?

Ho trovato importante l’annuncio di Renzi di non voler redistribuire interamente la quota di pensioni come disposto da una sentenza della corte, che non condivido. Ad ogni modo è fondamentale porre il tema delle diseguaglianze anche in questo caso e ripartire dalle pensioni minime e da fame che tengono nella miseria milioni di donne e uomini. La riforma della scuola va fatta. Il mio consiglio è quello di convocare i sindacati, se necessario anche notte e giorno, finché non si trova un accordo. E’ in gioco una tra le più importanti infrastrutture della nostra vita democratica.

Lei che con Bersani aveva una forte sintonia, ha qualche rilievo da fargli? Ad esempio, ritiene abbia sbagliato a non votare la fiducia?

Provo molto affetto per Bersani e mi ha commosso un suo recente comizio a Piacenza, in cui ragionando del tema dell’immigrazione ha invitato la sinistra a non “farsi indurire” il cuore e a non rinunciare ai suoi ideali di giustizia e solidarietà. Mi piace meno Bersani quando interviene nel dibattito politico e non coglie che riforma elettorale e riforma istituzionale sono necessarie. Ricordo le elezioni del 2013 quando a causa del sistema elettorale apparve tutta intera l’incapacità di dar vita a un governo e il Pd era in paralisi, stretto tra tra il dover pietire un’alleanza con Grillo e l’ipotesi di un accordo con FI privo di basi e innaturale, almeno rispetto al percorso politico avviato. Anche sul monocamerlismo ritegno si debba andare avanti. A me non piace tutto della riforma del Titolo V, mi auguro però che si possa dar vita a un Senato delle Regioni dando voce e ascolto alle Regioni. Fermarsi ora su queste importanti riforme sarebbe esiziale.
La politica è così debole e poco efficiente che anche in questo caso vale il discorso fatto prima per il PD. Il presupposto di fondo è che lo Stato si dia un’ organizzazione moderna ed efficiente, capace di radicarsi nella vita dei cittadini e di ricomporre il tessuto democratico. Altrimenti il rischio sarà quello di un paese sempre più povero e di una democrazia sempre più fragile e deteriorata.

 

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