IL PD HA VINTO, MA OCCHIO ALLE ASTENSIONI!


Si sa che i commenti sui dati elettorali son come la trippa: ognuno li può tirare come vuole, a seconda della convenienza. Ma, si direbbe, i numeri no; quelli sono pietre, solide, inequivocabili. Tuttavia, neppure su di essi possiamo poggiare sempre fermo il piede. O meglio, ogni dato è in sé certo, ma talvolta possono essere contraddittori o non perfettamente coerenti fra di loro. Prendiamo, ad esempio, i voti in termini assoluti conquistati dal PD alle recenti elezioni regionali in Toscana: ha oggettivamente ragione il segretario regionale del PD Parrini a dire che il PD tiene mantenendo, grosso modo, lo stesso numero di voti del 2010.

Infatti alle elezioni regionali del 2010 (le sole con cui, sotto il profilo delle scelte politiche, ha senso confrontare quelle del 2015) il PD aveva 641.214 voti (pari al 42,4%), mentre alle regionali del 2015 i voti sono stati 614.406 (46,35%, percentuale alta per effetto della maggiore astensione), cioè soltanto 26.808 voti di meno. Ben diverso il risultato dello stesso presidente eletto: Rossi nel 2010 ottiene 1.366.733 voti (59,73%) e nel 2015 solo 656.498 (48,03%), cioè 399.253 voti in meno. E’ in buona parte l’effetto della vocazione maggioritaria del PD: infatti nel 2010 il PD aveva una maggiore capacità di coalizione e aveva coalizzato attorno alla candidatura di Rossi altre forse politiche (Sel, Idv, Rifondazione Comunista, PcdI).

Quello del 2015 è il risultato di una deliberata scelta politica, certamente incentivata da una legge elettorale (per l’appunto voluta dal PD) che spingeva il partito di maggioranza relativo (forte anche del successo alle elezioni europee, inutile negarlo) a cercare di prendere tutta la posta puntando a superare al primo turno il 40% dei consensi, soglia oltre la quale scatta il premio di maggioranza. E’ una scelta che ha pagato (questa volta, ma le leggi elettorali dovrebbero avere un orizzonte temporale di efficacia più vasto di quello di una sola legislatura), ma ha avuto un costo: la legittimazione elettorale del presidente della Giunta Regionale, che è bene ricordare è l’architrave del sistema di governo delle regioni italiane, è scesa dal 59,7% al 48% sui voti validi, e dal 33,41% al 22% sugli elettori.

In una democrazia rappresentativa quale è la nostra e in un sistema di governo che, per quanto di tipo parlamentare, è incentrato sull’elezione diretta e forti poteri concentrati sul capo dell’esecutivo uale è quello regionale, una così bassa e decrescente (ormai dal 2005) legittimazione popolare rischia di diventare un problema strutturale che può addirittura toccare alcuni degli aspetti fondamentali di una democrazia. E’ pur vero, e significativo, che il candidato alla Presidenza Rossi ha ottenuto circa 32.000 voti più del PD, ma ciò non attenua il problema complessivo di rappresentatività delle istituzioni regionali. Peraltro, va anche evidenziato che il ritorno delle preferenze dopo 15 anni e l’ampio uso che ne hanno fatto gli elettori del PD (il 32%), non ha portato ad una maggiore partecipazione né a maggiori consensi al PD rispetto al 2010 (o se lo ha fatto, ha soltanto tamponato una fuga dal voto che sarebbe stata ben maggiore). Sottovalutare, come si sta facendo, questo tema può diventare esiziale.

E qui arriviamo al problema veramente pesante che queste elezioni regionali hanno evidenziato: la disaffezione al voto, l’astensione. Vero è che la scelta del giorno per le elezioni (31 maggio a ridosso del ponte) non è stato felice e vero è anche che elezioni parziali (7 regioni su 20) hanno contribuito a far perdere di attrattività al voto di domenica scorsa, tuttavia la crescita dell’astensionismo è un dato strutturale grave. Già fra il 2005 e il 2010 si era registrato un -10,6% dei votanti (dal 71,35% al 60,71%, corrispondenti a 329.194 elettori); nel 2015 il calo della partecipazione è stato di un ulteriore 12,4%, cioè 385.756 aventi diritto che hanno rinunciato ad esercitare questo diritto democratico.

Ora, il dato dell’astensione è invece assai proprio confrontarlo con l’ultima elezione in termini temporali, cioè con le europee, perché il dato dell’affluenza al voto non tanto attiene alla scelta politica e alle sue motivazioni, quanto ad un atteggiamento generale verso la politica e i partiti (anche se sono disposto ad ammettere che un certo peso può averlo la percezione dell’importanza dell’istituzione democratica per cui si è chiamati a votare e le Regioni non godono di buona reputazione. Ma è anche vero che in tutti i sondaggi di opinione la fiducia che gli italiani ripongono nei partiti politici è assai inferiore a quella nelle Regioni). Nelle elezioni europee del 2014 l’affluenza in Toscana fu del 66,7%, decisamente superiore a quella della media della circoscrizione dell’Italia centrale (61,8%), anche se in calo rispetto alle europee del 2009 (72,1%). Il dato significativo è che in un solo anno la partecipazione al voto in Toscana è calata del 18,4%. In termini assoluti il PD perde fra le europee 2014 e le regionali 2015 ben 454.773 elettori: dove sono andati a finire e perché si sono allontanati sarebbe domanda che tipicamente un partito popolare quale indubbiamente è il PD dovrebbe seriamente porsi. Secondo uno studio Swg circa la metà di questi sono finiti nel non-voto: il 22% degli elettori PD del 2014 non ha trovato un motivo sufficiente per ripetere la stessa opzione ad un anno di distanza. Il fatto che con 454.773 elettori in meno il PD abbia potuto ugualmente vincere le elezioni regionali e ottenere una forte rappresentanza in Consiglio Regionale (24 consiglieri su 40), non dovrebbe far perdere di vista la gravità di questa emorragia. E non solo per il PD: se si vuole essere partito della nazione in un senso non banale, si deve comprendere il peso della responsabilità di una progressiva e, apparentemente, inarrestabile restringimento della rappresentatività delle istituzioni democratiche del paese.

di Simone Siliani

Nella foto di copertina: La conferenza stampa di commento del risultato elettorale del segretario regionale del Pd Dario Parrini e del riconfermato Presidente della Toscana Enrico Rossi.