Rossi a Riga per spiegare il modello della Toscana centrale

Rossi a Riga per spiegare il modello della Toscana centrale

Quale sarà il futuro delle città nella dimensione europea? Quanto pesano già oggi le aree urbane nelle prospettive di uscita dalla crisi e di sviluppo in Europa? Di questo discutono a Riga, capitale della Lettonia, paese cui spetta la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea fino al prossimo 30 giugno, i Ministri per la Coesione Territoriale dei 28 paesi membri della UE. Con loro, in rappresentanza della Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime europee, ci sarà anche Enrico Rossi, in quanto vicepresidente della CRPM con delega alle politiche di coesione.

Sono temi strategici quelli che si discuteranno a Riga perché è proprio nelle aree urbane che si concentrano gli effetti sociali della crisi di sistema in cui si trova il continente, ma anche le funzioni pregiate (produttive, di servizi e di innovazioni di prodotto e di sistema) su cui poter far ruotare una possibile prospettiva di fuoriuscita dalla crisi e di sviluppo.

La riscoperta delle città in quanto centri di uno sviluppo regionale più ampio e centri dei processi di evoluzione della globalizzazione è ormai avvenuta qualche decennio fa e ha trovato una comunità di studiosi, quelli della “nuova geografia economica” (da Saskia Sassen a Edward Glaeser), che ne hanno fatto oggetto di ampie riflessioni. Ma per lo più questi studiosi tendevano a sottolineare come nelle grandi aree metropolitane venissero a concentrarsi le funzioni economiche della globalizzazione, con la tendenza ad organizzare una gerarchia dello sviluppo con perno sulle città e progressiva riduzione del ruolo dei territori circostanti (sedi al massimo di funzioni residenziali e logistiche) e delle regioni stesse. Si trattava di grandi città caratterizzate da monofunzionalità, protagoniste della competizione internazionale.

Ma il dibattito scientifico e, ancor più, le analisi e gli orientamenti politici degli ultimi anni si stanno muovendo in una direzione diversa, quella della valorizzazione delle aree urbane di piccole e medie dimensioni, nelle quali è chiaramente visibile una gerarchia più articolata di dislocazione di funzioni e anche di governance. Gli studi dimostrano che, se è vero che le funzioni di massimo livello dell’economia mondiale (sempre più caratterizzata dall’integrazione di finanza, centri direzionali e alta tecnologia) continuano ad essere concentrate nelle grandi città globali, esiste un modello diverso di aree urbane inserite in regioni più vaste con una elevata capacità competitiva e integrazione fra qualità delle vita, funzioni produttive innovative, nelle quali le politiche pubbliche (europee, statali e regionali) sostengono progetti di sviluppo che possono trainare l’intera area. Le istituzioni europee da tempo dedicano attenzione a questo fenomeno, che ha trovato una prima importante esplicitazione nella Carta di Lipsia, adottata nel maggio 2007 dal consiglio dei Ministri territoriali europei. Questa elaborazione trova nell’incontro di Riga del 10-11 giugno un ulteriore importante passaggio, tanto in coincidenza del nuovo ciclo di programmazione dei fondi europei 2014-2020, quanto nella prospettiva del post 2020.

Queste aree urbane comprendono spesso alcuni dei tradizionali distretti industriali che, appunto, riescono a reagire alle difficoltà create dalla crisi proprio in virtù della molteplicità di funzioni pregiate che l’area urbana più vasta raccoglie e integra: come sottolinea Rossi nel suo intervento, “Distretto produttivo e città non sono due mondi distinti, costituiscono casomai nodi di una rete territoriale in cui emerge da un lato, il ruolo della specializzazione produttiva manifatturiera, la nuova manifattura intelligente, mentre nell’altro sempre maggiore enfasi è dedicata al ruolo della residenzialità, dei connessi problemi riguardanti la dimensione demografica (giovani, anziani, immigrati) e a quello della fornitura di servizi avanzati per le imprese”.

Infatti, sono sempre maggiori gli studi (1) che evidenziano che non vi è un solo modello di sviluppo per tutte le città e che, soprattutto le città medie e piccole, traggono grandi benefici di ordine economico dal loro inserirsi in una rete di relazioni regionali e internazionali con altre realtà simili e dalla diversificazione di funzioni e attività: è la varietà e non la specializzazione funzionale di queste aree urbane che le rende più resilienti e reattive nei momenti di crisi, nonché più capaci di trasmettere le innovazioni ed acquisirne i benefici.

E’ una condizione tipica delle aree urbane policentriche (come in Toscana) e consente una maggiore competitività territoriale, cosa che coincide con gli indirizzi dell’Unione Europea. Ma perché questo policentrismo e questa varietà funzionale si sviluppino, occorre che i sistemi urbani siano caratterizzati da una solida struttura gerarchica o comunque dalla coesistenza di un centro urbano ricco di funzioni rare (metropolitane) con altri centri altrettanto forti e caratterizzati da una maggiore specializzazione funzionale.

E’ un po’ il modello dell’area della Toscana centrale che arriva fino alla costa lungo l’asse dell’Arno, su cui insistono un centro con funzioni metropolitane (Firenze) e centri caratterizzati funzionalmente (Prato per il tessile, Pistoia per il vivaismo, la zona del cuoio, ecc.), di cui ha spesso parlato Enrico Rossi.

Eppure questa forte competitività di tali aree urbane ha bisogno di un playmaker per potersi realizzare, consolidare nel tempo e portare benefici di lunga durata. Per questo sono necessari forti investimenti in Ricerca e Sviluppo, innovazione, formazione, infrastrutture moderne che, oggi, sono possibili solo attraverso i fondi dell’Unione Europea che, sempre di più richiedono capacità di selezione nelle politiche e di governo. Questo è il ruolo delle Regioni Unione Europea, sono attori decisivi per guidare simili processi. Diversamente da quello su cui i diversi governi italiani hanno ritenuto dovessero incardinarsi i governi delle aree urbane complesse, cioè sulle singole città capoluogo (troppo autoreferenziali per comprendere e promuovere la diversificazione funzionale) o sulle nuove istituzioni metropolitane (troppo deboli strutturalmente ed economicamente, prive di forte legittimazione popolare e dunque di relazioni con gli stakeholders del territorio). Non possono che essere le Regioni uno dei punti di riferimento centrali della strategia per le aree urbane e questo sarà ciò che emergerà dall’incontro di Riga e di cui vedremo gli effetti durante il prossimo decennio in Europa.

di Simone Siliani

(1) v. “Competitività urbana e policentrismo in Europa. Quale ruolo per le città metropolitane e le città medie” a cura di C.Agnoletti, R.Camagni, S.Iommi, P. Lattarulo, il Mulino, 2015

Nella foto di copertina: Enrico Rossi lungo il fiume Daugava, a Riga, dove domani interverrà, in qualità di rappresentante (è vicepresidente con delega alle politiche di coesione)) della Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime europee alla Conferenza dei Ministri per la Coesione Territoriale dei 28 paesi membri della Ue.

 

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