LA SFIDA DI ROSSI E DEL PD TOSCANO

LA SFIDA DI ROSSI E DEL PD TOSCANO

In Toscana fra poco più di un paio di mesi si andrà a votare per eleggere il nuovo presidente della Regione e le varie squadre si stanno organizzando. Alcune hanno già individuato il candidato-capitano: il Pd ha confermato l’uscente Enrico Rossi e i grillini puntano su Giacomo Giannarelli, mentre è ancora grande la confusione sotto il cielo del centrodestra. Tuttavia molte formazioni saranno assai diverse rispetto al 2010. Soprattutto a sinistra.
Sinistra ecologia e libertà, infatti, ha deciso di rompere col Pd e di non sostenere Rossi, proponendosi, in nome di Tzipras, come catalizzatore di una proposta alternativa al presidente uscente e richiamando all’appello non solo le altre formazioni della sinistra cosiddetta radicale, ma anche rivolgendosi esplicitamente a pezzi di sindacato e a parti del Pd (si veda l’ordine del giorno approvato dall’assemblea regionale di Sel il 21 febbraio). E’ uno strappo profondo.

Cinque anni fa Rossi fu eletto presidente della Toscana con oltre un milione di voti, qualche migliaio in più rispetto alla somma dei voti dei partiti che lo sostenevano. Rossi guidava una coalizione di centrosinistra molto larga: oltre al Pd ne facevano parte anche l’Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà; Federazione della Sinistra (cioè Rifondazione comunista, più Comunisti italiani e Verdi). Un’alleanza che, a un certo punto, sembrava potersi espandere anche al centro moderato rappresentato dall’Udc (che a livello nazionale già aveva abbandonato Berlusconi e il centrodestra). Poi l’allargamento non ci fu, ma un effetto politico venne ugualmente prodotto spingendo l’Udc a correre da sola alle regionali.

Cinque anni dopo la situazione nel centrosinistra è parecchio mutata. E non poteva essere altrimenti dopo quanto è successo alle elezioni politiche del 2013. A febbraio di due anni fa s’è scoperto che l’esistenza di tre partiti (Pd, Pdl e la new entry Movimento 5 Stelle) delle stesse dimensioni metteva in discussione il bipolarismo fra coalizioni il quanto più possibile larghe fin lì conosciuto. Quel che è successo dopo è noto: la coalizione Italia Bene Comune (Pd, Sel, Tabacci) non ha retto alla sconfitta, a livello nazionale c’è un governo di cosiddette larghe (poi rimpicciolite con la nascita di Ncd) intese e il Pd con Renzi ha una nuova leadership sia al partito sia al governo. Un Pd che alle scorse europee tocca il suo record storico in termini percentuali (40,8%) superando gli 11 milioni di voti. In Toscana quel 25 maggio i democratici superano il 56% incassando oltre 1 milione di voti, circa 200mila in più rispetto alle politiche di un anno prima, nonostante la partecipazione al voto nel frattempo fosse calata dal 79% al 67% (circa 400 mila elettori in meno).
E’ evidente, quindi, che la questione delle alleanze non è una questione numerica, ma politica.
Con la nuova legge elettorale toscana, infatti, i democratici e Rossi potrebbero tranquillamente fare da soli. Il nuovo sistema, infatti, prevede che vince chi arriva almeno al 40% dei voti e (questa la vera novità), se nessuno ci arriva, si va al ballottaggio fra i primi due candidati-presidente. Significa che per il Pd e per Rossi la costruzione di una coalizione non potrà più essere uno stato di necessità (per battere il centrodestra), bensì un atto di volontà. Più che in passato, cioè, il Pd e tutti i partiti di centrosinistra si trovano di fronte alla necessità di costruire una proposta per fare qualcosa e non contro qualcuno. E forse non è una coincidenza che proprio nel giorno in cui Sel dà l’addio a Rossi e al Pd, altri esponenti della cosiddetta sinistra radicale abbiano presentato un ricorso per bloccare la nuova legge elettorale e, quindi, il diritto-dovere dei toscani di decidere direttamente da chi e per che cosa essere governati per i prossimi 5 anni.
Il metro, ora davvero unico, con cui misurare i possibili alleati, dunque, è il programma, le cose da fare. E’ su questo terreno quindi che Rossi e il Pd verificheranno, ad esempio, la possibilità dell’intesa con Popolo Toscano, la lista civica promossa da esponenti ex Idv, Psi, Udc e Lega. Una verifica a cui, invece, Sel ha preventivamente rinunciato. Ed è evidente, quindi, che la decisione di Sel (che in origine proprio per sfidare il Pd nel campo riformista guardava all’adesione al Pse) è essenzialmente quella di sfuggire a questo terreno di confronto per tornare a lidi più noti e quindi più sicuri, ricomponendo in qualche modo la scissione da Rifondazione comunista. Una scelta più identitaria (il timore di avere concorrenti alla propria sinistra) che programmatica. Del resto è assai difficile etichettare il governo Rossi come regressivo e il Pd come partito “neo-centrista” orfano di un’anima di sinistra, come accusa Sel. Lo dicono le scelte fatte dalla Toscana sulla tutela dell’ambiente, sulla difesa e promozione delle realtà produttive, sulla sanità, sui servizi pubblici e sulle infrastrutture. Lo dice la storia stessa della sinistra toscana che da sempre è sinistra di governo e quindi misurata dai cittadini in base alle scelte concretamente fatte piuttosto che alle enunciazioni scandite. Una storia che obbliga la sinistra toscana a guardare avanti proprio per evitare che le fondamenta del suo buon governo siano frantumate dalla paura di scegliere. E’ possibile, quindi, che su questa strada Rossi e il Pd possano trovare a sinistra, nel mondo del lavoro, dell’associazionismo, della cultura nuovi alleati che non si accontentano di auto-etichettarsi dii sinistra, ma che vogliono continuare a fare scelte di governo e di sinistra.

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