QUALCHE APPUNTO SULLA SINISTRA

QUALCHE APPUNTO SULLA SINISTRA

di Peppe Provenzano*
- Ho molto rispetto per chi ha deciso di uscire dal PD e aderire al percorso di Sinistra italiana. La ritengo una scelta sbagliata, ma è insopportabile la derisione, lo sberleffo che ho visto, sui social e sui giornali, rivolto a compagni, come Stefano Fassina e Alfredo D’Attore (o addirittura Carlo Galli), da parte di una classe dirigente di illetterati e professionisti della politica nel senso deteriore (cioè, persone che senza la politica non avrebbero una professione, carrieristi) che popola, non da oggi, il PD (e che non a caso, in larga parte, quando questi avevano posizioni di potere li vezzeggiava e ossequiava). Non credo si tratti soltanto di un fenomeno parlamentare, di ceto politico, ma che riguardi anche tanti militanti di cui il PD avrebbe straordinario bisogno, se volesse davvero svolgere un ruolo di profondo cambiamento della società. Pertanto, ritengo che questo processo sia anche un danno per il PD da imputare agli errori della sua attuale leadership, riassumibili nella formula, un po’ semplicistica, dell’evoluzione verso il Partito della nazione. La nazione così com’è, riproducendone i rapporti di forza e le ingiustizie.

Tuttavia, come dicevo, la ritengo una scelta sbagliata. Perché la storia ci insegna e la cronaca ci dimostra che, in questi casi, la deriva è quella di un ennesimo scontro a sinistra, perché si compete sullo stesso bacino di idee (che non sono nient’affato radicali, ma si radicalizzeranno con la gara a chi è più puro e più fedele: concetti temibili, questi, nella politica quanto nella vita) e di militanti, contribuendo a dividere un popolo, un piccolo pezzo di popolo, che dovrebbe invece rimanere unito. La polemica con il PD, infatti, in realtà nasconde una polemica con chi nel PD si sente ed è di sinistra. Peraltro, ha avuto l’effetto immediato di favorire da un lato la deriva centrista del PD (Renzi lo ha già detto: mi difendo dalla destra e dalla sinistra, per me pari sono) e dall’altro l’identificazione del PD nel PDR (Partito di Renzi). Badate, entrambe queste derive fanno male non tanto a chi rimane nel PD essendo di sinistra, fanno male alla democrazia italiana: impedendo di fatto un’alternanza tra destra e sinistra e contribuendo a marcare il carattere trasformistico e personalistico che è un vizio antico della vita politica italiana. Non è detto che questo non sia proprio il disegno di Renzi, ma allora avrebbe trovato un oggettivo alleato proprio nel Fassina che dichiara improvvidamente sul M5S a Roma, accreditando i grillini come l’unica alternativa attuale e reale al renzismo: uno dei principali punti di forza del renzismo. Ora, è evidente che sia possibile – e mi pare questa la posizione di D’Attorre e Galli – avere un altro atteggiamento, tenere unito questo popolo, questo piccolo pezzo di popolo, al di là delle scelte partitiche contingenti, per preparare un’alternativa politica e culturale di sinistra, in quest’Europa, in questa Italia. Ma non è facile, temo che la polemica prenderà il sopravvento, e la tattica si mangerà la strategia. Tuttavia, per esser chiari, anche in questo scenario migliore, ritengo la “fuoriuscita” una scelta discutibile, per la ragione evidente che nessuna prospettiva credibile di governo si realizza senza quel tanto di sinistra e di progressismo che è nel PD. E allora, se poi ti ci devi alleare, che senso ha uscire?

Sono impressioni, congetture, molto dipenderà dal concreto sviluppo di questo percorso. Io lo seguirò con attenzione e rispetto. Resta il problema dell’evoluzione del PD, al di là delle singole scelte di governo. Il malessere e le turbolenze della sinistra italiana a mio avviso portano in tempi brevi a un redde rationem nel PD: tra un Partito della nazione o comunque partito di centro, e un partito di sinistra, con tutti gli aggettivi che volete, ma di sinistra. Servirebbe un congresso vero, ma in qualsiasi forma questo redde rationem arriverà. E a quel punto ciascuno, al di là dei posizionamenti e delle convenienze, al di là voglio dire persino dello stesso Renzi, dovrà scegliere, facendo i conti innanzitutto con se stesso e con quello che serve per avere il consenso del popolo. Sì, perché poi c’è anche il popolo. Che da tutto questo, purtroppo, è ancora separato.

* Ricercatore e firma dell’Huffington Post e dell’Unità

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