Mai più Mein Kampf

Mai più Mein Kampf

di Sara Ligutti

– Nelle scorse settimane ha fatto molto scalpore la decisione dell’ Istituto di Storia Contemporanea di Monaco di ripubblicare, essendo scaduti i diritti d’autore, il Mein Kampf, il manifesto dell’ideologia nazista scritto da Adolf Hitler, dopo settant’anni di assenza dagli scaffali delle librerie. Il testo è stato pubblicato in edizione critica, e stampato in poche migliaia di copie, che sono andate subito a ruba. Il volume è il frutto del lavoro, durato sei anni, di vari accademici ed è stato accolto dalle reazioni più disparate, compresa la paura, legittima, di un uso improprio del testo.

Nella foto. L'edizione critica di Main Kampf recentemente pubblicata in Germania

Nella foto: L’edizione critica di Mein Kampf, recentemente pubblicata in Germania

Tuttavia, un’edizione di questo tipo, annotata e commentata in maniera approfondita, serve proprio a evitare che le parole di Mein Kamp alimentino nuovamente il fuoco dell’odio e vengano mistificate. Anzi, un’edizione commentata serve a demistificare e smontare il pensiero del Terzo Reich. Comprendere e conoscere forniscono gli strumenti necessari per fare in modo che ciò che è stato non accada mai più.
Questo «mai più», questo rapporto con la memoria che ci permetterebbe, in teoria, di non ripetere gli stessi errori, assume un’importanza ancora più grande in una fase storica in cui l’odio, la violenza, la paura del diverso, l’egoismo e la totale mancanza di rispetto per le vite umane sembrano permeare tutto: che siano gli attentati sanguinosi dello Stato Islamico o quei «rimandiamoli a casa loro» rivolti ai migranti che tradiscono una deumanizzazione di persone che fuggono da guerre, fame e libertà negate.
Sempre a proposito del rapporto con la memoria, è interessante segnalare due film presenti nelle sale italiane in questi giorni: Il labirinto del silenzio e Il figlio di Saul. Entrambe le pellicole affrontano il tema della Memoria e della Shoa da due prospettive diverse e ugualmente interessanti.
Il labirinto del silenzio (Im Labyrinth des Schweigens) è un film tedesco del 2014 del regista italo-tedesco Giulio Ricciarelli che analizza le difficoltà della Germania nel secondo dopo guerra nell’affrontare i crimini di Auschwitz, celati da una fitta coltre di omertà, imposta da un paese che si è ritrovato a dover fare i conti con un passato recente troppo difficile da elaborare. La storia segue gli sforzi del giovane e idealista procuratore Johan Radman (condensazione narrativa di tre procuratori veramente esistiti) che, appoggiato dal procuratore generale Fritz Bauer e dal giornalista Thomas Gnielka, inizierà una battaglia solitaria volta a (provare) condannare tutti i mostri anonimi, comuni, banali (molti di più dei nomi al centro del Processo di Norimberga) che operarono nei campi di sterminio e a recuperare quella memoria che, altrimenti, rischiava di andare perduta. La narrazione si affida quasi completamente alla potenza evocativa delle parole, del racconto, piuttosto che delle immagini. Tramite le parole delle vittime interrogate da Radman affrontiamo un viaggio doloroso di ricerca del ricordo, scoprendo lentamente l’orrore fino ad allora poco conosciuto di un numero inconcepibile di vittime, degli esperimenti di Mengele, dell’orrore dei sopravvissuti.

Nella foto: Ottomila giovani delle scuole toscane al Mandela Forum di Firenze per il giorno della Memoria

Nella foto: Ottomila giovani delle scuole toscane al Mandela Forum di Firenze per il giorno della Memoria (27 gennaio 2016)

Il figlio di Saul (Saul fia) è una pellicola ungherese del 2015, diretta da László Nemes. Il film, ambientato nell’Ottobre 1944, affronta il tema poco trattato dei Sonderkommando, i gruppi di prigionieri ebrei isolati dal campo e costretti ad assistere i nazisti nella loro opera di sterminio. Una violenza nella violenza, una crudeltà nella crudeltà, che, proprio per questo, ha assunto quasi lo status di tabù. Il film questo tabù lo infrange e prova a raccontare l’orrore nell’orrore – attraverso la storia di un padre, Saul, che vuole dare degna sepoltura al proprio figlio – contribuendo così a recuperare un altro tassello di quella memoria che dobbiamo esercitare ogni giorno, per non dimenticare, per non ripetere «mai più».

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