Le mie primarie Pd, per Bernie Sanders


di Simone Siliani

- Ho partecipato alle primarie del Partito Democratico. Ma non di quello italiano, bensì di quello statunitense. I Democrats Abroad, articolazione estera dell’asinello americano, hanno organizzato il seggio presso la California State University di Firenze sabato passato dalle 15 alle 17. Un afflusso notevole, ordinato, allegro di persone, soprattutto giovani. Senza ansia, acrimonia, camarille, schieramenti, calcoli. Ovviamente, nessuno ti obbliga a versare un obolo per votare: c’è una scatola per le libere offerte, punto.
Avrei potuto votare anche via posta, ma in quel caso il mio voto sarebbe andato a cumularsi con quelli dello Stato (nel mio caso New York) in cui ho la residenza elettorale: anche questa una normale procedura elettorale che in Italia è ancora pura fantascienza, privando di fatto così molti italiani all’estero del diritto di voto.
Dunque, un centinaio di votanti alle primarie Dem a Firenze, tranquilli e sereni, che si sono espressi a maggioranza per Bernie Sanders, che scalda di più il cuore liberal dei democratici che vivono in Italia, ma anche molti voti a Hillary Rodham Clinton, perché dopo il presidente afro-americano c’è da rompere il tabù di genere nella storia della presidenza federale statunitense.
Anche io ho depositato la mia ballot votando Bernie, curioso di vedere l’effetto che faceva votare per un candidato vero alla presidenza che si autodefinisce socialista o socialdemocratico e che si presenta all’elettorato con una piattaforma che vede al primo posto l’obiettivo dell’uguaglianza o, almeno, la riduzione delle enormi disuguaglianze economiche, sociali, culturali che caratterizzano la società americana.
Quella della riduzione delle enormi e crescenti disuguaglianze nelle società moderne e a livello globale è la questione fondamentale che, a mio avviso, può contribuire a ridefinire insieme l’identità e la proposta di governo della sinistra, ovunque nel mondo. Sì, la sinistra, senza paura di pronunciare la parola; così come Sanders non ha avuto timore, negli Stati Uniti d’America niente meno, di definirsi socialdemocratico. Certo, non è sufficiente un esercizio linguistico – l’autodefinirsi “sinistra” o “socialista” – per creare una cultura politica, una piattaforma e un’azione di governo progressista, come purtroppo dimostrano non pochi leader e partiti politici europei autodefinitisi tali (e, dunque, iscritti alla “famiglia” politica europea dei “Democratici e Socialisti”) che non ci pensano un attimo a chiudere frontiere agli immigrati, alzare muri, sospendere il trattato di Schengen. Di più, non basta autodefinirsi “sinistra”, “egualitaristi”, “riformisti” per essere percepiti tali nel 2016 dagli altri. Ne ha parlato molto diffusamente Janell Ross in un commento sul Washington Post del 10/3/2016 (“Bernie Sander’s most vitriolic supporters really test the meaning of the word ‘progressive”). Sanders ha sì vinto, inaspettatamente, le primarie in Michigan, uno Stato grande con una percentuale alta di popolazione di colore, ma la sua difficoltà a convincere le minoranze, soprattutto afro-americana, mette fortemente in dubbio le sue possibilità di vincere la nomination del Partito Democratico. E questo mostra la sua difficoltà a tradurre la sua piattaforma fondata sulla lotta alle disuguaglianze in un progetto o in un messaggio capaci di coinvolgere proprio quei gruppi di elettori che maggiormente avrebbero da guadagnare se una piattaforma politica del genere fosse attuata a livello federale. In Michigan, dove pure ha vinto, Sanders ha avuto i voti di circa il 30% degli elettori neri, quando di solito arriva intorno al 10-15% di quell’elettorato (che invece vota massicciamente per Hillary Clinton). Ma senza i voti dei neri non si ottiene la nomination democratica perché essi compongono una grande parte della base elettorale del partito. L’articolo citato di Janell Ross evidenzia come fra i sostenitori di Sanders e talvolta lui stesso alberghino alcuni stereotipi razziali che stridono certamente con il suo messaggio contro la povertà. Ne è un esempio la frase di Sanders durante il dibattito fra i candidati democratici di domenica scorsa: “essere poveri significa essere neri ed essere neri vuol dire avere sperimentato la vita in un ghetto”. Sanders ha dovuto poi precisare, nei giorni seguenti, queste dichiarazioni oggi quai incomprensibili negli Stati Uniti, spiegando che “quando parliamo di ghetto, tradizionalmente stiamo parlando di comunità Afro-americane”, cosa che ha forse addirittura peggiorato la situazione.
Dunque, il problema del rapporto con la base nera del voto democratico è aperto davanti a Sanders che, finora, ha molto impostato la sua campagna cercando di ottenere risultati in Stati dominati dal voto dei bianchi, come il Kansas, il Nebraska, il Maine. Il punto è che lui ha a che fare con Hillary e Bill Clinton che da decenni hanno costruito solide relazioni con i leader e i votanti neri; mentre Sanders, essendo stato per molto tempo un indipendente, non è stato mai attivo nel Partito Democratico che, contrariamente a quanto si pensa da noi, ha una sua vita e una sua organizzazione, certo fondata sui momenti elettorali (che negli USA sono molti, frequenti e diffusi), ma non per questo meno concreta. Inoltre Sanders è stato eletto dal 1991 come senatore del Vermont, uno Stato bianco al 95%. Vi è poi il fatto che Sanders è molto bravo nei comizi, nei discorsi dal palco, ma ha prima evitato e poi ha tentato senza molti successi gli incontri in piccoli gruppi, nei luoghi di lavoro e di vita delle persone. Questione di impostazione di campagna elettorale: la Clinton è, invece, straordinaria in questo genere di approcci e ha basato molto la sua campagna su questa modalità (naturalmente amplificata dai mezzi di comunicazione di massa).
Vi è dunque un problema relativo al modo con cui un messaggio viene veicolato. Ma il messaggio è forte, attrattivo soprattutto di giovani che erano lontani dalla politica. Mentre il messaggio “centrista” è più debole, meno esaltante, forse più rassicurante, ma l’America di oggi sente meno il bisogno di messaggi confortevoli ed è più arrabbiata, frustrata, intimorita, fragile. Forse non tanto da scegliere Sanders come presidente (e forse neppure tanto da scegliere Trump), ma il problema dell’uguaglianza e dell’eccessiva disuguaglianza oggi è avvertito come tale e non più come una forza, come avvenuto negli ultimi decenni.
Se n’è accorto anche Tony Blair, il quale in una intervista congiunta al Guardian e al Financial Times a Wasgington, si è domandato seriamente del fenomeno per molti versi simile di Jeremy Corbyn e di Bernie Sanders, due leader anziani, con parole d’ordine per certi aspetti appartenenti ai valori tradizionali laburisti che però sono così attuali e attraenti, con un messaggio che “rompe la gabbia”. Ed è giunto alla conclusione che, per quanto diversi elementi concorrano all’affermarsi di queste proposte, quello decisivo è “la perdita di fiducia nel progressismo centrista”. Blair non sa capacitarsi del perché gli elettori scelgano leader che hanno scarsa capacità di eleggibilità, o perché questo requisito sia così poco influente nelle scelte degli elettori. Ma, nel caso di Corbyn sicuramente, gli elettori laburisti si sono incaricati di rovesciare questo assunto di Blair: un leader non ha una eleggibilità intrinseca, bensì ha quella che gli attribuiscono gli elettori. Così la base laburista ha costruito l’eleggibilità di Corbyn e sta rafforzando quella di Sanders, che partiva come candidato improbabile o impossibile. Lieto di essere stato sabato uno di questi.