LA “ROTAZIONE” ANTICORRUZIONE

LA “ROTAZIONE” ANTICORRUZIONE

Se bastasse inasprire le pene per debellare la violazione delle leggi, tutto sarebbe facile
(anche se, probabilmente, vivremmo in regimi di polizia ben poco democratici). Così, non sarà
l’innalzamento delle pene per i reati di corruzione, né la revisione dei termini di prescrizione
a debellare questo cancro che consuma la cultura della legalità, l’efficienza e la credibilità della
Pubblica Amministrazione. Renzi, invece, sembra voler indicare questo come il toccasana risolvere le
problematiche come quelle emerse dalle recenti indagini della magistratura. E, intanto, arriva
l’ennesimo ddl sulla corruzione in Parlamento. Vedremo quali mirabolanti cure verranno presentate
per curare il male endemico della corruzione. Intanto, però, si potrebbe cominciare con il capire
se e cosa non ha funzionato nella legge esistente in materia, che non risale allo Statuto Albertino,
né alla Prima Repubblica, bensì al 2012, cioè la legge n°190 recante “Disposizioni per la prevenzione
e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”. In base a questa legge tutte le amministrazioni pubbliche hanno fatto un Piano anticorruzione, hanno individuato le aree a più elevato rischio di corruzione, svolto corsi di formazione, realizzato una sezione del proprio sito internet dedicato alla trasparenza, approvato codici di autoregolamentazione e di comportamento, etc.

Sarebbe interessante, nel momento in cui il legislatore decide di emanare un nuovo disegno di legge
avente per oggetto la stessa materia, poter leggere un’analisi di ciò che la legge vigente ha o
meno prodotto, se non altro per orientare gli interventi correttivi o integrativi ritenuti più
opportuni. Ma sarà ben difficile poter leggere una relazione sugli effetti di una legge che ha
appena due anni di vita. Intanto però, alla luce della inquietante vicenda che vede coinvolto
un gran commis di Stato come Incalza, si potrebbe riflettere su un aspetto delle norme
anticorruzione vigenti. Il Piano Nazionale Anticorruzione, approvato nel settembre 2013 in
attuazione della L.190/2012, indica fra le varie misure che la pubblica amministrazione
dovrebbe assumere per prevenire la corruzione, la rotazione del personale addetto alle aree
a rischio di corruzione (quale certamente è tutto il settore delle opere pubbliche). Questa è
considerata “misura di importanza cruciale”, perché “l’alternanza tra più professionisti
nell’assunzione delle decisioni e nella gestione delle procedure,riduce il rischio che possano
crearsi relazioni particolari tra amministrazioni ed utenti, con il conseguente consolidarsi di
situazioni di privilegio e l’aspettativa a risposte illegali improntate alla collusione”. E’ una
misura di buon senso, già sostenuta nel 2003 in una Comunicazione della Commissione UE
che sosteneva che “gli incarichi di natura sensibile devono essere assunti a rotazione”.
Quando leggiamo che Incalza, come peraltro molti altri dirigenti apicali nelle amministrazioni
pubbliche, restano a capo delle stesso ufficio, nelle stesse mansioni e responsabilità, per un
tempo che si misura in decenni, resistendo al passare di ministri e governi, possiamo capire
che per affrontare questo problema non è utile cambiare il Codice Penale inasprendo le pene,
bensì semplicemente stabilire all’interno di ogni amministrazione delle regole che
automaticamente e senza deroghe stabilisca che oltre un numero ics di anni un dirigente deve
lasciare l’ufficio che guida (se esso è identificato come a rischio corruzione) e passare ad
altro incarico. D’altra parte è un principio questo del tutto coerente con il limite di mandati che
un sindaco o un presidente di Regione può assumere consecutivamente, attualmente stabilito
dalla legge e che trova anche in questa funzione preventiva di un eccessivo cumulo di potere
dovuto al mantenimento della stessa posizione, la sua ratio. Ma se vale, giustamente, per i
politici, tanto più dovrebbe valere per i burocrati che, anche in forza della normativa generale
che stabilisce la distinzione fra le funzioni di indirizzo in capo alla politica e quelli di gestione
(con vasti margini di autonomia organizzativa e finanziaria) alla burocrazia, si trovano, sotto
questo profilo, in una posizione ancor più delicata. Si dirà che non è facile scalzare posizioni
consolidate e di “dipendenza” dei politici dalle capacità operative e dal patrimonio informativo
storico detenuti dalla burocrazia. Sbagliato. Si può fare. Basta seguire le indicazioni, in verità
molto precise, del Piano Nazionale Anticorruzione: definire i criteri generali per assicurare la
rotazione, definire le procedure per selezionare e formare dirigenti che, a rotazione, devono
ricoprire queste funzioni in aree a rischio corruzione e affidare al responsabile della
prevenzione (di cui ogni amministrazione si è dotata) la verifica dell’effettiva rotazione degli
incarichi negli uffici. Il Piano è poi ulteriormente dettagliato nel definire le misure per
l’attuazione di queste disposizioni. Fra queste segnalerei:

- l’identificazione degli uffici nelle aree a rischio corruzione;

- l’individuazione delle modalità di attuazione della rotazione;

- l’identificazione degli uffici nelle aree a rischio corruzione;

 – l’individuazione delle modalità di attuazione della rotazione;

 – la definizione dei tempi di rotazione;

 – i percorsi di formazione e aggiornamento del personale al fine di creare competenze di carattere

trasversale e professionalità che possano essere utilizzate in una pluralità di settori;

 – la formazione, con attività preparatori di affiancamento, per il dirigente neo-incaricato

 e i collaboratori addetti, affinché questi acquisiscano le conoscenze necessarie per lo

 svolgimento della nuova attività;

 – la fissazione del limite minimo legale di permanenza nello stesso ufficio.

Tutte cose chiaramente indicate e fattibili, soprattutto in strutture con ampia disponibilità di personale come i Ministeri, le Regioni e i grandi Comuni. Un discorso a parte varrebbe per i piccoli comuni dove le figure professionali sono limitate, ma qui si aprirebbe il tema delle forme di collaborazione fra diversi comuni minori di aree omogenee anche al fine di economizzare risorse, oltre a selezionare personale e consentire la rotazione dei responsabili degli uffici.

La domanda corretta allora sarebbe: il Governo è in grado di monitorare quanto e come questa previsione legislativa sia stata applicata nelle amministrazioni periferiche e nelle proprie, oltre che negli enti locali? Non sembrerebbe, se è vero come è vero, che non soltanto Incalza ha mantenuto la sua funzione per decine di anni ma, una volta andato in pensione, gli è stato addirittura affidato un incarico perché potesse continuare la sua opera e mettere a disposizione le sue competenze ritenute irrinunciabili e insostituibili. E qui sale in rilievo l’insipienza della politica che non è sufficientemente autonoma e autorevole da saper imporre l’attuazione di norme che aiuterebbero in realtà il funzionamento dell’ente che si accingono a governare, nonché la completa dipendenza da una classe burocratica che, accanto a competenze indubbie, ha cumulato spazi di potere, ambiti di autonomia talvolta autoreferenziali e, dunque, un potere di ricatto soft sulla politica (“non si preoccupi ministro o sindaco, gliela risolvo io questa bega; ci penso io a gestire il tale problema, basta che mi dia il mandato; se lei non è esperto della materia, si affidi a me che sono 25 anni che bazzico questi ambienti”) che tende a falsare e a snaturare non solo il funzionamento dell’ente, ma il contenuto stesso della democrazia.

Ecco, dunque, che prima di mettere mano a nuove norme, sarebbe assai saggio cercare di indagare se, come e perché quelle vigenti abbiano così poco funzionato.

di Simone Siliani

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