La barriera Europa


di Simone Siliani

- L’opinione pubblica europea e i loro partiti, a partire da quelli italiani, assistono indifferenti  – intenti piuttosto alle proprie schermaglie o equilibri interni – al disfacimento dell’Europa e delle sue istituzioni. Mai come in questo momento tale esito appare concretamente alle viste, neppure durante il travagliato iter di ratifica del Trattato di Lisbona fra il primo referendum irlandese con esito negativo del giugno 2008 e lo slittamento della sua entrata in vigore nel 2009. Cittadini e politica non sembrano essersi resi conto di quanto disastroso sarebbero le conseguenze di questo fallimento che lascerebbe molti paesi europei in balia di movimenti reazionari, xenofobi ed isolazionisti: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, ma non ne sarebbe esente neppure la Francia, alcuni paesi del nord Europa, Romania, Bulgaria e i Baltici. A mio avviso, in questo fosco orizzonte non emergerebbe una sorta di Internazionale dell’egoismo che pure la Lega di Salvini ha tentato di evocare e convocare, bensì una crescita di conflittualità fra i singoli paesi che nessuna istituzione sovranazionale sarà più in grado di gestire e meno che mai ricondurre a ragione. Di fronte a questo possibile esito, anche il legittimo euroscetticismo di sinistra, cresciuto negli ultimi due anni in partiti e movimenti politici di sinistra in molti paesi (Grecia, Spagna, Italia) dovrebbe riflettere e mettere le proprie forse al servizio di un progetto di più forte integrazione europea, fondata su politiche e idee diverse da quelle fallimentari che l’hanno fin qui governata.

Sì, perché occorre preliminarmente prendere atto seriamente e senza sconti, del disastro delle politiche europee di questi anni di crisi economica, dell’inettitudine delle classi politiche che le hanno interpretate e della debolezza strutturale delle istituzioni in cui si è manifestata l’Europa stessa.

Infatti, inizia a farsi strada nell’opinione pubblica, in alcuni governi (come in quello italiano), fra i partiti politici (il Partito Socialista Europeo) la consapevolezza che le politiche di austerità sono state la peggiore risposta che si poteva dare alla crisi innescata dalla bolla finanziaria americana nel 2008 e trasformatasi in una crisi economica e sociale in Europa nel 2011. Thomas Piketty dice, non senza buone ragioni, che sono state proprio queste politiche indirizzate solo a contenere rapidamente i deficit pubblici fra il 2011 e il 2013 ad aver strozzato le possibilità di ripresa europea, mentre l’economia americana recuperava le perdite registrate durante la crisi (v. A New Deal for Europe”, in the New York Review of Books, febbraio 2016). Occorre ricordare che i socialdemocratici tedeschi e, in buona parte, i socialisti francesi sono ancora oggi sostenitori di queste politiche. In ogni caso gli interpreti delle politiche del rigore sono largamente responsabili del fallimento delle politiche economiche europee. Che peraltro hanno mancato di creare gli strumenti essenziali per ridurre l’impatto della crisi, come misure adeguate per fronteggiare la disoccupazione e per interventi di protezione sociale che non fossero in capo ai singoli Stati (i cui bilanci intanto venivano vincolati e ridotti a causa del Patto di Stabilità e Crescita, peraltro maggiormente negli Stati più indebitati che erano quelli in cui più forte è stato l’impatto sociale delle crisi e che, dunque, avrebbero avuto bisogno di questi strumenti), bensì affidati a fondi e strumenti Europei. Analogamente hanno tardato colpevolmente a dotarsi di strumenti per fronteggiare il manifestarsi di altri shock finanziari. E quando l’hanno fatto (con il Bail in) hanno introdotto forme di protezione che responsabilizzano, in caso forzoso di liquidazione di una banca, obbligazionisti e correntisti (oltre una certa soglia) ma non hanno istituito una garanzia comune europea sui depositi per evitare che una crisi locale ingeneri effetti a catena su un sistema più ampio (come avvenuto in Grecia la scorsa estate). Certo, è valso in questo caso l’egoismo della Germania che, una volta garantire le proprie banche molto esposte verso i paesi PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), temono che l’eccessiva dipendenza dei capitali delle banche dal debito pubblico di Stati come l’Italia possa creare crisi cui un ipotetico fondo comune europeo (evidentemente alimentato in misura sostanziale dalla Germania e altri paesi con economie più solide) dovrebbe far fronte. Ma questo egoismo blocca la crescita dell’intera Europa e rischia di innescare altre crisi.

L’Europa, poi, rischia di naufragare drammaticamente insieme ai profughi del Medio Oriente che si rifiuta, tutta insieme, di salvare e accogliere. L’inettitudine delle classi politiche europee, di destra e di sinistra, sta impedendo che si faccia la sola cosa ragionevole da fare: che l’Europa in quanto tale, con risorse europee, definisca la strategia, organizzi le strutture per creare dei corridoi umanitari sicuri che consentano ai profughi siriani (il cui numero cresce esponenzialmente in queste ore a causa dell’offensiva russo-siriana, della “melina” del governo turco le cui frontiere restano chiuse nonostante i 3 miliardi di euro di aiuti garantiti dall’Europa) di giungere sani e salvi in Europa e di essere accolti in tutti i paesi europei secondo quote prestabilite. Ne ha parlato, giustamente, Francesco Giavazzi sul Corriere della  Sera (Le cose che bisogna fare per salvare l’Europa), concependo i rifugiati come un’occasione e non solo come un problema, anche per sviluppare gli embrioni di alcuni elementi fondamentali per un’Unione più integrata: forze di sicurezza, bilancio e solidarietà.

Ma le classi politiche europee si rivelano affette da nanismo di fronte a questi problemi e possiamo star pur certi che nel Consiglio d’Europa del 18-19 febbraio prossimi dimostreranno la stessa indecisione ed egoismo che fino ad ora ha fatto fallire (a parte le foto di rito e il gossip di contorno) i summit precedenti. Se ciò accadrà intorno ai due temi all’ordine del giorno – il referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea e la questione migranti – l’Europa avrà fatto un ulteriore, forse decisivo, passo verso il baratro. Se il Consiglio europeo finirà con un nulla di fatto su questi due temi, si darà la stura a tutti gli isolazionismi nazionali, gli egoismi e le pulsioni xenofobe che stanno crescendo in seno all’Europa. Se se ne andasse la Gran Bretagna o se ad essa fossero concesse ulteriori condizioni  di privilegio, allora perché non alla Polonia, all’Ungheria, o alla Finlandia? Se il Consiglio europeo non avrà la forza di imporre una strategia comune nell’accoglienza ai profughi aiutando seriamente Grecia, Italia, Malta e altri Stati membri di confine ma, viceversa consentendo la sospensione di Shengen, chi e cosa potrà fermare Slovenia, Austria, Bulgaria, Ungheria dall’erigere altre barriere? Ma così l’Unione sarà finita, come ha detto Renzi a Ventotene qualche settimana fa.