IL PIANO DEBOLE DI JUNCKER

IL PIANO DEBOLE DI JUNCKER

Ebbe a dire Matteo Renzi nel novembre 2014, a margine del G20 in Australia, che lui e
Jean-Claude (leggi Juncker) si sarebbero certamente intesi La posizione di Juncker era in
quel momento in bilico per il suo coinvolgimento nella vicenda “Luxleaks” (l’elusione fiscale
di multinazionali durante il suo governo in Lussemburgo). Dall’altro lato Renzi temeva la
bocciatura della sua Legge di Stabilità da parte della Commissione Europea. I due si sono
sorretti a vicenda e ciò che sosteneva questa corrispondenza d’amorosi sensi era la
promessa del “Piano Juncker”, cioè quel Fondo europeo per gli investimenti strategici
(FEIS) che avrebbe dovuto – rapidamente – rilanciare la crescita in Europa e diventare
una vera “Finanziaria Europea”, con cifre e stanziamenti. Esso sarebbe dovuto essere
anche lo strumento attraverso il quale rendere più flessibile il Patto di Stabilità e Crescita,
cioè quelle politiche di austerità che tutti (o quasi) oggi riconoscono essere causa della
stagnazione economica.

Il Piano Juncker è stato approvato il 18 dicembre 2014 dal Consiglio dell’Unione Europea,
nella forma di un Fondo di garanzia da 21 miliardi di euro che, secondo le stime di
Bruxelles, dovrebbe attivare 315 miliardi di euro di investimenti, pubblici e privati, nei
prossimi tre anni (2015-2017). Il Regolamento del Fondo, proposto dalla Commissione UE
lo scorso 13 gennaio, dovrebbe essere definitivamente approvato dal Parlamento Europeo
entro giugno 2015.

Funzionerà, si domandano i più? Sarà sufficiente, si chiedono altri? Quale sarà la sua
governance? Presenta rischi e chi rischia?. Dove andranno questi soldi? Questioni
decisive che pochi si pongono, inondati come siamo dalla piena di ottimismo mediatico
sulle meravigliose sorti progressive del Piano. Invece, per quanto è dato ad oggi sapere (e
non è molto), è importante farsi queste domande.

No, non sarà sufficiente. Se anche il meccanismo immaginato (cioè garanzie per 21
miliardi che generano 315 miliardi di investimenti pubblico/privati, con un moltiplicatore
strepitoso, visti i precedenti, di 1:15) funzionasse, stiamo parlando dello 0,8% del PIL
europeo. Ben difficilmente questa misura potrà risollevare economie di paesi che durante
la crisi hanno perso percentuali a doppia cifra della propria capacità produttiva (l’Italia circa
il 25%).

Ma, almeno, sono fondi aggiuntivi (freschi) e sicuri? Neppure qui possiamo dare una
risposta completamente positiva. Infatti, i 21 miliardi del Fondo sono così composti: 2
vengono da disponibilità di bilancio UE, 3,3 vengono stornati dal programma “Connecting
Europe Facility” (un programma già esistente, per la mobilità e i trasporti), 2,7 da “Horizon
2020” (programma esistente su R&S), 8 da una riserva di accantonamento del bilancio UE
e 5 da riserve della BEI. I paesi membri potranno eventualmente fornire capitali al FEIS
(anche attraverso le banche nazionali); come anche gli investitori privati, ma vogliamo
scommettere che questi ultimi parteciperanno al finanziamento solo a livello dei singoli
progetti? Sì, perché il moltiplicatore stimato 1:15, si raggiungerebbe con un primo
moltiplicatore 1:3 derivante dai mercati finanziari e qui il rischio è tutto pubblico. A ciò si
aggiunge il secondo moltiplicatore 1:5 con l’intervento dei prvati, verosimilmente, sui
progetti ritenuti più redditizzi a regime per gli stessi privati.
Quindi pochi soldi sicuri, nuovi (freschi): fra 7 e 15 miliardi nei tre anni per tutta l’Europa.
Rischi per il pubblico (“junior tranches”) che potrà subire perdite fino ad esaurimento del
proprio investimento, mentre quello privato subità eventuali perdite solon dopo che l’intero
investimento pubblico andasse perduto: le perdite si socializzano, i profitto vanno ai privati.

Dove andranno questi investimenti? Siccome il Piano funziona nella misura in cui i singoli
progetti si dimostreranno capaci di attrarre investitori privati, si accettano scommesse su
quali paesi d’Europa saranno i maggiori attrattori di progetti. Quelli meglio organizzati e
meno colpiti dalla crisi del Centro e Nord Europa, o quelli più fragili e segnati dalla crisi del
Sud?

E siccome il FEIS finanzierà progetti su infrastrutture strategiche, infrastrutture di trasporto
in agglomerati industriali, istruzione, R&S, occupazione giovanile, con un reale valore
aggiunto, cioè capaci di remunerarsi, va da sé che vedremo verosimilmente una
concentrazione di progetti in paesi “locomotiva”, con una conseguente accentuazione delle
diseguaglianze interne fra i vari paesi UE.

A ciò si aggiunga che la ricerca di investitori privati si sta rivolgendo anche e soprattutto a
paesi extra-UE (arabi, asiatici) che, dunque, punteranno su progetti capaci di
massimizzare il ritorno sugli investimenti in tempi rapidi, piuttosto che su progetti dai
contenuti più spiccatamente sociali o ambientali.

Si dirà che i soldi del Piano Juncker non sono gli unici fondi europei destinati alla crescita.
E’ vero. Infatti anche i Fondi Strutturali e d’investimento, dei quali è appena iniziato il
nuovo ciclo di programmazione 2014-2020 hanno questa finalità e si tratta di 600 miliardi
(incluso il cofinanziamento) per tutto il settennato. Ma qui sorge un altro problema: mentre
è pacifico che gli Stati membri potranno utilizzare i fondi UE ancora disponibili del periodo
di programmazione 2007-2013 (cioè quelli che non hanno saputo spendere, ed è questa
una delle malattie endemiche anche dell’Italia), non è affatto chiaro se sarà possibile farlo
anche per i fondi del periodo 2014-2020. Anzi, a livello politico il PPE (partito di cui è
espressione Juncker) è decisamente contrario, se non altro perché in tal modo
aumenterebbe il peso dell’indirizzo pubblico sulla destinazione e gestione del FEIS.

Infine, la flessibilità sulle norme del Patto di Stabilità e Crescita. Gli Stati membri sono
incentivati a far confluire propri fondi di investimento sul FEIS perché questi non saranno
computati ai fini della misurazione dell’aggiustamento di bilancio del Patto. In caso di
sforamento del 3% del disavanzo, la Commissione UE non avvierà una procedura di
infrazione se tale sforamento sarà dovuto al contributo del paese membro al FEIS, ma lo
sforamento dovrà essere di entità ridotta (0,5%) e temporaneo, quindi supportato da un
piano di rientro dettagliato, documentato e monitorabile. Il paese dovrà, in tal caso,
presentare un piano di rientro e entrare sotto la tutela e il controllo delle istituzioni
europee.

Siamo di fronte, dunque, ad un Piano debole per entità, incapace di per sé di rilanciare la
domanda aggregata e quindi l’economia; che non cambia il rapporto fra pubblico e privato
(il pubblico rischia e non guida; il privato sceglie i rischi minori e massimizza i profitti); che
non tenta di ristabilire al coesione all’interno dell’Unione Europea, fra paesi forti e paesi più
deboli; che non fa della sostenibilità sociale e ambientale il criterio per la scelta dei progetti
finanziabili, bensì quello della loro remunerabilità finanziaria.
Certo,ancora molto è da determinare nel regolamento di uso del FEIS e si dovrà vedere
nella lista dei progetti quali saranno effettivamente scelti (è stata promessa trasparenza…),
ma le premesse e l’impostazione generale non sembrano foriere di grandi risultati.

di Simone Siliani

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