IL PARTITO NUOVO DI ENRICO ROSSI

IL PARTITO NUOVO DI ENRICO ROSSI

di Franco De Felice

- Firenze, 10 Ottobre 2015 – Deve aver toccato le corde giuste. Una marea ininterrotta di commenti e quasi tutti di condivisione. Fino a non pochi: “Enrico Rossi Segretario !!!!!!” (Vincenzo De Lisi). Oppure: ”Lei Presidente sarebbe il sindaco giusto per Roma”. E Rossi subito frena Alessandro Fiorini: “Grazie, ma è bene che il partito nuovo si dia anche la regola non scritta ma banale per cui sindaco di Roma è bene che sia un romano”. E via di questo passo e di questi toni.

Si parla del nuovo Pd (quello che dovrebbe venire dal Pci, dal Pds, dai Ds, dalla Margherita, il tutto confluito nel Pd attualmente a guida Matteo Renzi). Quasi un manifesto del nuovo partito sotto forma di favola: “C’era una volta…”.! Se ne parla dopo le annunciate dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma.
Che Enrico Rossi aveva commentato con un brevissimo post sul suo profilo Facebook: “Ignazio Marino si è dimesso. Mi vengono in mente a commento solo due famosissime frasi di Forrest Gump: “Stupido è chi lo stupido fa” e “La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita”. Il primo commento era stato di Daniela Sepe con una domanda di chiarimento a Rossi: “ Che vuol dire? Mi aspetterei qualcosa di più da lei!! Tira una brutta aria: se nemmeno lei ha il coraggio di dire la verità: ossia che questa vicenda è brutta assai”.

La risposta di Rossi non si è fatta attendere. Il post, stavolta è molto più lungo e più articolato e argomentato. Si parte sempre dalle vicende politiche della Capitale già dal titolo: “Le macerie di Roma”, nella prima parte, “e il partito nuovo” nella seconda.
E Rossi si mostra nella sua anima di ex Pci, con i valori e gli ideale dei comunisti berlingueriani, togliattiani e gramsciani, del partito di massa, con “una sezione per ogni campanile”, delle riunioni di sezione, del partito che sceglieva i suoi dirigenti e gli amministratori senza primarie aperte, ma dopo una discussione franca, di un partito che discuteva, senza distinzioni, di “questioni internazionali, nazionali, locali e perfino di quartiere e di strada, spaziando così dalla lotta per la pace fino al problema della lampadina fulminata. Quando questo tipo di approccio portava alla scelta di sindaci quali Petroselli e Vetere a Roma, Novelli a Torino, Gabbugiani a Firenze, Zangheri a Bologna, Valenzi a Napoli.
Bisogna rifare il partito nuovo, dunque.
Ma come, con quale natura? “E’ chiaro a tutti – scrive Rossi – che nessuno può pensare di ricostruire quel partito che non c’è più e che pure aveva tanti difetti di conformismo, di eccesso di gerarchia e di boria. Però un partito serio, organizzato, popolare dobbiamo costruirlo perché prima di tutto ne ha bisogno il Paese”.

Di seguito, il post che Enrico Rossi ha pubblicato questa mattina, sull’Huffington Post e su Facebook, dal titolo, ricordiamo, “Le macerie di Roma e il partito nuovo”.

C’era una volta un partito ben organizzato e popolare, di cui non vi dirò il nome perché ognuno deve essere libero di scegliere quello che più gli piace e che è più vicino alla sua esperienza e sensibilità.
Dunque; c’era una volta un partito che si era dato l’obiettivo, riuscendoci, di costruire una sezione per ogni campanile. Solitamente una volta alla settimana e di sera si riuniva un direttivo formato da poco più di una decina di compagni -così si chiamavamo tra loro perché era scontato che fossero anche amici – per discutere di tutti i temi politici ed economici e sociali che riguardavano e interessavano la vita della gente senza distinzione tra le questioni internazionali, nazionali, locali e perfino di quartiere e di strada, spaziando così dalla lotta per la pace nel mondo fino al problema della lampadina fulminata.
Si programmava, in queste riunioni, il lavoro politico da svolgere: un incontro, un volantinaggio davanti alle scuole o alle fabbriche o al mercato o persino casa per casa, sul tema più rilevante per le masse, per far conoscere la propria posizione, ovviamente discussa e approvata nel direttivo.
Più raramente, ma nei casi peggiori non meno di una volta ogni tre mesi, si teneva un’assemblea pubblica, a cui partecipava un dirigente provinciale o persino nazionale dello stesso partito o anche un esterno, un intellettuale, un giovane studioso per approfondire un argomento, confrontare posizioni anche diverse e dialogare con la società.
In questo partito si tenevano su vari temi anche tante riunioni degli iscritti, che duravano molto perché tutti parlavano molto e avevano diritto di parola. A volte le riunioni venivano aggiornate perché il tempo di una sera non bastava. Questo partito aveva l’ossessione della sintesi, che si faceva nelle conclusioni è che poi era la linea che tutti dovevano seguire con disciplina. Questa prassi in effetti rallentava il ritmo delle decisioni, ma questo inconveniente era in parte compensato dalla profondità e dall’ampiezza della discussione.
C’era una volta un partito dove l’onestà era un prerequisito per chi volesse andare a svolgere qualsiasi ruolo e dove si era molto attenti, se si avevano incarichi pubblici, a non esporsi troppo in frequentazioni con persone i cui legittimi interessi potevano interferire con l’ente in cui si avevano incarichi pubblici. C’era una volta un partito in cui per essere candidati a qualsiasi carica era necessario avere dimostrato innanzitutto passione politica, serietà e persino avere qualche competenza o almeno avere acquisito qualche esperienza in modo da portare un contributo reale nel consesso in cui si sarebbe andati a rappresentare i cittadini. Questo partito metteva al primo posto la lotta alla corruzione ma si poneva pure il problema di avere un progetto condiviso per governare le città e il Paese.
Quindi, c’era una volta un partito dove addirittura era assai raro diventare consiglieri, sindaci o altro ancora senza un retroterra che lo giustificasse.
Questo partito non ricorreva alle primarie, e tanto meno alle primarie aperte a chiunque passasse davanti alle sezioni o ai gazebi che allora in politica non esistevano, però era molto attento a presentare buone candidature e svolgeva per tempo ampie consultazioni finendo spesso per selezionare il più meritevole, il più bravo e disponibile e persino il più adatto ad un certo incarico. Questo partito aveva cura di non lasciarsi troppo influenzare dai media perché riteneva che fare politica e raccontarla fossero due mestieri profondamente diversi.
Poi, questo partito è stato travolto dalla storia. Dopo ancora rottamato. Ed era giusto che avvenisse così. Niente è eterno e niente è perfetto.
Però questo partito non avrebbe prodotto il disastro di Roma. Soprattutto, per dirla con L’Osservatore Romano, questo partito avrebbe impedito che Roma, “a due mesi dall’inizio del Giubileo avesse solo la certezza delle proprie macerie”.
Ora è chiaro a tutti che nessuno può pensare di ricostruire quel partito che non c’è più e che pure aveva tanti difetti di conformismo, di eccesso di gerarchia e di boria.
Però un partito serio, organizzato, popolare dobbiamo costruirlo perché prima di tutto ne ha bisogno il Paese.
La comunicazione è importante, la tv e il web sono indispensabili, il valore degli individui è insostituibile, l’apertura alla società è vitale ma un partito è un’associazione di persone a servizio di una causa e di una comunità. Quindi è una cosa maledettamente seria.
È venuto il momento di fare davvero una discussione sulla forma partito dentro il PD, prendendoci il tempo necessario.
Da questa dipende infatti la qualità della nostra democrazia e la qualità della nostra vita di cittadini italiani e di uomini e donne di sinistra che hanno ancora passione per la politica. Abbiamo bisogno di un partito nuovo, perché le persone ci sono ancora.

Quello che colpisce di questo post è il numero dei commenti e la loro qualità, quasi tutti di condivisione.
Mauro Del Nero: “Lo faccia alla svelta questo nuovo partito. Quello vecchio lo rimpiangiamo. E quello odierno non lo capiamo più. Lo faccia alla svelta e, se sarà coerente con quello che promette, se non farà troppe giravolte per conquistare le poltrone, se saprà riconoscere la gente onesta e si circonderà di loro, sono sicuro che saremo in molti a seguirla. Però mi raccomando. Lo faccia alla svelta. Perchè qui il tempo sta quasi per scadere”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Francesco Papiani: “ La migliore analisi letta su quella che è la crisi del nostro PD. Se resto ancora, nonostante tutto, con una tessera in tasca ad impegnarmi, deluso come sono a soli ventotto anni, è per persone lucide come lei”
Lo vorrebbe segretario del nuovo partito anche Federico Conti: “Parole sagge. Che non sanno di vana retorica ma sono attuali e anche utili per un futuro. Democratico moderno e in linea con la tradizione italiana. In quel partito, lei sarebbe un ottimo segretario”.
E un altro commento: “La migliore analisi letta su quella che è la crisi del nostro PD. Se resto ancora, nonostante tutto, con una tessera in tasca ad impegnarmi, deluso come sono a soli ventotto anni, è per persone lucide come lei”.

Rossi segretario? L’interessato ancora risponderebbe: “Perchè no”? Anche se oggi qualche elemento in più per andare oltre quel “perchè no?” lo ha fornito. Che fa seguito ad un’altra proposta, di pochi giorni fa, per combattere la povertà (come avrebbe fatto  quel partito che non c’è più e come dovrebbe fare un partito di sinistra di governo): “Caro Partito Democratico adottiamo la proposta di reddito d’inclusione sociale dell’Alleanza contro la povertà. La crisi e l’austerità hanno messo in ginocchio milioni di italiani. Schieriamoci al loro fianco. Facciamolo subito. Solo così saremo il vero partito della sinistra e della nazione. Solo così ricostruiremo il “centro” della società italiana”. Ne scrivo su HuffPost Italia“.

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