IL CONFLITTO DEGLI EQUILIBRI

IL CONFLITTO DEGLI EQUILIBRI

Possiamo chiedere al sole di non sorgere ogni mattina? Oppure alla leonessa di non difendere i suoi piccoli dall’assalto dei predatori della savana? Non sarebbe quanto meno verosimile. Parimenti non si poteva chiedere alla Presidente della Camera di non difendere le prerogative del Parlamento quando ha sostenuto l’inconsistenza dei motivi di necessità e urgenza che avevano portato il Governo a presentare un decreto legge per la riforma della RAI. Al di là del merito (non mi pare sussistano molti dubbi circa le buone ragioni della presidente Boldrini sul caso in specie), il fatto è che questo non può essere rubricato come uno scontro per motivi politici. Dovrebbe invece essere considerato per quello che è, cioè un tipico conflitto nelle democrazie mature fra potere legislativo e potere esecutivo. Conflitto fisiologico entro certi limiti; accentuato quando le democrazie si trovano in fasi di trasformazione dei propri assetti interni o in prossimità di momenti topici della propria esistenza, come possono anche essere le scadenze elettorali straordinarie. Non c’è dubbio che la democrazia italiana sia immersa in un (lungo) processo di modifica radicale dei propri assetti. Prescindendo da quelli politici legati alla scomposizione delle forze politiche, mi limito a segnalare come il particolare dinamismo dell’esecutivo che opera come se ci si trovasse de jure e non de facto in un regime ad esecutivo rafforzato (premierato semipresidenziale o presidenziale

Roma - Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi

Roma – Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi

che sia), in un ambiente parlamentare in cui il sistema elettorale maggioritario con parlamentari nominati dai vertici dei partiti (nel caso del partito di maggioranza relativo coincidente con il capo del Governo) certamente è un potente attrattore di potere verso l’esecutivo. E ciò tende a comprimere le prerogative parlamentari suscitando, ovviamente, reazioni in chi ha il compito di tutelarle. La decretazione d’urgenza, male atavico del sistema istituzionale italiano nonostante i limiti che la Costituzione vi avrebbe apposto, è oggettivamente lo strumento principale dell’esercizio del potere dell’esecutivo nel terreno di quello parlamentare: quando esso è abusato, il conflitto sorge di conseguenza. Ma tale abuso non dovrebbe essere giustificato quale arma contro l’opposizione, ché allora lo si dichiarerebbe automaticamente come strumento antidemocratico, cioè atto a comprimere la dialettica democratica maggioranza-opposizione, e non strumento straordinario cui ricorrere eccezionalmente in presenza oggettiva di motivi di urgenza improrogabili.

Roma - La Presidente della Camera Laura Boldrini

Roma – La Presidente della Camera Laura Boldrini

La Costituzione italiana conosce gli strumenti per ricomporre l’equilibrio dei poteri quando esso si rompe. Tuttavia non direi che essa si caratterizzi, fra le Costituzioni democratiche, per questo, quanto piuttosto per la vocazione sociale e orientata verso i diritti, individuali e collettivi. Diversamente da altre Costituzioni che si sono costruite proprio attorno all’obiettivo di garantire – sempre, anche nei momenti di crisi – l’equilibrio fra i diversi e autonomi poteri costituenti lo Stato.
E’ il caso di quella americana che è costantemente preoccupata di limitare il potere del Presidente, consapevole della sua vastità in una repubblica appunto presidenziale, e di rimetterlo in equilibrio con il legislativo e il giudiziario. Non di meno il conflitto fra di essiè all’ordine del giorno.. Se ne discute in queste settimane a Washington. Si lamenta da un lato una crescente invasione di campo da parte di Obama nelle prerogative del parlamento attraverso gli executive orders in politica interna e, dall’altra parte una essessiva timidezza del Presidente nell’esercizio dei suoi poteri di Commander in chief in politica estera, in particolare nel settore mediorientale nei confronti dell’ISIS. Potremmo dire, situazione simile a quella italiana dove la posizione dell’esecutivo sulla vicenda libica è apparsa timida, quasi esiziale. Quanto quella europea.

Washington - Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama

Washington – Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama

Il dibattito circa l’estensione dei poteri presidenziali e il loro esercizio non è nuovo in America, anzi affonda le sue radici in tempi lontani. Nel sostituire la legge della Confederazione per scrivere l’attuale Costituzione, i padri costituenti inserirono la figura
del Presidente per bilanciare i poteri straripanti del Congresso. Ma, parallelamente allo sviluppo della nazione, è andato espandendosi il potere dell’esecutivo. Dopo il Watergate, il Congresso si è ripreso buona parte del terreno perduto. Ma, da allora, i presidenti hanno lottato per rafforzare il loro potere. Se lo sono ampiamente riconquistato sotto George Bush a partire dall’esercizio dei poteri di commander in chief per combattere il terrorismo dopo l’11 settembre, anche se la Corte Suprema è intervenuta per stigmatizzare il fatto che Bush si fosse spinto troppo in avanti nel sottrarre poteri al Congresso. Obama ha mantenuto sostanzialmente invariato l’impianto ereditato dai suoi predecessori in politica estera, ma non in politica interna. Di recente ha usato ampiamente i suoi poteri esecutivi per attuare la sua riforma sanitaria e per una politica più inclusiva sugli immigrati. Ma una Corte del Texas ha temporaneamente sospeso quest’ultima. All’opposto Obama ha posto il veto sulla legge emanata dal Congresso relativa all’oleodotto di Keystone e lo ha fatto sostenendo che quella legge limitava il potere del Presidente di decide su infrastrutture come questa che attraversano confini internazionali. La legge, ha scritto nel suo messaggio di veto, tenta di “invertire processi decisionali consolidati” e “confligge con procedure definite dall’esecutivo”. Tuttavia, Obama ha sorprendentemente autolimitato il potere presidenziale in fatto di politica estera. Mentre ha usato le autorizzazioni all’uso della forza ottenute a suo tempo da Bush per bombardare negli ultimi 6 mesi le postazione dell’ISIS, non ha voluto utilizzare le autorizzazioni che nel 2002 servirono all’invasione dell’Iraq.
Anzi la sua proposta al Congresso vieta a lui e al suo successore di lanciare “una duratura offensiva di terra” contro l’IS e ha stabilito che questo stesso executive order scadrà fra tre anni, richiedendo al suo successore di tornare di fronte al Congresso nel caso egli ritenesse ancora necessario intervenire nell’area.
Una politica sulla separazione dei poteri condizionata da una visione politica, sostengono alcuni commentatori. Certamente figlia dell’estrema polarizzazione della politica americana degli ultimi anni, sfociata in una condizione frequente di “potere diviso”, con un Congresso dominato da una maggioranza diversa da quella che ha eletto il Presidente. Condizione che forse spiega anche una tendenza delle Corti ad evitare di entrare nel contenzioso fra esecutivo e legislativo. Compito che, dunque, viene lasciato al potere supremo, quello del popolo, nel momento elettorale. Ma la crescente conflittualità fra potere esecutivo e potere legislativo rischia di essere deflagrante fra un’elezione e l’altra, anche in una democrazia che si è dotata di forti e penetranti strumenti di check & balance
per stabilizzare l’equilibrio dei poteri.
Guardare all’esperienza americana può essere assai utile per un paese come il nostro in cui l’approvazione di una legge elettorale ipermaggioritaria come l’Italicum potrebbe accentuare lo squilibrio di potere in favore dell’esecutivo, portando le minoranze parlamentari ad esasperare lo scontro distruttivo con la maggioranza, spostandolo anche sul piano costituzionale. Una condizione che forse sacrificherebbe troppo dell’equilibrio dei
poteri che connota le democrazie avanzate sull’altare della governabilità.

di Simone Siliani

image_pdfimage_print

Leave a Reply

Share this: