Il “capitalismo crudele” e la Grecia

Il “capitalismo crudele” e la Grecia

Come in ogni derby calcistico che si conviene, sugli spalti si fronteggiano le diverse tifoserie. Anche in questo derby fra Grecia e troika europea, in vista del referendum di domenica, la politica italiana di schiera. Per la verità c’è anche chi rifiuta di parteggiare per entrambi i due contendenti perché capisce che non di un incontro sportivo si tratta, bensì di una sorta di sfida all’OK Corral, in cui nessuno dei due rimarrà in piedi alla fine del duello. Ma per lo più si tende a sottolineare l’irresponsabilità del governo Tsipras contro la ragionevolezza della permanenza in Eurolandia. Ma è davvero questo l’oggetto del contendere? E’ veramente l’insostenibilità del debito greco la pietra dello scandalo e ciò che i creditori non possono sostenere? La cosa è dubitabile. Dobbiamo prendere a riferimento il 2009 per valutare l’incidenza del debito pubblico sul PIL perché quello è l’anno in cui il ministro socialista George Padandreou (e poi ci si chiede perché il Pasok è praticamente scomparso dal panorama politico greco…) ha rivelato che le statistiche inviate a Bruxelles erano state falsate per poter entrare nell’Eurozona. E’ infatti dalla primavera 2010, con Papandreu primo ministro, che inizia la cura da cavallo dell’austerità: la troika europea la motiva dicendo che l’alternativa è fra una recessione di dimensioni storiche e le riforme strutturali necessarie per evitarla. Quindi, tagli alla spesa pubblica, svendita di partecipazioni pubbliche, botte allo stato sociale: questo avrebbe rimesso sui binari giusti la Grecia. Dopo cinque anni di questa cura i risultati sono pessimi, non perché il malato ha rifiutato la medicina, ma perché la cura era sbagliata. Il debito pubblico è oggi il 177% del PIL mentre nel 2009 era il 130% (nello stesso periodo in Italia è salito dal 116% al 132% e in tutta l’Eurozona dall’80% al 94%, e non certo tutto per colpa della Grecia). Nello stesso periodo la disoccupazione sale dal 18% al 26,5%, il PIL pro capite scende da 22.000 € a 16.300 € (-25%), il reddito lordo pro capite da 20.700 € a 16.200 €, la spesa pro capite per consumi da 14.700 € a 11.700 € (fatto particolarmente grave per un paese che ha sostanzialmente soltanto il mercato interno e non esporta) e gli investimenti pubblici sono scesi dal 21% del PIL all’11,6%. Sono numeri non da bancarotta, ma da povertà endemica, di cui non può essere certamente chiamato responsabile il governo Tsipras. Ma nessuno, proprio nessuno, denuncia che il medico (la troika, appunto) ha sbagliato diagnosi e cura e sta facendo morire il paziente. Non solo, ma si pretende di continuare con la stessa “cura”.

Perché questo accanimento terapeutico? Mica si vorrà credere che l’Eurozona, i creditori e l’economia mondiale non possono reggere l’impatto del mancato pagamento della rata da 1,5 miliardi di euro al Fondo Monetario Internazionale che scade alle ore 12 di oggi? O che la BCE non può prorogare la scadenza del termine del programma di aiuti internazionali del 1° luglio? O il pagamento 450 milioni di euro al Fmi che scade il 13 luglio? O i 175 milioni di euro che il 1° agosto la Grecia deve pagare come interessi al Fmi? Non mi pare credibile, se solo pensiamo a quanti miliardi di euro le istituzioni finanziarie internazionali ed europee hanno impiegato per salvare il sistema bancario all’indomani della crisi dei subprime, o quanti ancora oggi la Bce ne impegna nel meccanismo del Quantitative Easing.

Soprattutto, non è credibile che queste siano le motivazioni dell’accanimento di fronte alla proposta che il Tsipras e il suo ministro Varoufakis hanno avanzato per trovare un’intesa con i creditori: nelle stesse parole dei leader greci era una proposta “recessiva” e di “austerità”, ma non era austera abbastanza per i creditori che hanno disquisito sulla opzione di Syriza di tassare i ricchi. Questo è forse l’indizio di quale sia il vero oggetto del contendere. Perché, infatti, i leader di Syriza non sono affatto, almeno originariamente, degli euroscettici: al contrario continuano a sostenere la scelta di rimanere nell’Eurozona. Syriza vince le elezioni con un programma che prevede il mantenimento nella moneta unica, in un paese che prima della crisi del 2009 era uno dei paesi membri più euro-entusiasti. Lo stesso Varoufakis è uno che da accademico ha speso anni di studi e pubblicazioni per capire i modi per rendere l’unione monetaria europea praticabile. Ma oggi questi leader vengono dipinti come i più irresponsabili euroscettici. Non si ricorda, invece, che nell’ottobre 2010 a Bruxelles viene deciso il taglio del debito al 50% del valore dei titoli greci in mano ai privati (Papandreu aveva appena denunciato che il debito pubblico della Grecia aveva raggiunto la cifra record di 300 miliardi); quegli stessi titoli che la BCE dopo la vittoria di Syriza ha annunciato di non voler più accettare. Ciò nonostante il debito sale al 147,9% sul PIL nel dicembre 2010 e al 171,3% nel gennaio 2011. Si decide il secondo piano di aiuti da 130 miliardi e nel giugno 2012 Nea Dimokratia vince le elezioni sconfiggendo Syriza e il debito pubblico risale al 175% nel gennaio 2013 e poi al 177,1% nel gennaio 2014 fino ad arrivare al 180% nel gennaio 2015. Ed è lì, il 25 gennaio 2015 che Syriza vince le elezioni. Con un mandato chiaro ricevuto dalla maggioranza del popolo greco: mai più una stretta e umiliante austerità perché la cura della troika è inefficace rispetto ai suoi stessi obiettivi (ridurre il debito pubblico e migliorare i fondamentali economici del paese) e dolorosa per i cittadini. Mai più cessioni di sovranità verso istituzioni che non hanno alcuna legittimazione democratica (la BCE, il FMI e anche la Commissione Europea). I greci che hanno dato questo mandato a Tsipras sono quelli che oggi temono il ricatto della troika e stanno in fila ai bancomat a ritirare i pochi risparmi per evitare la fame; quelli che avevano i grandi capitali (magari accumulati anche grazie ad un sistema fiscale che li favoriva, durante i governi a guida Nea Dimokratia e anche Pasok) li avevano già tolti dalle banche greche anni fa. Questo è il vero oggetto dello scontro e del referendum: non euro vs. dracma, bensì uno scontro fra 11 milioni di greci che hanno dato un mandato al loro governo (da queste parti si chiama democrazia, dalla fusione di δῆμος démos/popolo e κράτος cràtos/potere; l’hanno inventato loro…) e un sistema economico e politico fallimentare, quello che Aditya Chakrabortty su “The Guardian” di ieri chiamava “capitalismo crudele”. E’ lo scontro, mortale, fra il volere del popolo e quello che istituzioni lontane vogliono infilargli a forza in gola, con la pretesa di guarirlo. Fritz Scharpf, già presidente del Max Planck Institute per gli studi sociali di Colonia, sintetizza così questo scontro: “Il sistema che è stato istituito per salvare una sovra-estesa e mal progettata unione monetaria sta facendo collassare l’auto-governo democratico in Europa”. Così, Tsipras è stato costretto a questa battaglia e a chiedere al popolo una verifica del suo mandato: continuare ad essere politicamente ed economicamente strangolato da questo sistema, oppure lasciare. Certo nessuna delle due opzioni è sicura e indolore, né per la Grecia né per l’Europa; ma non possiamo tacere su chi ha spinto entrambi sul bordo del precipizio e pretende che questa sia ancora la strada giusta. Ai bordi di quell’orrido c’è la scelta di morire lentamente di strangolamento, oppure decidere il salto nel vuoto. Ma c’è la terza opzione, forse utopica ma esaltante: che alla conferma del mandato elettorale di Tsipras, il “capitalismo crudele” comprenda che non conviene neppure a lui il salto nell’abisso della Grecia che potrebbe trascinarlo con sé e provare una strada rivoluzionaria, la mediazione, cioè scommettere sugli investimenti per creare lavoro, alimentare il mercato interno, rafforzare l’euro insieme all’economia reale: potrebbe salvare la Grecia, altri paesi membri i cui fondamentali hanno pericolose somiglianze (Portogallo, Spagna, Creta, Italia), e infine l’Europa stessa.

 di Simone Siliani

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