Europa: come cambiarla e rilanciarla

Europa: come cambiarla e rilanciarla

di Simone Siliani
- L’Europa politica è affacciata sul baratro della sua dissoluzione e in molti – attivamente scettici di ieri e di oggi – sono pronti a ballare sulla sua bara. Molti altri, delusi (non senza ragioni) e indifferenti, assistono inani allo spettacolo del suicidio della più audace e ambiziosa costruzione politica dell’età moderna. L’incoscienza regna sovrana, ma alla fine di questo tunnel oscuro non c’è, come qualcuno ingenuamente a sinistra spera, la fine di gruppi dirigenti inetti (che pure ci sono) e di politiche finanziarie e monetarie dimostratesi inadeguate a fronteggiare efficacemente crisi economiche e sociali prolungate come quella che ci attanaglia dal 2008. No, alla fine c’è il rischio concreto dello scatenarsi, senza più freni, degli spiriti animali del nazionalismo, dell’egoismo dei garantiti e finanche della xenofobia e del razzismo. La tolleranza imbarazzante dell’opinione pubblica, delle istituzioni e delle forze politiche e sociali verso regimi fascistoidi come quello di Orban nell’Ungheria europea (ma non sono da meno I leader “socialdemocratici” Robert Fico della Slovacchia o Milos Zeman della Repubblica Ceca, nonché la nazionalconservatrice polacca Beata Seydlo) che erige barriere di filo spinato contro i “dannati della terra” che fuggono dalle guerre che l’Europa non ha fatto niente per evitare e risolvere; la sospensione di alcune libertà come quella di movimento all’interno dello spazio europeo che di esso è costitutivo da parte di Stati membri dell’Unione; l’acquiescenza con la quale è stata accolta la legge danese (votata anche dai socialdemocratici!) con la quale lo Stato è autorizzato a sequestrare soldi oltre una certa cifra ai profughi richiedenti asilo che entrano sul suolo danese (pericolosamente simile alle requisizioni naziste nei riguardi degli ebrei nel secolo scorso); tutto questo ci dovrebbe ricordare della pericolosità dell’indifferenza. Per quanto delusi da molti tratti dell’integrazione europea, non possiamo permetterci il lusso di rinunciarvici. Tutti dovremmo fare qualcosa per preservarla prima, e cambiarla e rilanciarla poi.
Qualcosa ha fatto anche Regione Toscana nei giorni scorsi durante la seduta plenaria del Comitato delle Regioni, istituzione fra le meno valorizzate e definite nell’architettura istituzionale europea, ma niente affatto inutile. In primo luogo una interlocuzione con il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk sulla questione della sospensione del trattato di Schengen sulla libertà di movimento all’interno dei confini dell’Unione. Il Presidente Rossi ha motivato sul piano politico, dei principi e anche economico, come questa scelta di alcuni Stati membri sia inaccettabile, pericolosa per la credibilità delle istituzioni europee, dannosa per tutti gli Stati e soprattutto per cittadini e imprese europee. Se al Consiglio del 18 febbraio si parlerà solo di come evitare l’uscita dalla Gran Bretagna dall’Unione e non si metterà fine a questa anarchia e insana passione per i confini, l’Europa avrà compiuto un nuovo passo verso il baratro. Il timido Tusk ha preso, speriamo, buona nota dell’unanime posizione dei poteri locali europei su questo tema.

Nella foto: Enrico Rossi interviene al Comitato delle Regioni Europee

Nella foto: Enrico Rossi interviene al Comitato delle Regioni Europee

La seconda iniziativa è stato un parere, di cui Rossi è stato relatore per il Comitato delle Regioni, alla Raccomandazione del Consiglio europeo sull’inserimento dei disoccupati di lungo periodo nel mercato del lavoro. La posizione su cui Rossi ha catalizzato la stragrande maggioranza del Comitato delle Regioni (contrari solo 10 membri dei gruppi euroscettici) ruota attorno all’idea che la disoccupazione di lungo periodo, aggravatasi a causa della lunga crisi ancora in corso, debba diventare un problema europeo e non dei singoli Stati. Ciò significa che la Commissione Europea debba intervenire direttamente, con fondi del bilancio europeo, su questo problema. Se invece si limitasse, come propone il Consiglio europeo, a raccomandare ai singoli Stati di fare di più – seguendo specifiche indicazioni dell’Europa – per risolvere il problema della loro disoccupazione, allora il progetto sarebbe votato alla fallimento e le istituzioni europee perderebbero l’ennesima occasione per trovare una propria funzione e legittimazione. Infatti, gli Stati membri che registrano i maggiori tassi di disoccupazione, sono quelli che hanno subito più duramente i colpi della crisi economica e i cui servizi per il welfare e per l’occupazione sono più malconci e meno capaci di affrontare efficacemente un problema di più ampie dimensioni. Quella di Rossi è stata, dunque, una proposta europeista e non è irrilevante che le grandi “famiglie” politiche europee dei governi locali (socialisti, popolari, verdi, liberali) si siano trovate insieme su questa opzione. Così come è significativo che tutti abbiano concordato su l’altra proposta di Rossi, cioè quella secondo cui, laddove l’inserimento nel mercato del lavoro non sia riuscito, si debba dar via ad una misura universalistica di sostegno al reddito contro i rischi di marginalizzazione e povertà cui i disoccupati possono beneficiare, a fronte della disponibilità a svolgere lavori di pubblica utilità. Un’idea che unisce solidarietà e responsabilità, la prima della società verso gli individui più fragili, la seconda degli individui verso la società di riferimento, in particolare la comunità locale.
E’ vero, dal Comitato delle Regioni non si cambierà il destino d’Europa, ma è fondamentale che ciascuno dia il proprio contributo nei luoghi e nelle forme possibili per evitare che il sogno europeista si trasformi definitivamente in un incubo ed evaporando, ci faccia risvegliare una mattina in un continente percorso da nazionalismi pericolosi e distruttivi. Così, il giusto quanto tardivo contrasto alle politiche di austerità che sono state il leitmotiv delle istituzioni europee durante la lunga crisi economica, non può essere motivato dall’aspirazione a consentire deroghe per i singoli paesi e allargare il debito pubblico, bensì da un’idea di diversa e più integrata d’Europa che tutta insieme sia impegnata in uno sforzo eccezionale per sostenere le vittime prime della crisi (giovani senza lavoro e futuro, disoccupati, persone impoverite e spinte ai margini della società). Questo, che è la base per la pace e la convivenza in Europa, è il senso ultimo del processo di integrazione, non certamente quello di salvare banche e istituti finanziari (tutelando e premiando manager irresponsabili), blindare confini, ridurre la spesa sociale. Questo, infine, dovrebbe essere lo spirito che le forze progressiste, in primo luogo quelle socialdemocratiche, in Europa dovrebbero interpretare. C’è un grande campo da arare, faticosamente e tenacemente, a sinistra; un campo vasto, inclusivo, all’interno del quale occorre un’opera di dialogo e riconoscimento dell’importanza di sensibilità ed esperienze diverse, nonché di un minimo comune di coesione. Anche in questo campo le separazioni, le divisioni possono essere fatali e distruttive.

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