COALIZIONE SOCIALE, UN MOVIMENTO ALLA SCOPERTA DI SE STESSO

COALIZIONE SOCIALE, UN MOVIMENTO ALLA SCOPERTA DI SE STESSO

C’è (finalmente) movimento a sinistra del Pd. Almeno questo sembrerebbe partecipando
all’incontro di ieri sera organizzato dalla FIOM, al teatro Puccini di Firenze, per lanciare e
discutere della cosiddetta Coalizione Sociale. Una folla di persone, delle più diverse provenienze
politiche (tutte comunque decisamente a sinistra) e con vissuti di militanza assai
variegati: giovani e anziani, sindacalisti e professori, un po’ di ceto politico dei vari
partiti della sinistra e attivisti dei movimenti dei beni comuni, società certamente civile.
Un brulicante movimento che forse deve ancora scoprire come e perché stare insieme,
ma che intanto mostra una certa dinamicità. Fa impressione il contrappasso con la
staticità, il vero e proprio blocco di iniziativa politica, di impegno sociale e di riflessione
culturale di cui sembra afflitto l’altro pezzo della sinistra italiana (che almeno si dichiara
tale), cioè le varie anime della sinistra PD. L’iniziativa promossa a Roma lo scorso 21
marzo da queste componenti del Partito Democratico ha mostrato non solo e non tanto
una certa divisione fra di esse, ma soprattutto un vero e proprio immobilismo, una sorta
di blocco che impedisce di formulare nuove analisi e idea per una sinistra di governo che
risulta schiacciata fra Renzi (che ora mostra i muscoli contro la minoranza interna) e
la paura di lasciare i porti dove stare al riparo dalle burrasche che la crisi sociale ed
economica reca con sé. Certo è che dall’assise di Roma del 21 marzo non è emersa una
sola proposta di iniziativa attorno alla quale questa parte della sinistra possa ritrovarsi
a breve per dare senso alla propria esistenza e sostanziare così la distanza da Renzi:
l’inanismo sembra essere la cifra della sinistra di governo italiana.

Invece, l’assemblea della Coalizione Sociale mostra almeno alcuni interessanti tratti
dinamici. In primo luogo un coacervo di soggetti assai diversi a sinistra ritiene che sia più utile
agglutinarsi, unirsi, convergere, anziché dividersi. E’ questa, in sé, una novità a sinistra.
Forse non è ben chiaro per andare dove e neppure con precisione quale sia il programma
di questo processo di convergenza, ma in questa fase il senso della direzione può essere
addirittura più importante del punto d’arrivo. Vero è che questa tendenza all’unione
non riguarda ancora tutta la sinistra (ad esempio, il non aver saputo coinvolgere fin
dall’inizio in questo progetto tutta la CGIL è certamente un grave limite della leadership
di Landini) e ho il sospetto che il progetto si stia costruendo con una sorta di conventio
ad escludendum di tutto ciò che a sinistra si pone il problema del governo concreto della
complessità delle dinamiche economiche, sociali e culturale e che quindi comprenda una
pratica nuova del riformismo che tuttavia contempla anche le mediazioni, i compromessi,
la politica dei piccoli passi che essa porta con sé. Insomma il rischio, che stiamo vedendo
anche in Grecia, è che una volta compiuto il miracolo di mettere insieme le istanze
radicali che albergano (giustamente) a sinistra ed eventualmente le si faccia crescere
in una società duramente colpita dalla crisi, poi non si riesca a compiere il salto nella
dimensione del governo dei processi. Ma dove è oggi la sinistra che si confronta con il
problema del governo in Italia? Direi che in alcune Regioni ancora questa identità di
sinistra presenta le migliori performance di governo di società complesse, come nel caso
della Toscana guidata da Enrico Rossi: il dialogo fra queste due sinistre sarebbe davvero
un laboratorio carico di interessanti possibilità di sviluppo. Ma, intanto, c’è un movimento
che compone, anziché scomporre in sempre più microscopici e purissimi frammenti la
galassia della sinistra e questo non è banale.

In secondo luogo è importante da dove viene questo movimento, cioè dalla società civile e
non dai quartier generali dei partitini della sinistra. Questo è importante perché nessuno
credo possa negare, neppure i diretti interessati, che i gruppi dirigenti di questi partiti
sono ampiamente esauriti, in-credibili, screditati e comunque assolutamente incapaci di
guidare processi di questo tipo. La sinistra sociale o, comunque, i movimenti sociali di
base sono enormemente più vitali, dinamici e innovativi dei partiti politici della sinistra.

Questo è vero non solo in Italia, ma anche in gran parte dell’Europa (dalla Grecia alla
Spagna, alla Germania). E soprattutto è così da oltre un decennio. Quindi è in questo
movimento grassroots, direbbero gli americani, che possiamo aspettarci qualche positiva
sorpresa. Landini ha speso una buona parte del suo intervento a tentare di spiegare
che questi non erano i prodromi di un partito politico o di un impegno diretto nell’agone
elettorale, distinguendo questo dall’azione politica che invece ha rivendicato come
fattore costitutivi del sindacato, anzi di ogni azione umana che abbia dimensione sociale.
Purtroppo non è riuscito a rompere il muro della comunicazione che, invece, continua a
disegnarlo come un partito politico in fieri; e non vi è dubbio che la torsione che Landini
ha dato a questo movimento può anche far pensare a qualcosa del genere. Ma resta il
fatto che è nella società civile che questo movimento avviene.

Terzo elemento di interesse è il fatto che questo movimento convergente pone al centro,
davvero, il lavoro. Non accadeva da almeno un decennio. Cioè il tema della contraddizione
fra lavoro e economia, quello delle nuove povertà anche fra i lavoratori, dei diritti in un
mondo in cui le tante forme di precariato hanno depauperato forse irreversibilmente
questo patrimonio anche culturale; la crescente diseguaglianza di condizioni materiali
oltre che di opportunità che si determinano proprio nel mondo del lavoro; lo sfruttamento
del lavoro; i temi dell’integrazione in un mondo di migranti; finanche la questione,
affrontata magari in modo ancora un po’ industrialista ma almeno non elusa, della
contraddizione fra produzione e ambiente, fra lavoro e salute. Il lavoro è riconosciuto
essere il catalizzatore delle contraddizioni del moderno modello di produzione e della
iper-finanziarizzazione dell’economia. Per certi aspetti diventa anche troppo centrale,
nel senso che nella società contemporanea il lavoro non è più l’unica dimensione della vita
umana, né dell’organizzazione delle relazioni sociali e forse le altre dinamiche (culturali,
ambientali, ecc.) sono rimaste un po’ in ombra. Ma l’aver identificato un centro comune
è un altro elemento di novità di questo movimento. Quetso porta ad avere in campo, sul
tema del lavoro, solo due pensieri e progetti: il Jobs Act e quello messo in campo dalla
coalizione sociale. E’ anche questo un effetto della polarizzazione del proscenio politico.

Così come il portato di questa polarizzazione è la tendenza al personalismo. E questo
è, a mio avviso, il difetto maggiore di questo movimento: l’aver mutuato dal mood del
momento politico questa attrazione fatale verso il leaderismo, il personalismo, con tutte
le contraddizioni e i rischi che si porta con sé. Insomma, ad oggi non riusciamo a vedere
neppure nella coalizione sociale gli embrioni di un progetto politico e di un pensiero
collettivo, che comprenda contributi provenienti da diversi soggetti, rappresentati in
forma paritaria e dialettica, e sui quali tentare una sintesi. Non è un caso che proprio
su questo eccessivo protagonismo di Landini si siano registrati i primi scricchiolii della
coalizione fra gli altri partner, fin dai modi del coinvolgimento di questi.

Se Landini è un vero leader politico cercherà di correggere presto e in modo convincente
questo errore; altrimenti sarà relegato ad essere capo dell’ennesima frazione della
sinistra, vivace certo, ma politicamente esiziale.

di Simone Siliani

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