C’è patente e patente!

C’è patente e patente!

di Simone Siliani

Alberto Alesina, l’economista che di solito fa coppia fissa con Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera del 7 gennaio 2016 espone la sua idea per tutelare il risparmio efficacemente: da un lato reclama controlli e regole sui comportamenti delle banche e dei gestori di fondi (con addirittura “severe punizioni” per chi violi le norme) e dall’altro richiede “una maggiore educazione finanziaria del risparmiatore e del cittadino”. Sulla prima verrebbe da dire che norme, istituti di controllo e sanzioni in realtà esisterebbero, dunque le si applichino – sempre non solo dopo che i buoi sono scappati e la rabbia dell’opinione pubblica monta -, ma anche le sanzioni per i controllori che non controllano.
Per la seconda, invece, Alesina propone che “chiunque apra un conto in banca (o ne abbia già uno) dovrebbe disporre anche di una patente finanziaria”, superando “un esame tipo quello di teoria che si sostiene nel caso della patente auto”. Semplice, no? Chi risultasse idoneo avrebbe gli strumenti cognitivi basici per andare consapevolmente in borsa, “giocare” i suoi risparmi sui mercati finanziari (magari sollevando così gli operatori dalle eventuali responsabilità). Che un po’ di maggiore informazione e cultura sull’economia e la finanza sia utile, non v’è dubbio; ma che questa sia la strada giusta per risolvere il problema dei rischi connessi alla speculazione finanziaria è francamente ridicolo. Se non altro perché il grado di complessità dei “giochi” finanziari è talmente elevato che talvolta anche gli stessi operatori (quindi persone professionalmente preparate per questa attività) non hanno contezza di cosa e dove e come i fondi che essi stessi propongono realmente esplicheranno i loro effetti. Figuriamoci se questa competenza e consapevolezza può essere richiesta a dei cittadini, che per vivere fanno altro, pur patentati!
A me, normale “risparmiatore” (non “speculatore”, s’intenda), che ho un conto in banca, intanto potrebbe interessare una sola cosa: che i miei risparmi che affido alla banca siano “conservati in sicurezza” (nel senso che possa farne uso in qualsiasi momento della mia vita possano servirmi) e che, mentre sono depositati in banca, siano impiegati per dare credito alle imprese del territorio e per produrre sviluppo della comunità; in cambio di questo impiego, di questa fiducia che riconosco al mio istituto bancario, avrò un ragionevole, oggi piccolo, tasso d’interesse. Punto. Non voglio altro; non pretendo strepitosi guadagni; mi basta questo, garanzia e impiego equo e sicuro dei miei risparmi. Ma oggi, al momento in cui apro un conto in banca, non è garantito perché molti istituti bancari (soprattutto, invero quelli too big to fail, ma neppure quelli minori sono al riparo, come dimostra il caso delle 4 banche popolari italiane entrate in crisi) utilizzano i miei soldi per “piazzarli”, nei modi più fantasiosi, sui mercati finanziari globali. Allora, molto semplicemente, ai miei legislatori vorrei chiedere l’unico, vero ed efficace intervento che potrebbe evitare questo rischio: una norma che separi l’attività bancaria tradizionale fondata sulla raccolta del risparmio e l’attività bancaria d’affari che può operare sui mercati finanziari, con tutti gli strumenti più astrusi e complessi che la legge (non la perversa fantasia dei lupi di Wall Street o di Piazza Affari) consente. Semplice, no? Non mettete in capo a me, risparmiatore a cui non interessa un fico secco di giocare in borsa e che magari faccio l’elettricista o l’avvocato e non ho né tempo né interesse per conoscere i complessi meccanismi della finanza, l’obbligo di imparare come funziona il sistema per evitare di rimanerne incastrato.
Il bello è che questo tipo di norma di separazione fra banche commerciali e banche d’investimento esisteva ed era stata introdotto nel 1933 negli Stati Uniti proprio per rispondere alla crisi finanziaria del 1929. Si chiamava “Glass-Steagall Act” (dal nome dei due promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry Steagall) e serviva a contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari ed evitare gli shock finanziari. Fra le sue varie norme prevedeva appunto che le due attività (tradizionale e d’investimento) non potessero essere esercitate dallo stesso intermediario, così da evitare che il fallimento dell’intermediario trascinasse con sé anche il fallimento della banca commerciale. La legge impediva che l’economia reale, quella appunto sostenuta attraverso le banche commerciali, fosse esposta al pericolo degli shock finanziari improvvisi. Ma, naturalmente, era troppo poco moderna questa legge; troppo rigida, impedendo ai risparmi dei cittadini di entrare nel meraviglioso e scintillante gioco della finanza globale. E così, dopo un forte pressing dei grandi kolossal bancari, nel 1999 il Congresso a maggioranza repubblicana ha pensato bene di abolirla con una legge promossa dal deputato Leach e dal senatore Gramm e promulgata dal presidente Bill Clinton (che non usò i suoi poteri di veto). L’abrogazione del Glass-Steagall Act ha permesso che si creassero gruppi bancari che al loro interno, con qualche labile limitazione, esercitano sia l’attività bancaria tradizionale che quella d’investment banking.
I risultati di questa modernità li abbiamo visti con la crisi del 2007, quando l’insolvenza del mercato dei mutui subprime ha prodotto una crisi di liquidità che si è trasmessa subito all’attività bancaria tradizionale, commistionata con l’attività d’investimento, scaricandosi sui risparmiatori.
Allora, io – misero risparmiatore, laureato in Letteratura Italiana, interessato all’economia ma non alla finanza per contribuire a far crescere la mia comunità – avrei un’idea per il signor Alesina e i vari governanti che si ritrovano periodicamente in questi ormai quasi ridicoli vertici: perché non introdurre questa norma di separazione delle banche commerciali da quelle d’investimento finanziario? Peraltro, il 29 gennaio 2014 è quello che ha proposto la Commissione Europea, per dare applicazione alla riforma Barnier sulle banche troppo grandi per fallire: la possibilità per le autorità di vigilanza di imporre una separazione delle attività nel caso in cui le banche superino determinati livelli in alcuni settori ritenuti rischiosi, come il proprietary trading (le contrattazioni in conto proprio). Su questa scia ben 11 disegni di legge-delega sono stati presentati in Parlamento, da tutti i gruppi parlamentari, che in vario modo mirano a separare le diverse attività: non sono tutte uguali le proposte, ma tutte affidano al governo un tempo di 1 anno per distinguere nettamente i modelli di attività creditizia. Personalmente, io sarei dell’opinione che l’interesse principale che il Governo deve garantire è quello dei cittadini risparmiatori e in particolare di quelli più deboli (non solo in termini quantitativi, cioè sotto i 100.000 € di deposito, ma soprattutto quelli che non hanno gli strumenti cognitivi per prendere la “patente” di Alesina o che non la vogliono prendere) e quindi si dovrebbe semplicemente tenere separata l’attività commerciale da quella della banca d’affari. Purché però si faccia davvero qualcosa in questa direzione.
Poi si potrà anche affrontare la proposta di Alesina per coloro che vorranno, in piena libertà, accedere alle banche d’affari. Potranno fare tutti gli esami, i test, i corsi di questo mondo. Naturalmente bisogna decidere chi fa la scuola guida: è evidente che non dovrebbero essere le stesse banche d’affari o loro spin off a farlo, ma qualcuno terzo che sappia davvero guidare (e magari che abbia dimostrato su strada di non andare a sbattere in un muro o mandare gli altri a farlo…). Ma solo chi vorrà guidare la macchina (per continuare la metafora alesiniana), faccia la patente: io preferisco la bicicletta o i mezzi pubblici in questo campo. Non perché disprezzi l’economia e la finanza (che, giustamente, Alesina vorrebbe si insegnassero alle scuole superiori, auspicabilmente non al posto della filosofia), ma perché preferisco dedicare la mia vita e i miei risparmi a qualcosa che ritengo più utile e interessante che speculare in borsa e sperare in guadagni enormi per me senza produrre benessere e sviluppo per la mia comunità. Certo, dirà Alesina, preferisci la filosofia alla finanza. Sì, caro Alberto, hai proprio ragione.

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