CHI VUOLE ESSICCARE I REFERENDUM?


di Simone Siliani
- Con la scelta del maggior partito italiano di promuovere la campagna astensionistica al referendum del 17 aprile sulle concessioni per l’estrazione e la ricerca di petrolio e gas sulle piattaforme poste entro le 12 miglia dalla costa, torna prepotentemente in campo la necessità di una riflessione sull’istituto stesso del referendum, sulla sua posizione nel nostro impianto costituzionale e istituzionale, sul suo ruolo all’interno della democrazia italiana. Un tema che fu già al centro del dibattito sul referendum per l’abrogazione delle preferenze plurime del 9 giugno 1991, quando Craxi, Bossi e altri invitarono gli italiani ad andare al mare, i quali però respinsero questo invito andando a votare SI per il 62,5% degli aventi diritto. Altri tempi, altri attori, finanche altra Repubblica, ma la questione referendum è sempre lì.
Da qui vorrei muovere per alcune considerazioni che, pur avendo una implicazione contingente sul referendum di domenica prossima, in una certa misuro lo trascende.
Sgombriamo il terreno da una prima questione: il fatto stesso che l’art.75 della Costituzione preveda un quorum per la validità del referendum (la maggioranza degli aventi diritto) rende perfettamente legittima la posizione astensionistica.
SI VUOLE ESSICCARE L’ISTITUTO DEL REFERENDUM  – Tuttavia, un partito – per di più quello attorno cui ruota il governo stesso e che è maggioranza relativa in Parlamento – che assume la posizione di organizzare la campagna per l’astensione e cioè per invalidare il referendum, non può non farsi carico delle conseguenze di tipo politico-istituzionali di questa decisione. E tali conseguenze senz’altro sono il contributo all’essiccamento di uno strumento democratico di controllo e di indirizzo (anche se non in modo diretto) del popolo sovrano all’interno dell’impalcatura istituzionale della nostra democrazia. Tanto più se all’astensione si pretende di assegnare una funzione di espressione di una volontà politica nel merito del quesito specifico, come avviene da più parti.
Il referendum è un istituto fortemente limitato all’interno del nostro ordinamento costituzionale. L’art. 75 prevede che sia solo abrogativo; non è ammesso per leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, né per la ratifica di trattati internazionali; e, appunto, prevede un quorum per la sua validità. Intanto, per il fatto di essere solo abrogativo, esso implica sempre un conflitto fra due fondamentali organi della sovranità, quello diretto (il popolo) e quello delegato (il Parlamento).
Tuttavia, il referendum come istituto non può essere considerato un mero strumento accessorio o superfluo nel sistema democratico italiano. E non solo perché lo indice il Presidente della Repubblica (garante della Costituzione), ma anche perché troviamo questo istituto in altre parti, importanti, della Costituzione. In primo luogo all’art.138 relativo al procedimento di revisione della Costituzione, tant’è che ci apprestiamo a parteciparvi in relazione alla riforma costituzionale appena approvata in doppia lettura, ma senza la maggioranza dei due terzi dei componenti delle Camere, caso in cui non si dà luogo al referendum (altra limitazione all’istituto).
Ma poi troviamo l’istituto del referendum nell’art.123 in riferimento allo Statuto delle Regioni, il quale deve prevedere la regolamentazione dell’esercizio del diritto d’iniziativa e del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione. In questo caso, l’istituto pur mantenendo le prerogative del referendum nazionale (si applica alle leggi approvate), non vede delimitarsi il campo, per cui sarebbero possibili, a livello regionale e anche comunale, altre forme di referendum, configurandosi piuttosto come uno strumento per esercitare il diritto d’iniziativa inteso in senso più ampio.
Vi è poi il referendum contemplato all’art.132 della Costituzione relativo alla fusione di Regioni esistenti (sarebbe, in ipotesi, il caso delle Regioni del Centro Italia, secondo il progetto in corso di elaborazione di Toscana, Umbria e Marche) o la creazione di nuove Regioni con un minimo di 1 milione di abitanti. Il procedimento è rafforzato dal fatto che ciò può avvenire solo con legge costituzionale e quando la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni interessate.
Il referendum abrogativo dell’art.75 non può che essere concepito dentro questo quadro per quanto attiene all’istituto stesso e, più in generale, agli strumenti di rapporto fra cittadini e istituzioni democratiche.
In questo senso il referendum non può essere tacciato di inutilità, se non altro perché esso cancellerebbe una legge e indicherebbe al Parlamento la volontà popolare di un diverso indirizzo in materia (anche se, come avvenuto per il referendum sull’acqua, il Parlamento ha eluso per inerzia gli indirizzi del popolo, ma questo non fa altro che dimostrare quanto meno la fragilità delle relazioni cittadini-politica).
NON DISTURBARE IL MANOVRATORE – Il punto è che una campagna astensionistica mira esplicitamente ad impedire che il popolo svolga il proprio ruolo di indirizzo, nelle forme che gli sono consentite dalla Costituzione, giacché tale ruolo non si esplica solo con il voto per l’elezione dei rappresentanti in Parlamento, ma anche attraverso altri strumenti – quale tipicamente è il referendum – durante il mandato del Parlamento stesso. E’ una campagna che dice al popolo di non disturbare il manovratore e, in tal senso, è rivelatrice anche del grado di legittimazione democratica del Parlamento. Infatti il referendum nella Costituzione si presenta certamente come un istituto in perenne e fisiologica dialettica con gli istituti della democrazia rappresentativa, ma non è uno strumento anti-Parlamento. A meno che le forze politiche presenti in Parlamento non lo interpretino come tale e, appunto, avendone timore, non decidano di affossarlo attraverso l’astensione e non di utilizzarlo per quello che è, un istituto attraverso il quale è possibile verificare se l’attività legislativa compiuta dal delegato sia o meno in linea con quello che il delegante pensa su quella stessa materia. Questo pare essere l’atteggiamento di quelle forze politiche che, come il PD, invitano all’astensione e non invece, avversandone i contenuti, a votare contro il referendum, se del caso.
Ma, si è detto, la complessità di problemi come quello appunto della strategia energetica del paese o il potenziale conflitto fra esigenze di tutela dell’ambiente marino e quelle di tutela di attività economiche rilevanti anche dal punto di vista lavorativo, non può essere risolta dallo schematismo di una alternativa fra e No. A questa obiezione, da un lato si può rispondere nel merito (ad esempio, domandandosi quale sia l’interesse pubblico preminente) e, dall’altro, sul piano istituzionale, dicendo che purtroppo questa è l’unica forma di appello al popolo e di indirizzo dello stesso al Parlamento previsto dalla Costituzione, ma proprio per questo si dovrebbe operare per rafforzare ed ampliare (non certo per essiccare) l’istituto referendario. Lo si sarebbe potuto fare in occasione della recente, amplissima, riforma costituzionale, sol che lo si fosse voluto; ma forse l’indirizzo complessivo di quella riforma non era esattamente quello di ampliare gli spazi e gli istituti della democrazia, diretta o meno. Sì, perché il referendum, da un lato opera certamente come critica pratica della capacità di governo dei partiti su specifiche questioni, ma, dall’altro costituisce anche la possibilità di ampliare tale capacità e quindi anche la democrazia, ponendo accanto al voto-delega anche il voto-decisione o il voto-indirizzo.

NON CI SI FIDA PIU’ DEI CITTADINI? – Ma quando i partiti politici vedono soltanto la prima delle due funzioni, ciò significa che vi è un preoccupante distacco fra di essi e il popolo e che tali partiti hanno già smarrito parte di quella funzione costituzionale che l’art.49 assegna loro di essere gli strumenti attraverso i quali i cittadini concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La campagna astensionistica non fa altro che accentuare il distacco fra la società civile e le istituzioni, alimentando un clima di reciproca sfiducia; ancor più grave perché, mentre è acclarata quella dei cittadini verso i partiti, l’astensione proclama che i partiti non si fidano più dei cittadini. E questa sfiducia prende le forme di una volontà dei partiti di svuotare, di delegittimare, di inficiare un istituto – il referendum – concepito nella Costituzione per ampliare le possibilità della democrazia.

Vi è poi un altro vulnus che la campagna astensionistica apporta alla Costituzione ed esso riguarda l’art. 48, secondo il quale il voto (ogni voto, anche quello per il referendum evidentemente) è personale ed eguale, libero e segreto. Infatti, se passa l’astensione come espressione di volontà politica, il voto è meno libero e personale, giacché si annetterebbe ad una posizione politica tutto l’astensionismo, anche quello spontaneo o comunque non motivato politicamente in relazione allo specifico quesito referendario. Ma, di più, l’astensionismo trasforma la minoranza (che si è coscienti di essere, giacché altrimenti si farebbe apertamente campagna per il NO) in maggioranza sfruttando non solo l’astensionismo spontaneo, ma anche il fenomeno – ormai vastissimo – di scollamento fra cittadini e istituzioni. In pratica i partiti astensionisti vincerebbero contro un istituto di partecipazione democratica, utilizzando la gran parte dell’astensione motivata dalla sfiducia verso i partiti e le istituzioni. Mentre, il contesto civile e politico in cui viviamo, dovrebbe al contrario indurre ogni sforzo nel tentare di recuperare un rapporto, libero, consapevole e trasparente, fra politica e cittadini.

Il referendum di domenica prossima, come ogni referendum in realtà, parla di questo, del rapporto fra partiti, istituzioni e cittadini, perché permette ai cittadini, nei modi previsti dalla Costituzione, di intervenire direttamente su una questione tutt’altro che marginale (tanto che, appunto, per evitare l’esito di abrogazione della legge si usa finanche lo strumento dell’astensione per invalidarlo) mediante uno degli strumenti di cittadinanza attiva di cui disponiamo e che, come diceva Bobbio, è la lezione di democrazia che viene dalla Costituzione. Chi predica l’astensione deve sapere ed essere consapevole che questo sacrificio di democrazia chiede.




Way out delle BCC, polemiche a parte


di Bancor

- In sede di commento al decreto del 14 febbraio sulla riforma delle BCC (www.toscanaItalia.infoRiforma delle BCC, polemiche a parte) scrissi:

Nell’incertezza bene ha fatto il Governo a prevedere una “way out” sebbene molto pesante e difficilmente attuabile. Almeno si introduce concorrenza, consentendo alle BCC migliori o più audaci di uscire dal sistema, magari aggregandosi fra loro. Tuttavia c’è da chiedersi quanto potranno sentirsi più tutelati i risparmiatori da banche costrette a “buttare dalla finestra” il 20% del loro patrimonio, in un periodo nel quale il patrimonio è tutto. Serviranno soci robusti e motivati a ricostituire almeno la parte di patrimonio oggetto di tassazione”.

L’articolo di Massimo Mucchetti sul Fatto Quotidiano di oggi, mi induce a tornare in argomento, senza entrare però nella polemica che ha ispirato l’autore.

Come noto, la legge (manca ancora il passaggio in Senato) prevede che le BCC con patrimonio superiore a 200 milioni possano trasformarsi in Spa, evitando di aderire al gruppo bancario cooperativo previsto per le altre, con le seguenti modalità:

- la BCC cede tutte le attività, passività e la licenza bancaria a una Spa posseduta al 100% dalla BCC stessa
- per fare questa operazione va versata all’erario una imposta pari al 20% del patrimonio netto della BCC, che rimarrà come una Cooperativa, con il patrimonio indivisibile, che possiede una banca
- la banca Spa pagherà le imposte sugli utili come tutte le società
- le BCC con patrimonio inferiore a 200 milioni, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, possono aderire conferendo le loro attività e quindi fondendosi con una delle BCC con oltre 200 milioni che si trasforma in Spa.

L’argomento entra nella polemica politica perché in Toscana esistono due banche che possono usufruire della “way out” ed altre che potrebbero affiancarsi a queste, sempre nell’ipotesi che escano dal mondo del credito cooperativo.

Nel caso in cui una o entrambe le banche decidano di fruire di tale possibilità, magari affiancate da altre più piccole, queste devono:

– predisporre un piano industriale convincente
– ricostituire il patrimonio versato all’erario per la “way out
– farsi approvare il progetto dalla Vigilanza italiana, sulla base delle regole della Vigilanza europea di Francoforte (SSM).

Ho più volte scritto del particolare rigore con cui le Autorità di Vigilanza europee si stanno muovendo: nella valutazione delle ”sofferenze” e degli altri crediti deteriorati; negli accantonamenti, molto alti, richiesti a fronte di tali crediti; nelle richieste di nuovo capitale in particolare nei casi di fusione. Un esempio lo abbiamo dal progetto di unione tra BPM e Banco Popolare per il quale il SSM ha imposto un apporto patrimoniale di un miliardo e la cessione di parte delle sofferenze sul mercato (che presumibilmente avverrà a prezzi inferiori a quelli cui le hanno in carico le due banche e quindi con le relative perdite).

Le BCC italiane si caratterizzano per un patrimonio più alto delle banche Spa, ma per una copertura dei crediti deteriorati (come rileva anche Mucchetti nell’articolo citato) sensibilmente più bassa.

Sono pertanto convinto che un progetto di uscita dal mondo cooperativo, per essere approvato secondo le regole europee, deve essere accompagnato non solo dalla ricostituzione del capitale “buttato dalla finestra” per effetto della legge, ma anche da nuovi importanti apporti per adeguare le svalutazioni sui crediti deteriorati almeno a quelli del sistema bancario e per cedere a terzi parte delle sofferenze. Ciò al fine di addivenire a un nuovo soggetto economico robusto, in grado di affrontare con sicurezza il futuro.

Serviranno tanti soldi e soci pazienti. Non è detto che sia così facile trovarli.




Pubblico e privato nella sanità: ha ragione Rossi


di Vincenzo Umbrella

- Una premessa. Sono felice di vivere in Toscana anche per la qualità della sanità pubblica. Prima o tra le prime tre regioni nelle classifiche di settore da sempre, non è la sola eccellenza italiana nella sanità. Ho avuto modo di apprezzare quella veneta e di altre regioni. L’intervento con il quale Enrico Rossi ha denunciato certi eccessi della “intramoenia” mi induce ad alcune riflessioni. Col termine intramoenia ci si riferisce alle prestazioni erogate, fuori orario di lavoro, dai medici ospedalieri, con utilizzo delle strutture dell’ospedale, a fronte del pagamento dal paziente di una tariffa. Per l’uso dei locali, servizi di segreteria, apparecchiature e quant’altro, in media il medico devolve all’ospedale una cifra pressoché simbolica: circa il 6,5% del suo fatturato. Nell’ultima relazione consegnata dal Ministero della salute al Parlamento si dice che circa il 50% dei dirigenti medici del SSN fa attività intramoenia con un guadagno medio di circa 17 mila euro annuo. In totale, 1.150 milioni di euro, dei quali agli ospedali vanno le briciole (70 milioni circa). Privilegiati nel ricorso alla attività privata sono le visite ginecologiche, urologiche e di gastroenterologia (70% del totale delle visite). Altre branche della medicina, con eccellenze assolute (pensiamo ad es. alla rianimazione) o i medici più giovani ne sono esclusi. La media dei compensi non è scandalosa. Lo sono certe punte, nelle quali i guadagni da tali prestazioni arrivano fino a un quintuplo dello stipendio. Ho letto di un medico (un autentico stakanov del ramo) che ha fatturato un milione di euro in un anno. Premesso che l’attività privata non è ammessa nella generalità della pubblica amministrazione, (pensate a un magistrato, un ufficiale dei Carabinieri o della Finanza autorizzati a dare consulenze ai propri “clienti” nei loro luoghi di lavoro!), le medie non destano scandalo, quanto le punte. Insomma, ha ragione Rossi. L’attività va riformata: eliminata del tutto, premiando la maggiore produttività dei medici che si distinguono, o limitata nei compensi a una frazione dello stipendio ed incrementando significativamente la quota che va all’ospedale. E soprattutto limitando i privilegi di una piccola casta all’interno dei medici ospedalieri. E’ tutto il sistema pubblico – privato nella Sanità, nel rapporto pubblico – privato, che deve cambiare. I tagli al bilancio pubblico nei prossimi anni, per rispettare i piani di rientro del “fiscal compact”, interesseranno inevitabilmente la sanità pubblica, toccando anche le prestazioni essenziali. Occorre quindi reperire nuove risorse. Come? Semplicemente operando in concorrenza con il settore privato e spingendo per rendere più efficienti gli ospedali nel business lucroso di visite, esami specialistici, interventi ambulatoriali e quant’altro. Ci sono le file per le TAC e le risonanze? Si facciano lavorare le strutture moderne ed efficienti degli ospedali fino a tarda sera, anche di notte, se necessario. In un periodo come l’attuale, medici e tecnici accetteranno di buon grado di effettuare prestazioni di carattere straordinario (che già molti fanno sottoponendosi a turni massacranti e in alcune Regioni sfortunate, anche in condizioni deficitarie per sprechi ed abusi). Garantire incentivi sostanziali ai professionisti della Sanità che portano “lavoro e guadagni” all’azienda ospedaliera, mi pare un buon modo per recuperare dalla produttività ciò che si perde dai tagli. Chi non ci sta può tranquillamente scegliere l’attività privata. Esiste un esercito di giovani medici e para medici, dotati di grande preparazione professionale, in attesa di entrare a pieno titolo nella Sanità pubblica. A vantaggio del cittadino. Per mantenere di qualità l’alta e la media chirurgia, per le quali comunque il cittadino deve rivolgersi alle strutture pubbliche, da sempre le più attrezzate ed efficienti in questi ambiti.




La battaglia per la legalità di Altopascio


- La storia comincia il 16 giugno 2000. Sedici anni fa. Riguarda una famiglia mafiosa di Reggio Calabria che, però, interessa anche la Toscana: Altopascio per la precisione. L’ha riportata all’attenzione dell’opinione pubblica, lunedi scorso, il Presidente della Toscana Enrico Rossi intervenendo alla manifestazione di “Libera contro le mafie”. Rossi l’ha citata come esempio di quello che non va nella gestione dei beni confiscati alla mafia. Nel caso di Altopascio è un bene che non si riesce ad assegnare e che, nel frattempo, è stato di fatto reso inservibile, sotto gli occhi poco attenti dell’amministrazione comunale. Per questo, in generale, chiede Rossi, “Parlamento e Governo devono intervenire per far si che di fronte a un buon progetto presentato da un giovane, da una cooperativa, il bene sottratto alla criminalità possa essere immediatamente assegnato, senza seguire il criterio dell’offerta economica piu vantaggiosa per lo Stato”. Da togliere non ci sono state offerte da parte di nessuno, il bene è stato assegnato così. “Altrimenti – osserva – succede come in provincia di Lucca”.

Ad Altopascio la vicenda è oggetto di campagna elettorale. Si voterà per le comunali.
Sara D’Ambrosio,  che il Pd ha scelto unitariamente come candidata sindaco, mette subito in chiaro la questione: «Una storia triste che suscita profonda rabbia. La legge parla chiaro: i beni confiscati – ricorda – devono essere destinati ad attività che rispondano ad una pubblica utilità o ad una finalità di valore sociale”.
Il comune di Altopascio, invece, prosegue D’Ambrosio, “ha lasciato per anni il bene alla disponibilità della stessa famiglia mafiosa a cui il bene era stato confiscato”.

Sindaco uscente di Altopascio è Maurizio Marchetti, eletto nelle file del Pdl (di cui, alle ultime politiche, è stato anche candidato), vicinissimo prima a Denis Verdini ora a Deborah Bergamini. Marchetti di Altopascio è stato sindaco dal 1993 per due mandati. All’epoca era assessore ai lavori pubblici nella giunta del sindaco Giorgio Ricciarelli. Di fatto Marchetti è stato al governo di Altopascio, come sindaco, poi come assessore, e come assessore e di nuovo come sindaco, ininterrottamente per 23 anni!

Ritorniamo alla storia. Il provvedimento della Corte d’Appello di Reggio Calabria del 16 giugno 2000, divenuto definitivo il 1° dicembre 2001 con la sentenza della Corte di Cassazione n. 018505/2001, disponeva nei confronti di Antonio Lombardo, boss della ‘ndrangheta, la confisca, tra l’altro, di un fabbricato nel comune di Altopascio, in località Spianate, via Puccini n. 7/9. Si tratta di un fabbricato di tre piani fuori terra, comprendente tre appartamenti, di cui uno mansardato, ciascuno di circa 120 metri quadrati, con adiacente garage di 47 metri quadrati, oltre al terreno circostante di circa 1100 metri quadrati.
La legge prevede per i beni confiscati alle organizzazioni criminali il riutilizzo per fini sociali e il trasferimento al patrimonio del comune dove l’immobile è stato edificato.
Il 29 maggio 2003 il direttore della Direzione Centrale Beni Confiscati – Direzione Gestione Beni Confiscati Centrale dell’Agenzia del demanio di Roma, dispose il trasferimento della villetta, “nello stato di fatto e di diritto in cui si trova”, al patrimonio indisponibile del comune di Altopascio. Con una precisa finalità istituzionale: doveva essere adibito ad alloggi di edilizia residenziale pubblica e a “casa parcheggio” per particolari emergenze abitative di breve durata. Il 25 giugno 2003 si prendeva atto della consegna del bene in questione, che sarebbe avvenuta due giorni dopo. Il 14 luglio, con trascrizione all’Agenzia del Territorio di Lucca, l’immobile è stato finalmente acquisito al patrimonio del comune.
Il comune, però, non procede immediatamente agli interventi edilizi per trasformare la villetta confiscata nelle quattro unità abitative. Anzi, concesse a Giuseppe e Maurizio Lombardi, figli del boss, la possibilità di restare nella villa, in attesa dell’ultimazione della nuova abitazione in costruzione nelle vicinanze, come da concessione edilizia 537/2003, rilasciata il 10 maggio 20014 ad Angelica Zottola, moglie di Giuseppe Lombardo e cognata di Maurizio Lombardo. Il primo contratto di locazione ad uso abitativo tra il comune di Altopascio e Maurizio Lombardo è stato stipulato il 28 gennaio 2005. Il contratto è stato rinnovato l’undici giugno 2007. Il 25 giugno 2009 è stato stipulato, sullo stesso immobile, un contratto di locazione a uso abitativo di natura transitoria con una durata di quattro mesi (dal primo giugno al 30 settembre 2009). Per quasi cinque anni un bene confiscato alla mafia è così rimasto nella disponibilità dei familiari del mafioso condannato!
Il sei marzo 2010 il comune, finalmente, decide un primo sopralluogo dell’immobile. E i due dipendenti comunali incaricati, alla presenza di Maurizio Lombardo, scoprono, con grande sorpresa, che l’edificio era stato seriamente danneggiato, con la demolizione di parte dei solai e dei bagni, la rimozione delle finestre e degli infissi interni, l’abbattimento di pareti interne. Intatti erano rimasti, di fatto, solo i muri esterni! I Lombardo riconsegnano le chiavi senza fornire spiegazioni dei danneggiamenti. Anzi, Maurizio Lombardi, dichiara che le demolizioni sono state fatte a sua insaputa!

Il 31 marzo, 25 giorni dopo, l’architetto del comune che ha effettuato il sopralluogo va dai Carabinieri di Altopascio, racconta l’accaduto e presenta una denuncia, contro ignoti.

Ad oggi il fabbricato risulta inagibile e inutilizzabile per gravissime lesione dei solai e dei pavimenti. Come è potuto accadere? Chi è stato? Le domande non trovano risposta.

Nei contratti di locazione succedutisi, i Lombardi si impegnavano a riconsegnare l’abitazione nelle stesse condizioni della consegna, salvo il deperimento d’uso, pena il risarcimento del danno. A ogni nuovo contratto, le parti hanno sempre dato atto delle buone condizioni dell’immobile e che il conduttore, con il ritiro delle chiavi, si costituiva, da quel momento, custode della casa avuta in locazione.

Come mai il primo sopralluogo, quello nel corso del quale sono stati rilevati i gravi danni all’immobile, è stato svolto dopo circa sei mesi dalla cessazione del contratto di locazione? Come mai la denuncia alle autorità è stata fatta contro ignoti, dopo circa venti giorni dal sopralluogo? Come mai il comune di Altopascio non ha avviato l’azione civile contro Maurizio Lombardo per il risarcimento dei danni arrecati all’immobile?

Perché, poi, né sindaco né giunta hanno mai fornito la comunicazione dell’accaduto e della situazione del bene confiscato né al consiglio comunale né alla stampa?
Lo si viene a sapere in modo casuale. Il Pd presenta immediatamente un’interrogazione discussa nella seduta del consiglio comunale del 31 novembre 2013.
Le risposte fornite non convincono. Il Pd sottopone allora la questione alla Corte dei Conti della Toscana. Si poteva profilare un serio danno all’erario.

Nella foto: Enrico Rossi, a sinistra, e Sara D'Ambrosio, al centro, candidata sindaco del Pd di Altopascio.

Nella foto: Il Presidente della Toscana Enrico Rossi, a sinistra, e Sara D’Ambrosio, al centro, candidata sindaco del Pd di Altopascio.

“Come se non bastasse – fa notare Sara D’Ambrosio – una volta recuperato il possesso del bene, che nel frattempo era stato distrutto, gli amministratori di Altopascio si sono macchiati di quelle che ritengo siano gravi omissioni: non è stata avanzata nessuna azione di responsabilità nei confronti di coloro a cui era stato impropriamente assegnato il bene confiscato”.

Oltre al danno la beffa. Recentemente, infatti, aveva manifestato interesse per il bene distrutto l’ERP (l’ente per le case popolari della provincia di Lucca) che con un contributo di 400 mila euro si sarebbe messo a disposizione del comune (proprietario dell’immobile) per la ristrutturazione del fabbricato e trasformarlo in alloggi popolari. Con il contributo annunciato, ERP richiedeva una compartecipazione alla spesa da parte dell’amministrazione comunale di Altopascio. Che ha deciso di non compartecipazione. I finanziamenti di ERP sono stati impiegati altrove. La casa di Spianate è tuttora in stato di abbandono con gravi lesioni. L’accusa di Sara D’Ambrosio è chiara:
“ A fronte della disponibilità di ERP, il comune – dice la candidata del Pd – è rimasto colpevolmente immobile, perdendo di fatto una concreta possibilità di ristrutturare quel fabbricato dove si sarebbero realizzati almeno tre alloggi popolari. Si sarebbe potuto quindi destinare finalmente quel bene confiscato a una funzione sociale come richiede la legge”. A me – conclude Sara D’Ambrosio – non spetta individuare le responsabilità che hanno determinato questa situazione, ma intendo battermi per ripristinare la legalità e ridare dignità alle istituzioni che in situazioni come queste perdono la credibilità di cui hanno bisogno per combattere a viso aperto il crimine organizzato».

Nella foto di copertina: Il solaio seriamente danneggiato da “ignoti” dell’immobile di Altopascio sequestrato alla ‘ndrangheta




Rossi: colpito il cuore dell'Europa, ma la nostra libertà continua


- “Se a Parigi si e’ detto che si voleva colpire il nostro stile di vita, stavolta mi sembra chiaro che nel mirino c’era l’Europa“, simbolicamente e non solo. “Perche’ Bruxelles – dichiara il presidente della Toscana, Enrico Rossi in un video messaggio che vi proponiamo qui sotto – e’ la capitale d’Europa: al suo aeroporto salgono e scendono i rappresentanti del Parlamento e le stazioni della metro dove ci sono state le esplosioni sono percorse dai tanti impiegati che nei palazzi dell’Unione europea lavorano”. “E’ stato un attentato spaventoso,organizzato dal fondamentalismo islamico con trentaquattro morti gia’ accertati e numerosi feriti. Ma – dice Rossi, tornando a commentare gli attentati che hanno sconvolto la capitale belga – la fortezza europea non deve aver paura, dobbiamo anzi essere ancora piu’ europei ed anche per questo saro’ presto, di nuovo, a Bruxelles“.
Nel video-messaggio Rossi ricorda il “terrorismo nero, rosso, stragista ed anche mafioso” che l’Italia (e Firenze) hanno vissuto. “Da chi ha passato questo – dice – la risposta deve essere forte, senza rinunce alla nostra vita democratica”.

Rossi parla anche dell’Unione europea: “Occorre – dice – comprendere che e’ necessaria una politica estera comune”. Si sofferma “sull’altrettanta necessita’ far lavorare meglio e insieme l’intelligence di ciascun paese, scambiandosi le informazioni”.
“Il califfato – conclude – va colpito e distrutto: certo nel modo giusto, ma quanto prima”.




Le mie primarie Pd, per Bernie Sanders


di Simone Siliani

- Ho partecipato alle primarie del Partito Democratico. Ma non di quello italiano, bensì di quello statunitense. I Democrats Abroad, articolazione estera dell’asinello americano, hanno organizzato il seggio presso la California State University di Firenze sabato passato dalle 15 alle 17. Un afflusso notevole, ordinato, allegro di persone, soprattutto giovani. Senza ansia, acrimonia, camarille, schieramenti, calcoli. Ovviamente, nessuno ti obbliga a versare un obolo per votare: c’è una scatola per le libere offerte, punto.
Avrei potuto votare anche via posta, ma in quel caso il mio voto sarebbe andato a cumularsi con quelli dello Stato (nel mio caso New York) in cui ho la residenza elettorale: anche questa una normale procedura elettorale che in Italia è ancora pura fantascienza, privando di fatto così molti italiani all’estero del diritto di voto.
Dunque, un centinaio di votanti alle primarie Dem a Firenze, tranquilli e sereni, che si sono espressi a maggioranza per Bernie Sanders, che scalda di più il cuore liberal dei democratici che vivono in Italia, ma anche molti voti a Hillary Rodham Clinton, perché dopo il presidente afro-americano c’è da rompere il tabù di genere nella storia della presidenza federale statunitense.
Anche io ho depositato la mia ballot votando Bernie, curioso di vedere l’effetto che faceva votare per un candidato vero alla presidenza che si autodefinisce socialista o socialdemocratico e che si presenta all’elettorato con una piattaforma che vede al primo posto l’obiettivo dell’uguaglianza o, almeno, la riduzione delle enormi disuguaglianze economiche, sociali, culturali che caratterizzano la società americana.
Quella della riduzione delle enormi e crescenti disuguaglianze nelle società moderne e a livello globale è la questione fondamentale che, a mio avviso, può contribuire a ridefinire insieme l’identità e la proposta di governo della sinistra, ovunque nel mondo. Sì, la sinistra, senza paura di pronunciare la parola; così come Sanders non ha avuto timore, negli Stati Uniti d’America niente meno, di definirsi socialdemocratico. Certo, non è sufficiente un esercizio linguistico – l’autodefinirsi “sinistra” o “socialista” – per creare una cultura politica, una piattaforma e un’azione di governo progressista, come purtroppo dimostrano non pochi leader e partiti politici europei autodefinitisi tali (e, dunque, iscritti alla “famiglia” politica europea dei “Democratici e Socialisti”) che non ci pensano un attimo a chiudere frontiere agli immigrati, alzare muri, sospendere il trattato di Schengen. Di più, non basta autodefinirsi “sinistra”, “egualitaristi”, “riformisti” per essere percepiti tali nel 2016 dagli altri. Ne ha parlato molto diffusamente Janell Ross in un commento sul Washington Post del 10/3/2016 (“Bernie Sander’s most vitriolic supporters really test the meaning of the word ‘progressive”). Sanders ha sì vinto, inaspettatamente, le primarie in Michigan, uno Stato grande con una percentuale alta di popolazione di colore, ma la sua difficoltà a convincere le minoranze, soprattutto afro-americana, mette fortemente in dubbio le sue possibilità di vincere la nomination del Partito Democratico. E questo mostra la sua difficoltà a tradurre la sua piattaforma fondata sulla lotta alle disuguaglianze in un progetto o in un messaggio capaci di coinvolgere proprio quei gruppi di elettori che maggiormente avrebbero da guadagnare se una piattaforma politica del genere fosse attuata a livello federale. In Michigan, dove pure ha vinto, Sanders ha avuto i voti di circa il 30% degli elettori neri, quando di solito arriva intorno al 10-15% di quell’elettorato (che invece vota massicciamente per Hillary Clinton). Ma senza i voti dei neri non si ottiene la nomination democratica perché essi compongono una grande parte della base elettorale del partito. L’articolo citato di Janell Ross evidenzia come fra i sostenitori di Sanders e talvolta lui stesso alberghino alcuni stereotipi razziali che stridono certamente con il suo messaggio contro la povertà. Ne è un esempio la frase di Sanders durante il dibattito fra i candidati democratici di domenica scorsa: “essere poveri significa essere neri ed essere neri vuol dire avere sperimentato la vita in un ghetto”. Sanders ha dovuto poi precisare, nei giorni seguenti, queste dichiarazioni oggi quai incomprensibili negli Stati Uniti, spiegando che “quando parliamo di ghetto, tradizionalmente stiamo parlando di comunità Afro-americane”, cosa che ha forse addirittura peggiorato la situazione.
Dunque, il problema del rapporto con la base nera del voto democratico è aperto davanti a Sanders che, finora, ha molto impostato la sua campagna cercando di ottenere risultati in Stati dominati dal voto dei bianchi, come il Kansas, il Nebraska, il Maine. Il punto è che lui ha a che fare con Hillary e Bill Clinton che da decenni hanno costruito solide relazioni con i leader e i votanti neri; mentre Sanders, essendo stato per molto tempo un indipendente, non è stato mai attivo nel Partito Democratico che, contrariamente a quanto si pensa da noi, ha una sua vita e una sua organizzazione, certo fondata sui momenti elettorali (che negli USA sono molti, frequenti e diffusi), ma non per questo meno concreta. Inoltre Sanders è stato eletto dal 1991 come senatore del Vermont, uno Stato bianco al 95%. Vi è poi il fatto che Sanders è molto bravo nei comizi, nei discorsi dal palco, ma ha prima evitato e poi ha tentato senza molti successi gli incontri in piccoli gruppi, nei luoghi di lavoro e di vita delle persone. Questione di impostazione di campagna elettorale: la Clinton è, invece, straordinaria in questo genere di approcci e ha basato molto la sua campagna su questa modalità (naturalmente amplificata dai mezzi di comunicazione di massa).
Vi è dunque un problema relativo al modo con cui un messaggio viene veicolato. Ma il messaggio è forte, attrattivo soprattutto di giovani che erano lontani dalla politica. Mentre il messaggio “centrista” è più debole, meno esaltante, forse più rassicurante, ma l’America di oggi sente meno il bisogno di messaggi confortevoli ed è più arrabbiata, frustrata, intimorita, fragile. Forse non tanto da scegliere Sanders come presidente (e forse neppure tanto da scegliere Trump), ma il problema dell’uguaglianza e dell’eccessiva disuguaglianza oggi è avvertito come tale e non più come una forza, come avvenuto negli ultimi decenni.
Se n’è accorto anche Tony Blair, il quale in una intervista congiunta al Guardian e al Financial Times a Wasgington, si è domandato seriamente del fenomeno per molti versi simile di Jeremy Corbyn e di Bernie Sanders, due leader anziani, con parole d’ordine per certi aspetti appartenenti ai valori tradizionali laburisti che però sono così attuali e attraenti, con un messaggio che “rompe la gabbia”. Ed è giunto alla conclusione che, per quanto diversi elementi concorrano all’affermarsi di queste proposte, quello decisivo è “la perdita di fiducia nel progressismo centrista”. Blair non sa capacitarsi del perché gli elettori scelgano leader che hanno scarsa capacità di eleggibilità, o perché questo requisito sia così poco influente nelle scelte degli elettori. Ma, nel caso di Corbyn sicuramente, gli elettori laburisti si sono incaricati di rovesciare questo assunto di Blair: un leader non ha una eleggibilità intrinseca, bensì ha quella che gli attribuiscono gli elettori. Così la base laburista ha costruito l’eleggibilità di Corbyn e sta rafforzando quella di Sanders, che partiva come candidato improbabile o impossibile. Lieto di essere stato sabato uno di questi.




Draghi ha usato il bazooka. Ultimo colpo?


di Bancor

- Mario Draghi ha convinto il board della BCE a superare le resistenze tedesche usando tutta insieme la potenza di fuoco di cui disponeva. Un maxi-piano di stimolo così sintetizzabile:
• ha portato a zero il tasso sui fondi che le banche prenderanno a prestito dalla BCE;
• il tasso sui depositi bancari in BCE passa da -0,30% a -0,40%; ciò per indurre le banche a investire nell’economia, penalizzando chi lascia i fondi nel c/c con BCE;
• il “marginal lending facility” cioè il tasso per la liquidità a un giorno scende da 0,30 allo 0,25%: pure questo intervento sul costo del denaro “overnight” finalizzato ad aumentare la liquidità;
• la novità più rilevante per l’Italia è il Quantitative Easing che sale da 60 a 80 miliardi al mese di titoli che la BCE acquisterà titoli dalle banche per liberare nuove risorse da investire nell’economia. Inoltre, per la prima volta la Bce potrà acquistare bond in euro di imprese non finanziarie, con un rating superiore a quelli speculativi;
• Fino a marzo 2018 la BCE lancerà quattro nuove operazioni di finanziamenti a quattro anni per le banche (TLTRO) con tassi che potranno scendere fino a quello dei depositi (-0,40%). In buona sostanza, la BCE pagherà le banche per la liquidità a lungo termine che concederà loro e il tasso sarà tanto più negativo quanto più gli istituti faranno credito. Nella conferenza stampa Draghi ha precisato che la misura è per “tutte le banche, non è pensata per quelle italiane”.

Quella del 10 marzo è stata una manovra imponente, forse l’ultimo colpo del bazooka in mano a Draghi, per cercare di far risalire l’inflazione, stimolare il credito e la ripresa economica. Una cura da cavallo che tuttavia mostra la dura realtà della situazione economica europea.
La BCE si è mossa infatti sulla base di previsioni economiche preoccupanti.
La ripresa nell’area Euro rallenta. Sono forti i rischi di ulteriori ribassi per il rallentamento dei paesi emergenti, per la volatilità dei mercati e per i vari focolai di guerra.
L’inflazione non riparte affatto e il target del +2% sembra ormai una chimera. Aleggia lo spettro della deflazione, un fenomeno nuovo per l’Europa e per l’Italia in particolare, che nessuno sa come fronteggiare.
Draghi ha convinto il board della Bce ad approvare la sua linea a schiacciante maggioranza – ma non all’unanimità – nonostante che, per la regola interna di rotazione dei diritti di voto non abbia votato il Governatore della Bundesbank Jens Weidmann, principale avversario della politica di Draghi.  Weidmann esprime le voci critiche che da tempo arrivano dalla Germania e che si sono levate prima e dopo l’annuncio. Michael Kemmer, rappresentante delle banche tedesche ha commentato: “misure totalmente inutili” e che la Bce “esagera i rischi di deflazione”. Altre critiche vengono dall’ex Governatore della Bundesbank e da politici anche di altri governi del nord Europa.
A queste critiche ha risposto Draghi nella conferenza stampa: “Immaginate se non avessimo fatto niente, se avessimo incrociato le braccia dicendo ‘nein zu allen’, no a tutto. Oggi ci ritroveremmo con una disastrosa deflazione”.

La promessa di Mario Draghi del luglio 2012 “Whatever it takes” viene confermata. A un anno dal varo del Quantitative Easing, era prevista una revisione ma la Bce ha però sorpreso tutti, mettendo in campo più interventi congiunti.
Finora gli strumenti di Draghi hanno evitato la crisi del sistema bancario, che avrebbe avuto effetti catastrofici per imprese e famiglie, ma non lo scenario deflazionistico. Anche con le nuove misure, i tempi per tornare alla normalità saranno lunghi. Draghi è mosso da grande attenzione alle imprese, con i prestiti Tltro e con l’acquisto di corporate bond.
Serve però la collaborazione di un sistema bancario, più orientato a dare credito all’economia reale, e una politica attiva degli Stati membri, da cui la BCE si attende misure per stimolare l’economia europea.

La reazione dei mercati è stata inizialmente euforica, ma l’effetto è rapidamente sfumato. Le principali borse europee hanno chiuso in negativo. A metà giornata dell’11, l’atteso rimbalzo, fino al 4%, dell’indice MIB della Borsa di Milano. Vedremo nei prossimi giorni se prevarrà l’ottimismo per il credito facile o il pessimismo per la situazione economica che ha reso necessario questo intervento senza precedenti.
La vera difficoltà per Draghi è convincere i mercati di non aver esaurito le munizioni del suo bazooka. Il presidente della Bce lo ha detto esplicitamente: la migliore risposta a chi dice che le banche centrali non hanno più strumenti “sono le decisioni di oggi. È una lista piuttosto lunga di misure destinate a rafforzare la congiuntura. Abbiamo dimostrato che non ci mancano gli strumenti”.
La Bce lascia intravedere alcune possibili nuove carte da giocare: sul fronte dei tassi, oggi a zero, Draghi ha assicurato che “resteranno ai livelli attuali o a livelli ancora più bassi, per un periodo ben al di là dell’orizzonte temporale del Quantitative Easing” che potrà proseguire “se necessario” oltre la scadenza di marzo 2017 e “in ogni caso fino a quando vedremo una sostenuta risalita della dinamica di inflazione”. In estrema sintesi, ancora “whatever it takes”.

Resta viva però la questione sul reale potere della politica monetaria di stimolare l’economia europea dopo le tante iniziative già prese. Occorre un grande sforzo di tutti, una rinnovata fiducia: dei consumatori perché spendano di più, delle imprese perché investano per essere più competitive e del governo a tutti i livelli per adottare politiche di stimolo alla crescita. E’ questo che auspica anche Mario Draghi.




La politica della BCE. In attesa della nuova manovra


di Bancor

- La politica monetaria espansiva della BCE è semplice. Bastano alcune nozioni di base per capire come funziona, gli ambiti dove è stata più o meno efficace e le motivazioni dell’ulteriore rafforzamento annunciato dal Presidente Mario Draghi. Con il termine Quantitative Easing (QE), traducibile in facilitazione quantitativa, si descrive la modalità con cui BCE crea moneta e la trasferisce al sistema finanziario ed economico con operazioni di mercato. Da un anno la BCE sta acquistando, fino a 60 miliardi al mese, titoli di stato dei paesi dell’Unione monetaria, immettendo moneta. Si tratta di una politica monetaria ultra espansiva.
I passi fondamentali di tale politica sono rappresentati dall’immissione di nuova moneta da parte della BCE tramite l’acquisto di titoli. Ciò produce un aumento del prezzo dei titoli stessi e la riduzione del loro rendimento. Poiché il rendimento dei titoli di Stato è agganciato ai tassi bancari ne consegue un abbattimento degli interessi su mutui e debiti di famiglie e imprese.
Il QE si accompagna a un costo zero (0,05 per la precisione) fissato per le banche che si indebitano con BCE e a un tasso negativo dello 0,3% sulle somme depositate in BCE.

Con queste manovre, senza uguali nella storia europea, BCE si pone diversi obiettivi:

1. ridurre il costo del debito degli Stati dell’area Euro, riducendo i rischi di default dei paesi più indebitati. Senza la garanzia della BCE, gli investitori per finanziare questi Stati richiederebbero tassi ben più elevati;

2. l’aumento del valore dei titoli consente a chi li ha in portafoglio (banche, finanziarie, imprese, privati) di realizzare plusvalenze;

3. attraverso tali plusvalenze le banche hanno conseguito utili straordinari da titoli utili a svalutare le sofferenze e aumentare i patrimoni, anche per rispondere alle richieste della Vigilanza europea;

4. fornendo liquidità al sistema a tasso zero BCE stimola le banche a prestare più denaro a famiglie e imprese o altri impieghi;

5. la riduzione del costo dei debiti verso le banche dovrebbe stimolare una maggiore propensione alla spesa, una crescita dei consumi e quindi dell’economia;

6. tassi bassi aiutano pure a sostenere o “pompare” i corsi azionari; una parte del denaro, si indirizza in Borsa, creando una domanda artificiale di titoli quotati;

7. con il calo dei tassi diventa meno conveniente investire in Euro; la riduzione del flusso di capitali finanziari esteri favorisce la svalutazione e quindi rende più competitive le nostre economie. Dopo il QE, il cambio Euro Dollaro è passato dai massimi di 1,40 a 1,02 con effetti positivi sull’export, per tornare a 1,10 oggi;

8. il mandato della BCE prevede l’obiettivo di mantenere il tasso d’inflazione ad un livello vicino al 2% che la maggior parte degli economisti ritiene essenziale per stimolare i consumi e far crescere il PIL monetario (riducendo per questa via il rapporto debito/PIL). Questo obiettivo è fallito in pieno; infatti i dati sui prezzi di febbraio segnalano deflazione a un anno esatto da quando la BCE ha avviato il suo programma di acquisto titoli.

Nella foto: Mario Draghi

Nella foto: Mario Draghi

Un Quantitative easing (quando funziona) accanto alle positività indicate, contiene un problema: con l’aumento dell’inflazione si rivalutano gli asset di chi li ha, ampliando il divario tra ricchi e poveri. Diventa quindi essenziale che i Governi compensino tali effetti sociali con politiche adeguate, per mantenere stabile o spostare verso i livelli più bassi la distribuzione del reddito e della ricchezza.

Il QE della BCE è di tipo monetario, e radicalmente diverso dal Quantitative Easing nato negli Stati Uniti, in cui il Governo Federale ha largamente utilizzato i tassi zero sul debito per un massiccio programma di stimoli all’economia reale attraverso spesa pubblica diretta e minori tasse. E’ mancato in Europa lo sfruttamento da parte dei Governi del principale beneficio del Quantitative easing – la riduzione del costo del debito – per realizzare politiche espansive. Dalle statistiche europee il debito pubblico dell’Eurozona, continua inesorabilmente a crescere, sia in termini assoluti che in relazione al PIL, mentre il credito verso il settore privato langue anche per carenza di domanda di credito “buona”.

Nell’Europa a 28 il rapporto tra debito e PIL è salito all’86,8 % alla fine del 2014, mentre nell’Area Euro, sempre a fine 2014, è salito al 91,9 %. I propositi dei Governi vanno verso una riduzione della pressione fiscale, invero molto alta in Europa, piuttosto che verso una spesa diretta o verso politiche di assunzione di giovani nella Pubblica Amministrazione che, in Italia, si trova in una situazione di invecchiamento, per mancato turn over, e di scarsa innovazione tecnologica ed informatica.

I dati pubblicati il 1 marzo sui prezzi indurranno quasi certamente la BCE a rafforzare la manovra espansiva come da tempo annunciato da Draghi. Gli investitori tuttavia non nutrono grandi aspettative, soprattutto sul fronte degli acquisti di titoli. Nei dati sull’inflazione richiede attenzione il forte rallentamento dei prezzi industriali (escluso il settore energia) saliti dello 0,3% annuo dopo il +0,7% di gennaio. Comincia quindi a pesare il rallentamento della domanda globale e il ri-apprezzamento dell’euro da novembre a oggi malgrado l’orientamento espansivo della BCE; prende corpo l’ipotesi che la globalizzazione abbia creato un eccesso di offerta sui mercati e una pressione al ribasso dei prezzi spinta da produttori del mondo globalizzato, disposti a produrre beni a costi sempre minori. Il 10 marzo, giorno della riunione BCE, vedremo una nuova manovra sui tassi e forse anche, l’auspicato aumento degli acquisti mensili di titoli. Resterà viva però la questione sul reale potere, nell’attuale situazione e dopo le tante iniziative già prese, della politica monetaria.




Crisi di fiducia ed eccesso di regole. Due nemici delle Banche.


di Bancor

- Intorno al credito si è parlato molto di sofferenze, governance, costi elevati, troppe banche e troppi sportelli. Esistono altri condizionamenti recenti che meritano una riflessione. Si tratta della crisi di fiducia e dell’eccesso di regole.
La crisi di fiducia è un fenomeno recente. Il “bail in”, la crisi delle 4 banche e l’eccessiva pressione mediatica hanno gettato nel panico gran parte dei risparmiatori. Tra dicembre e gennaio scorsi, masse di depositi ingenti si sono spostate verso banche ritenute, a torto o a ragione, più sicure. Abbiamo descritto il fenomeno nell’articolo su questo giornale “Blu Monday, Black Friday e Mary Poppins”.
Le banche solo in base alla fiducia dei risparmiatori possono prestare denaro all’economia, tenendo una piccola parte in liquidità. Neanche la banca più solida può resistere alla fuga dei depositanti; non ci sono riserve che tengano in casi del genere. Per fortuna la situazione sta migliorando. La Vigilanza europea, gli stress test e il nuovo capitale imposti alle banche nell’ultimo triennio garantiscono i risparmiatori più che nel passato. Sotto questo aspetto il sistema italiano è più sicuro di altri.
Le nostre sono soprattutto banche commerciali, che impiegano la raccolta in crediti alle imprese, con posizioni limitate sul settore della finanza derivata. Valutare i crediti commerciali è abbastanza facile e quelli delle nostre banche sono stati analizzati con rigore persino eccessivo. Non ci si attendono quindi sorprese. Ben più ardua è invece la valutazione dei rischi connessi con i derivati, sui quali sono fortemente esposti i colossi bancari di altri Paesi membri dell’Unione bancaria.
Sull’argomento Angelo Baglioni su La Voce Info del 23 febbraio sostiene che, per evitare ai risparmiatori di pagare il prezzo delle insolvenze bancarie, basterebbe che le banche emettano obbligazioni a più alto rischio riservate a investitori istituzionali per l’8% delle loro passività. Il bail-in assorbirebbe questa parte e poi potrebbe scattare il bail-out, con intervento pubblico senza coinvolgere gli altri risparmiatori.
Non è semplice né economico farvi ricorso ma è un modo per acquisire più fiducia dai depositanti.
Le banche “sfiduciate” sostengono oggi un surplus di costi rispetto a quelle ritenute sane. Le prime costrette a pubblicizzare tassi fino al 2% annuo sui depositi a tempo (basta osservare i cartelli nelle vetrine dei loro sportelli) per incentivare la raccolta, le seconde in grado di attrarre risparmi con tassi zero se non negativi.
Questo è il costo della fiducia.

L’eccesso di regolamentazione è una criticità molto forte. Esiste un livello di complicatezza elevato nella regolamentazione finanziaria cui si aggiunge il tema dell’attività di riciclaggio e delle misure da mettere in campo per non incorrere in operazioni illecite. Chi opera deve conoscere il cliente finale anche sui profili finanziari e di rischio. L’eccesso di regolamentazione italiano ed europeo si ripercuote sulle dinamiche competitive.
Con la crisi Lehman e quella dell’euro si sono costituiti vari regolatori col preciso mandato di promuovere la stabilità finanziaria: Fsb (Financial Stability Board), Eba European Banking Authority, Ssm (Single Supervisory Mechanism), Srb (Single Resolution Board) IASB (International Accounting Standards Board).
Già prima della crisi la regolamentazione bancaria si è dimostrata inefficace a contrastare gli eccessi della finanza speculativa. Ma negli ultimi anni le regole sono andate in direzione opposta: una quantità di nuove norme ingente e spesso non coordinata. I costi per banche e pure per i consumatori hanno superato i benefici.
Implicitamente si è chiesto ai regolatori di puntare a minimizzare i rischi, il che sotto un certo aspetto è un bene; ovviamente a rischio basso corrisponde crescita bassa.
Di questo argomento si è occupato lo Stakeholder Group, l’organo consultivo dell’EBA con il rapporto, presentato a Bruxlles il 15 gennaio scorso, che richiama i regolatori UE a una maggiore attenzione al principio di proporzionalità. Si aggiungano nuove regole alle banche solo se portano benefici sociali tangibili non conseguibili con costi minori.
Se la regolamentazione è sproporzionata, è probabile che calcolo dei costi-benefici peggiori. Si spera che tali raccomandazioni vengano recepite per promuovere la proporzionalità in ogni aspetto della regolamentazione.

Le piccole e medie imprese sono da sempre il principale creatore di posti di lavoro e lo saranno sempre di più in un futuro in cui la rivoluzione digitale incoraggia migliaia di start-up. Ma esse sono per le banche anche la parte più rischiosa e che richiede più capitale. Le regole quindi frustrano il credito alle PMI. Ecco quindi la necessità per la politica e per le istituzioni di riflettere sul trade-off rischio vs. crescita.
Serve una pausa di riflessione che aiuti le banche a digerire l’enorme mole di norme emanata negli ultimi sette anni. Troppe regole, troppo incerte e troppi regolatori europei e nazionali. Oggi che i livelli di capitale sono stati innalzati, la parola d’ordine deve essere stabilità nella regolamentazione. Solo così le banche potranno disegnare business plan che consentano di creare valore.
Oggi l’Europa è come un animale a due teste, in cui la testa monetarista spinge per lo sviluppo, mentre l’altra crea troppe regole e produce ansia, anche con annunci continui di nuove misure che riducono il credito all’economia. Le due strategie sono fra loro in contraddizione e ciò complica ulteriormente la ripresa.
Talune proposte renderebbero ancor più rigido il mercato creditizio. Le ipotesi di aumentare gli assorbimenti patrimoniali per i finanziamenti alle imprese e di portare i coefficienti patrimoniali a soglie al 20% e oltre per le banche sistemiche ridurrebbero fortemente i prestiti, così come le ipotesi di rendere ancor più stringenti i criteri per considerare deteriorato un credito. Pure la proposta di inserire un assorbimento patrimoniale oltre un certo limite di titoli di Stato detenuti dalle banche, riduce i prestiti a imprese e famiglie oltre che gli investimenti in titoli di Stato.
Si tratta di un approccio matematico nelle valutazioni che riduce gli spazi per scelte responsabili d’impresa.
Ulteriori richieste di capitale, produrrebbero altri danni alle banche italiane che subiscono gli effetti di sette anni di crisi, affrontata quasi soltanto con risorse proprie.
La rincorsa a sempre maggiori soglie patrimoniali non deve essere infinita.




Aspettando Rossi, il discorso di Pontedera


- Lunedi sera a Pontedera, allo Sporting Club “Vasco Gronchi“, gremito in ogni ordine di posti (350 persone), Enrico Rossi ha ufficialmente annunciato la candidatura alla segreteria nazionale del Pd. Nel primo filmato che vi proponiamo (Il discorso di Pontedera), una sintesi dell’intervento. Il programma di Rossi in tredici minuti.
A seguire un altro video, più breve, “Aspettando Rossi“, pubblicato sul profilo facebook di Gramsciani per Enrico Rossi: sono le dichiarazioni, a caldo, di alcuni partecipanti all’iniziativa.