Crisi di fiducia ed eccesso di regole. Due nemici delle Banche.


di Bancor

- Intorno al credito si è parlato molto di sofferenze, governance, costi elevati, troppe banche e troppi sportelli. Esistono altri condizionamenti recenti che meritano una riflessione. Si tratta della crisi di fiducia e dell’eccesso di regole.
La crisi di fiducia è un fenomeno recente. Il “bail in”, la crisi delle 4 banche e l’eccessiva pressione mediatica hanno gettato nel panico gran parte dei risparmiatori. Tra dicembre e gennaio scorsi, masse di depositi ingenti si sono spostate verso banche ritenute, a torto o a ragione, più sicure. Abbiamo descritto il fenomeno nell’articolo su questo giornale “Blu Monday, Black Friday e Mary Poppins”.
Le banche solo in base alla fiducia dei risparmiatori possono prestare denaro all’economia, tenendo una piccola parte in liquidità. Neanche la banca più solida può resistere alla fuga dei depositanti; non ci sono riserve che tengano in casi del genere. Per fortuna la situazione sta migliorando. La Vigilanza europea, gli stress test e il nuovo capitale imposti alle banche nell’ultimo triennio garantiscono i risparmiatori più che nel passato. Sotto questo aspetto il sistema italiano è più sicuro di altri.
Le nostre sono soprattutto banche commerciali, che impiegano la raccolta in crediti alle imprese, con posizioni limitate sul settore della finanza derivata. Valutare i crediti commerciali è abbastanza facile e quelli delle nostre banche sono stati analizzati con rigore persino eccessivo. Non ci si attendono quindi sorprese. Ben più ardua è invece la valutazione dei rischi connessi con i derivati, sui quali sono fortemente esposti i colossi bancari di altri Paesi membri dell’Unione bancaria.
Sull’argomento Angelo Baglioni su La Voce Info del 23 febbraio sostiene che, per evitare ai risparmiatori di pagare il prezzo delle insolvenze bancarie, basterebbe che le banche emettano obbligazioni a più alto rischio riservate a investitori istituzionali per l’8% delle loro passività. Il bail-in assorbirebbe questa parte e poi potrebbe scattare il bail-out, con intervento pubblico senza coinvolgere gli altri risparmiatori.
Non è semplice né economico farvi ricorso ma è un modo per acquisire più fiducia dai depositanti.
Le banche “sfiduciate” sostengono oggi un surplus di costi rispetto a quelle ritenute sane. Le prime costrette a pubblicizzare tassi fino al 2% annuo sui depositi a tempo (basta osservare i cartelli nelle vetrine dei loro sportelli) per incentivare la raccolta, le seconde in grado di attrarre risparmi con tassi zero se non negativi.
Questo è il costo della fiducia.

L’eccesso di regolamentazione è una criticità molto forte. Esiste un livello di complicatezza elevato nella regolamentazione finanziaria cui si aggiunge il tema dell’attività di riciclaggio e delle misure da mettere in campo per non incorrere in operazioni illecite. Chi opera deve conoscere il cliente finale anche sui profili finanziari e di rischio. L’eccesso di regolamentazione italiano ed europeo si ripercuote sulle dinamiche competitive.
Con la crisi Lehman e quella dell’euro si sono costituiti vari regolatori col preciso mandato di promuovere la stabilità finanziaria: Fsb (Financial Stability Board), Eba European Banking Authority, Ssm (Single Supervisory Mechanism), Srb (Single Resolution Board) IASB (International Accounting Standards Board).
Già prima della crisi la regolamentazione bancaria si è dimostrata inefficace a contrastare gli eccessi della finanza speculativa. Ma negli ultimi anni le regole sono andate in direzione opposta: una quantità di nuove norme ingente e spesso non coordinata. I costi per banche e pure per i consumatori hanno superato i benefici.
Implicitamente si è chiesto ai regolatori di puntare a minimizzare i rischi, il che sotto un certo aspetto è un bene; ovviamente a rischio basso corrisponde crescita bassa.
Di questo argomento si è occupato lo Stakeholder Group, l’organo consultivo dell’EBA con il rapporto, presentato a Bruxlles il 15 gennaio scorso, che richiama i regolatori UE a una maggiore attenzione al principio di proporzionalità. Si aggiungano nuove regole alle banche solo se portano benefici sociali tangibili non conseguibili con costi minori.
Se la regolamentazione è sproporzionata, è probabile che calcolo dei costi-benefici peggiori. Si spera che tali raccomandazioni vengano recepite per promuovere la proporzionalità in ogni aspetto della regolamentazione.

Le piccole e medie imprese sono da sempre il principale creatore di posti di lavoro e lo saranno sempre di più in un futuro in cui la rivoluzione digitale incoraggia migliaia di start-up. Ma esse sono per le banche anche la parte più rischiosa e che richiede più capitale. Le regole quindi frustrano il credito alle PMI. Ecco quindi la necessità per la politica e per le istituzioni di riflettere sul trade-off rischio vs. crescita.
Serve una pausa di riflessione che aiuti le banche a digerire l’enorme mole di norme emanata negli ultimi sette anni. Troppe regole, troppo incerte e troppi regolatori europei e nazionali. Oggi che i livelli di capitale sono stati innalzati, la parola d’ordine deve essere stabilità nella regolamentazione. Solo così le banche potranno disegnare business plan che consentano di creare valore.
Oggi l’Europa è come un animale a due teste, in cui la testa monetarista spinge per lo sviluppo, mentre l’altra crea troppe regole e produce ansia, anche con annunci continui di nuove misure che riducono il credito all’economia. Le due strategie sono fra loro in contraddizione e ciò complica ulteriormente la ripresa.
Talune proposte renderebbero ancor più rigido il mercato creditizio. Le ipotesi di aumentare gli assorbimenti patrimoniali per i finanziamenti alle imprese e di portare i coefficienti patrimoniali a soglie al 20% e oltre per le banche sistemiche ridurrebbero fortemente i prestiti, così come le ipotesi di rendere ancor più stringenti i criteri per considerare deteriorato un credito. Pure la proposta di inserire un assorbimento patrimoniale oltre un certo limite di titoli di Stato detenuti dalle banche, riduce i prestiti a imprese e famiglie oltre che gli investimenti in titoli di Stato.
Si tratta di un approccio matematico nelle valutazioni che riduce gli spazi per scelte responsabili d’impresa.
Ulteriori richieste di capitale, produrrebbero altri danni alle banche italiane che subiscono gli effetti di sette anni di crisi, affrontata quasi soltanto con risorse proprie.
La rincorsa a sempre maggiori soglie patrimoniali non deve essere infinita.




Aspettando Rossi, il discorso di Pontedera


- Lunedi sera a Pontedera, allo Sporting Club “Vasco Gronchi“, gremito in ogni ordine di posti (350 persone), Enrico Rossi ha ufficialmente annunciato la candidatura alla segreteria nazionale del Pd. Nel primo filmato che vi proponiamo (Il discorso di Pontedera), una sintesi dell’intervento. Il programma di Rossi in tredici minuti.
A seguire un altro video, più breve, “Aspettando Rossi“, pubblicato sul profilo facebook di Gramsciani per Enrico Rossi: sono le dichiarazioni, a caldo, di alcuni partecipanti all’iniziativa.




Rossi lancia la sfida: sono alternativo a Renzi


Pontedera - Enrico Rossi annuncia la candidatura alla segreteria del Pd. Una partenza in casa, meglio, da casa! Lo farà, infatti, stasera da Pondedera (ad una iniziativa di partito, allo Sporting Club “V. Gronchi”, in via dell’Olmo), dove è iniziata la sua storia politica, prima come assessore, poi come sindaco, e da qui, con un crescendo inarrestabile, assessore per due legislature alla sanità e, infine,  presidente della Toscana dal 2010. L’annuncio dell’annuncio l’ha fatto poco prima di mezzogiorno a Pisa, dove si trovava per terza tappa del suo “Viaggio di Toscana” da presidente della Regione.
Queste le sue parole: “Stasera a Pontedera, che e’ casa mia, annuncio ufficialmente che mi candidero’ alla segreteria nazionale del Pd e quindi lavorero’ per raccogliere le firme necessarie per farlo”. “La mia sara’ una candidatura – spiega – alternativa a Renzi ma con l’ambizione di superare la dinamica tra renziani e antirenziani. Per questo mi definisco convintamente rossiano“.
“Quello che mi sento di assicurare fin da ora – aggiunge – e’ che non faro’ danni al Pd, perche’ penso che in un partito plurale come il nostro si possa esprimere le proprie opinioni anche senza dover poi portare via il pallone con il quale si gioca”.
La candidatura alla guida del Pd ha l’obiettivo, prosegue Rossi, di “uscire dagli schemi attuali dell’essere con Renzi o anti-Renzi e di avere come interlocutore la sinistra del partito pur riconoscendo la spinta innovativa del premier”. “Credo che in un partito ci si debba stare anche rispettandone la disciplina – conclude – ed e’ per questo che dopo mesi di incontri e occasioni in cui ho espresso le mie idee ho sentito il dovere di candidarmi e di provare a superare certe divisioni mettendo in campo una proposta politica alternativa ma che non e’ contro nessuno”.

Nella foto: La notiza della candidatura di Enrico Rossi alla segreteria del Pd in apertura di repubblica.it

Nella foto: La notiza della candidatura di Enrico Rossi alla segreteria del Pd in apertura di repubblica.it

Tutto era cominciato il primo settembre scorso, dopo un’intervista rilasciata alla Stampa di Torino e da una successiva domanda rivoltagli da Valter Rizzo, giornalista del Tgr Rai della Toscana: “Presidente che vuol dire quell’intervista? Che intende candidarsi”? “Perchè no?“, fu la risposta di Rossi. Dal “perchè no” all’annuncio ufficiale di oggi sono passati 4 mesi e 22 giorni. Evidentemente le ragioni di questo passo non mancano. Rossi da quel giorno ha cercato di spiegarle più volte. Ma cos’è cambiato da settembre ad oggi? “La mia grande convinzione di doverlo fare si è fortemente rafforzata”.
E’ una candidatura ben definita che si sintetizza nel seguente obiettivo: «Voglio superare la dinamica renziani-antirenziani».
E’ una sfida impegnativa. Ma dopo a due anni e due mesi dalla vittoria di Renzi su Bersani alle primarie (e dopo due anni di Governo), non mancano gli elementi per dire che la Direzione del Pd è stata un’esperienza da rivedere. Rossi vuole rappresentare un diverso modo di essere partito e una attenzione maggiore agli ultimi, alla solidarietà, senza rinunciare al riformismo. Si pensi alla grande attenzione al tema della povertà e della redistribuzione.
«Non so come la prenderà Renzi – disse Rossi a settembre – ma voglio stare nel dibattito politico nazionale. Il mio profilo culturale non è quello di Renzi». La sfida è dunque lanciata. Le prime reazioni? L’europarlamentare renziano doc Nicola Danti fà l’ironico: “Caro Enrico, abbiamo capito”. L’altro renziano doc Antonio Mazzeo, vicesegretario regionale del Pd, distingue: “Sono rossiano quando Rossi fa il presidente della Toscana, perchè è un ottimo presidente, ma resto renziano per affidare la guida del mio partito a chi sta ottimamente guidando l’Italia“. I due ruoli, per Mazzeo non si toccano.
Altri la pensano diversamente. Non solo nel Pd.  Stando ai primi commenti alla notizia apparsa in apertura su repubblica.it, non mancano toni di aperta condivisione alla sfida lanciata da Rossi. Ve ne proponiamo tre:
“Ho avuto modo di ascoltare molti suoi interventi in trasmissioni televisive e mi auguravo un suo impegno in prima persona a dirigere il PD. Buon Lavoro”; “Mi auguro che Renzi accolga questa proposta e sono certo che il PD ha solo da guadagnare”; “Caro Rossi, metta nero su bianco un programma politico e soprattutto s’impegni solennemente a rispettarlo… In tal caso la possibilità di ottenere il voto mio e quello di tanti altri esiste ed è addirittura elevata”; “Grande Rossi! Aspettavo da tempo questa tua disponibilità”.

Stasera tutti a Pontedera.




Riforma BCC, polemiche a parte


di Bancor

Con il DL del 14 febbraio la riforma delle banche di credito, è (quasi) ufficiale.

I punti salienti sono due:

1 - Le BCC, le ex Casse Rurali, devono aderire, pena la perdita della licenza bancaria, a un gruppo bancario cooperativo che avrà come capogruppo una SpA con capitale minimo di un miliardo, detenuta a maggioranza dalle BCC del gruppo. La capogruppo avrà direzione e coordinamento delle BCC in base a un “contratto di coesione”, che fisserà i propri poteri: più le singole BCC si dimostreranno “virtuose” (cioè solide, efficienti e trasparenti) più avranno autonomia.
2 - Le BCC che non vogliono aderire al gruppo potranno farlo se hanno un patrimonio di almeno 200 milioni, versando all’erario un’imposta del 20% delle riserve e trasformandosi in SPA ovvero, scindendo o cedendo l’attività bancaria a una SPA e mantenendo la natura di COOP
Le singole BCC rimangono banche di comunità a mutualità prevalente, con capitario e governance eletta dai soci.

Nel primo punto il decreto legge è uguale al progetto di auto riforma di Federcasse. Nel secondo la “way out” (la possibilità di affrancarsi dal gruppo) sta producendo un dibattito intenso, pieno di polemiche e retro pensieri.

Cerchiamo di capire i motivi.

In passato per una BCC trasformarsi in SPA era praticamente impossibile, dovendo restituire, ai fondi della cooperazione, le riserve accumulate con le agevolazioni fiscali previste per le coop.

Col decreto, invece, a una BCC con patrimonio di almeno 200 milioni basta pagare un’imposta, molto onerosa, per restare autonoma. Oggi superano questo limite una quindicina di banche cooperative, ma alla conclusione dei tanti processi di fusioni in corso, saranno molte di più.

La possibilità di uscire dalla cooperazione per le più grandi (spesso le migliori) apre una breccia in un sistema pieno di debolezze e non così compatto come raccontano le campagne pubblicitarie e le dichiarazioni dei vertici nazionali delle BCC.

Il mondo cooperativo, guidato da 25 anni dallo stesso Presidente nazionale, definisce la “way out” un “vulnus” che va contro l’obiettivo di rafforzare il sistema bancario, oggi frammentato e pieno di turbolenze; arrivando persino a definirla un attacco alla cooperazione in generale. Una polemica accesa che a molti sembra la difesa esasperata del gruppo di potere centrale, motivato a gestire il cambiamento incidendo il meno possibile sulle inefficienze e sulle debolezze attuali. Queste rappresentate, dalle strutture centrali, dalle tante società prodotto e dalle Federazioni regionali il cui ruolo futuro è nebuloso. Per non parlare delle troppe società che gestiscono l’informatica delle BCC; della storica autonomia delle coop bancarie del nord est e del network CABEL; della presenza nel sistema dei pagamenti della Cassa Centrale trentina accanto all’ICCREA (una delle poche banche italiane “significant” a vigilanza europea).

Mentre il dibattito si incendia su questioni giuridiche e dietrologie politiche, nulla si sa sul piano industriale, sugli oneri di strutture ridondanti e di personale costoso e in esubero (il costo per dipendente delle BCC è più alto della media del sistema bancario e la produttività più bassa per effetto del minor valore medio delle operazioni).

Il Presidente delle BCC a ottobre 2007 dichiarava: “Negli ultimi 12 anni sono state costituite 100 nuove banche locali; vi leggo una voglia di partecipazione civica, di protagonismo imprenditoriale e di una vitalità dei valori. La voglia di nuove banche non può essere di per sé sospetta, comunque negativa, soprattutto in certe aree”. Un disegno opposto a quello che lo stesso si propone (ora giustamente) di perseguire. Che valore dare alle affermazioni di chi fino a ieri festeggiava il proliferare di nuove BCC, la maggior parte delle quali già uscite dal mercato per inefficienze e irregolarità?

Mentre in altri paesi l’integrazione tra BCC procedeva più o meno velocemente in Italia, solo da poco si è avviata una stagione di fusioni sotto la “moral suasion” della Banca d’Italia, fattasi nell’ultimo triennio sempre più pressante.
Prima dell’invito del governo alle BCC di promuovere una auto riforma, dai vertici di Federcasse si continuava a sostenere che “piccolo è bello” e che alle BCC serviva solo un processo di aggregazione, gestito in autonomia, il cui obiettivo finale appena un anno fa era fissato in 250 BCC in luogo delle 400 allora esistenti.

Sembra poco credibile quindi che gli ispiratori della proliferazione delle BCC si propongano alla guida di un gruppo unico. Un gruppo a rilevanza sistemica, ispirato ai vari raggruppamenti cooperativi europei, compreso il più volte citato (anche dal Presidente Renzi) Credit Agricole, che è una SPA controllata dalle Casse regionali, indistinguibile per efficienza, produttività e governance dagli altri grandi conglomerati europei. Senza progetti industriali validi, chi ha gestito (spesso non bene) banche minuscole può proporsi alla guida del potenziale terzo gruppo bancario italiano?

Senza l’azione del Governo, probabilmente nulla sarebbe cambiato. Ricordo che già nella riforma delle Banche popolari, era previsto un provvedimento sulle BCC, accantonato per consentire l’elaborazione dell’auto riforma che oggi è (quasi) legge, ma con davanti due anni di tempo per la sua completa attuazione.

In questi due anni che accadrà? Vinceranno le spinte delle BCC volte a mantenere autonomia, strutture federative, società prodotto e poltrone o prevarrà la ricerca dell’efficienza con scelte (dolorose) di riduzione dei costi, compreso quello del lavoro?

Nell’incertezza bene ha fatto il Governo a prevedere una “way out” sebbene molto pesante e difficilmente attuabile. Almeno si introduce concorrenza, consentendo alle BCC migliori o più audaci di uscire dal sistema, magari aggregandosi fra loro. Tuttavia c’è da chiedersi quanto potranno sentirsi più tutelati i risparmiatori da banche costrette a “buttare dalla finestra” il 20% del loro patrimonio, in un periodo nel quale il patrimonio è tutto. Serviranno soci robusti e motivati a ricostituire almeno la parte di patrimonio oggetto di tassazione.

Anche nel mondo cooperativo solo i migliori e più efficienti potranno restare sul mercato. Per gli altri va preso atto che: “ Your business model is the problem”. Senza efficienza e senza competitività non si può fare banca orientata al profitto e neanche alla mutualità.

Le BCC dopo il 2008 hanno continuato a dar credito a famiglie e piccole imprese. Con ciò sostenendo l’economia, ma nel contempo entrando in crisi per le ingenti sofferenze accumulate e quindi per la riduzione dei loro patrimoni a tutela della solvibilità.

La riforma cambierà pure il rapporto delle BCC col territorio. Al maggiore accentramento decisionale si accompagnerà inevitabilmente una minore concorrenza, attenuando progressivamente l’attuale sovrapposizione di più BCC sulle stesse aree.

Siamo certi che ciò sarà un bene per tutti?

Potremo forzare le BCC più efficienti a condividere il destino con le più deboli?

O non sarebbe meglio far uscire dal mercato le BCC inefficienti prima della completa realizzazione della riforma?

Il tempo per un dibattito c’è ma non è lungo.




Europa: come cambiarla e rilanciarla


di Simone Siliani
- L’Europa politica è affacciata sul baratro della sua dissoluzione e in molti – attivamente scettici di ieri e di oggi – sono pronti a ballare sulla sua bara. Molti altri, delusi (non senza ragioni) e indifferenti, assistono inani allo spettacolo del suicidio della più audace e ambiziosa costruzione politica dell’età moderna. L’incoscienza regna sovrana, ma alla fine di questo tunnel oscuro non c’è, come qualcuno ingenuamente a sinistra spera, la fine di gruppi dirigenti inetti (che pure ci sono) e di politiche finanziarie e monetarie dimostratesi inadeguate a fronteggiare efficacemente crisi economiche e sociali prolungate come quella che ci attanaglia dal 2008. No, alla fine c’è il rischio concreto dello scatenarsi, senza più freni, degli spiriti animali del nazionalismo, dell’egoismo dei garantiti e finanche della xenofobia e del razzismo. La tolleranza imbarazzante dell’opinione pubblica, delle istituzioni e delle forze politiche e sociali verso regimi fascistoidi come quello di Orban nell’Ungheria europea (ma non sono da meno I leader “socialdemocratici” Robert Fico della Slovacchia o Milos Zeman della Repubblica Ceca, nonché la nazionalconservatrice polacca Beata Seydlo) che erige barriere di filo spinato contro i “dannati della terra” che fuggono dalle guerre che l’Europa non ha fatto niente per evitare e risolvere; la sospensione di alcune libertà come quella di movimento all’interno dello spazio europeo che di esso è costitutivo da parte di Stati membri dell’Unione; l’acquiescenza con la quale è stata accolta la legge danese (votata anche dai socialdemocratici!) con la quale lo Stato è autorizzato a sequestrare soldi oltre una certa cifra ai profughi richiedenti asilo che entrano sul suolo danese (pericolosamente simile alle requisizioni naziste nei riguardi degli ebrei nel secolo scorso); tutto questo ci dovrebbe ricordare della pericolosità dell’indifferenza. Per quanto delusi da molti tratti dell’integrazione europea, non possiamo permetterci il lusso di rinunciarvici. Tutti dovremmo fare qualcosa per preservarla prima, e cambiarla e rilanciarla poi.
Qualcosa ha fatto anche Regione Toscana nei giorni scorsi durante la seduta plenaria del Comitato delle Regioni, istituzione fra le meno valorizzate e definite nell’architettura istituzionale europea, ma niente affatto inutile. In primo luogo una interlocuzione con il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk sulla questione della sospensione del trattato di Schengen sulla libertà di movimento all’interno dei confini dell’Unione. Il Presidente Rossi ha motivato sul piano politico, dei principi e anche economico, come questa scelta di alcuni Stati membri sia inaccettabile, pericolosa per la credibilità delle istituzioni europee, dannosa per tutti gli Stati e soprattutto per cittadini e imprese europee. Se al Consiglio del 18 febbraio si parlerà solo di come evitare l’uscita dalla Gran Bretagna dall’Unione e non si metterà fine a questa anarchia e insana passione per i confini, l’Europa avrà compiuto un nuovo passo verso il baratro. Il timido Tusk ha preso, speriamo, buona nota dell’unanime posizione dei poteri locali europei su questo tema.

Nella foto: Enrico Rossi interviene al Comitato delle Regioni Europee

Nella foto: Enrico Rossi interviene al Comitato delle Regioni Europee

La seconda iniziativa è stato un parere, di cui Rossi è stato relatore per il Comitato delle Regioni, alla Raccomandazione del Consiglio europeo sull’inserimento dei disoccupati di lungo periodo nel mercato del lavoro. La posizione su cui Rossi ha catalizzato la stragrande maggioranza del Comitato delle Regioni (contrari solo 10 membri dei gruppi euroscettici) ruota attorno all’idea che la disoccupazione di lungo periodo, aggravatasi a causa della lunga crisi ancora in corso, debba diventare un problema europeo e non dei singoli Stati. Ciò significa che la Commissione Europea debba intervenire direttamente, con fondi del bilancio europeo, su questo problema. Se invece si limitasse, come propone il Consiglio europeo, a raccomandare ai singoli Stati di fare di più – seguendo specifiche indicazioni dell’Europa – per risolvere il problema della loro disoccupazione, allora il progetto sarebbe votato alla fallimento e le istituzioni europee perderebbero l’ennesima occasione per trovare una propria funzione e legittimazione. Infatti, gli Stati membri che registrano i maggiori tassi di disoccupazione, sono quelli che hanno subito più duramente i colpi della crisi economica e i cui servizi per il welfare e per l’occupazione sono più malconci e meno capaci di affrontare efficacemente un problema di più ampie dimensioni. Quella di Rossi è stata, dunque, una proposta europeista e non è irrilevante che le grandi “famiglie” politiche europee dei governi locali (socialisti, popolari, verdi, liberali) si siano trovate insieme su questa opzione. Così come è significativo che tutti abbiano concordato su l’altra proposta di Rossi, cioè quella secondo cui, laddove l’inserimento nel mercato del lavoro non sia riuscito, si debba dar via ad una misura universalistica di sostegno al reddito contro i rischi di marginalizzazione e povertà cui i disoccupati possono beneficiare, a fronte della disponibilità a svolgere lavori di pubblica utilità. Un’idea che unisce solidarietà e responsabilità, la prima della società verso gli individui più fragili, la seconda degli individui verso la società di riferimento, in particolare la comunità locale.
E’ vero, dal Comitato delle Regioni non si cambierà il destino d’Europa, ma è fondamentale che ciascuno dia il proprio contributo nei luoghi e nelle forme possibili per evitare che il sogno europeista si trasformi definitivamente in un incubo ed evaporando, ci faccia risvegliare una mattina in un continente percorso da nazionalismi pericolosi e distruttivi. Così, il giusto quanto tardivo contrasto alle politiche di austerità che sono state il leitmotiv delle istituzioni europee durante la lunga crisi economica, non può essere motivato dall’aspirazione a consentire deroghe per i singoli paesi e allargare il debito pubblico, bensì da un’idea di diversa e più integrata d’Europa che tutta insieme sia impegnata in uno sforzo eccezionale per sostenere le vittime prime della crisi (giovani senza lavoro e futuro, disoccupati, persone impoverite e spinte ai margini della società). Questo, che è la base per la pace e la convivenza in Europa, è il senso ultimo del processo di integrazione, non certamente quello di salvare banche e istituti finanziari (tutelando e premiando manager irresponsabili), blindare confini, ridurre la spesa sociale. Questo, infine, dovrebbe essere lo spirito che le forze progressiste, in primo luogo quelle socialdemocratiche, in Europa dovrebbero interpretare. C’è un grande campo da arare, faticosamente e tenacemente, a sinistra; un campo vasto, inclusivo, all’interno del quale occorre un’opera di dialogo e riconoscimento dell’importanza di sensibilità ed esperienze diverse, nonché di un minimo comune di coesione. Anche in questo campo le separazioni, le divisioni possono essere fatali e distruttive.




D&D – Debito e Draghi


di Bancor

- Inizio il commento di oggi dando alcuni numeri relativi a debito pubblico, PIL e altro. L’arco di tempo va dal novembre 2011 (inizio governo Monti) a oggi. Iniziamo.
A novembre 2011 il debito pubblico era di 1.890 miliardi. Dopo 4 anni, novembre 2015, è salito a 2.212 miliardi. Cioè di 320 miliardi, il 17% circa in più.
Il PIL del 2011 (rivalutato dopo le innovazioni nel sistema di calcolo) si attestava a 1638 miliardi. Da allora il PIL reale si è contratto (i primi tre anni di calo e il 2015 finalmente di crescita dello 0,8%) in presenza di una inflazione relativamente bassa. Una previsione a spanne del PIL 2015 (PIl del 2014: 1.614 miliardi, più 0,8% di crescita, più 0,3% di aumento dei prezzi) ci porta ad una cifra di 1.632 miliardi, molto vicina a quella del 2011.
In sintesi dopo 4 anni il PIL italiano resta più o meno uguale in termini monetari, il debito invece cresce di 320 miliardi (dato di novembre 2015).
Tutto ciò ha devastato il rapporto Debito Pubblico/PIL che è schizzato in 4 anni dal 116% al 135% circa (il minimo lo ha toccato, come noto, sotto il governo Prodi con un rapporto attorno al 100% considerando il PIL di allora rivalutato come sopra)
E’ lecito dire che dal 2011 ad oggi ci sia stata una politica di rigore nei nostri conti?
Per quanto nell’aumento di 320 miliardi abbiano giocato uscite straordinarie di vario genere (es. per impegni europei per prestiti e fondi salva stati, variazioni del saldo del conto di tesoreria, pagamento di debiti arretrati), 80 miliardi in più all’anno di debito (80×4=320) rappresentano al lordo il 4% circa di deficit per ciascuno dei 4 anni.
Non è poco, e non lo è ancor più se si considera che solo grazie alle politiche della BCE sotto la Presidenza del prof. Draghi il costo del debito è sceso, malgrado la crescita dello stesso, dal 5,5% del PIL a meno del 4% annuo.
Vediamo meglio questo dato, cioè il costo del debito pubblico, per capire quanto la politica “accomodante della BCE sia stata fondamentale per i conti pubblici italiani e anche per quelli privati dei cittadini.
A fine 2011 (con lo spread dei BTP a 10 anni, rispetto all’analogo Bund tedesco, alle stelle) il costo per fare nuovo debito a lungo termine era superiore al 6%; oggi, pur con lo spread risalito all’1,5%, lo stesso costo è appena dell’1,7%. Ancor più positivo il costo delle nuove emissioni di Titoli di Stato per le varie scadenze è sceso all’1%, un valore mai registrato nel nostro Paese.
In termini assoluti, grazie alle politiche BCE, la spesa per interessi (che ha toccato il massimo nel 2012 con 86,5 miliardi) scenderebbe, per il 2016, a 63,6 miliardi secondo le previsioni più recenti. 23 miliardi in meno rispetto al 2012 nonostante la grande crescita del debito. Se le cose continueranno così, l’ “effetto Draghi” costituirà per il nostro governo la migliore assicurazione per la sostenibilità del nostro debito pubblico.
Come per qualunque debitore la fiducia (ne abbiamo parlato a lungo per le banche in altri) è l’elemento fondamentale per il costo del debito. La Germania, ad esempio, oggi è in grado di collocare il proprio debito a 10 anni allo 0,2% contro l’1,7% dell’Italia: 1,5% in più o meno di costo su un debito di 2.200 miliardi significa 33 miliardi in meno di spesa e 33 miliardi in più da destinare alla riduzione del debito stesso e/o a politiche di stimolo dell’occupazione e degli investimenti (questi ultimi crollati, come noto del 30% dalla crisi post Lehman Brothers).
Anche per le imprese e le famiglie italiane che ricorrono al debito le cose sono migliorate. Secondo i dati della Banca d’Italia, i tassi sui nuovi prestiti da fine 2011 a oggi sono scesi per le famiglie (per acquisto di abitazioni) e per le imprese di oltre 200 punti base, attestandosi oggi sotto il 2%. Anche questo un minimo storico essenziale alla competitività delle nostre imprese ed anche al rilancio del mercato immobiliare attraverso i bassi tassi sui mutui.
Ho dato molti numeri, forse troppi.
Scusandomi per le inevitabili inesattezze (dovute sia ai dati presi qui e là sia a qualche elaborazione “casalinga”) credo però che emerga chiaramente quanto sia importante – per un paese con un alto debito come il nostro – presentarsi credibile di fronte a chi investe i propri denari per finanziarlo.
Utilizzando la spesa pubblica per finanziare gli investimenti e stimolare la crescita dell’occupazione, essenziali per la crescita del PIL che è mancata in questi anni, e tuttavia mantenendo la reputazione di buon pagatore. Senza una buona reputazione sui mercati, senza una prospettiva credibile di rientro virtuoso, in tempi ragionevoli, verso le medie europee del nostro rapporto debito/PIL neanche l’azione di “SuperMario” (Draghi ovviamente) potrà bastare.
Le istituzioni europee dovranno adottare scelte importanti per rafforzare la solidità e l’irreversibilità della moneta comune. A muovere la speculazione sugli spread è solo la possibilità ancorché remota di uscite di singoli stati dall’euro. Per fermarla non basta la politica monetaria, neanche con i tassi negativi.
Iniezioni di fiducia importanti verrebbero dalla garanzia europea sui depositi, in aggiunta a quella dei fondi nazionali. In questi giorni si riparla dell’introduzione degli eurobond, insieme alla proposta di rafforzamento dei poteri centrali con un “superministro” dell’economia europeo.
L’esperienza di questo inizio anno dell’entrata in vigore del “bail-in” nella soluzione delle crisi bancarie ha avuto un effetto devastante sulle banche europee. Un ripensamento per un approccio graduale verso tale innovazione così deflagrante sarebbe essenziale. La chiede il nostro governo, ma pure la Germania avverte i rischi sistemici della Deutsche Bank a causa dell’enorme posizione in derivati della stessa.




BRUXELLES: PASSA LA LINEA ROSSI SUI DISOCCUPATI


Bruxelles- Solo dieci voti contrari. L’assemblea plenaria del Comitato delle Regioni Europee approva. Di fatto l’unanimità. Per una “raccomandazione” all’Unione Europea di cui, a nome del Comitato, Enrico Rossi, il presidente della Toscana, si è fatto interprete e ci ha lavorato intensamente. Con uno scopo dichiarato : la disoccupazione diventi materia europea.
Il documento illustrato dal presidente toscano  (alla fine dell’articolo il video del suo intervento) impegna l’Unione Europea a trovare soldi per contrastare la disoccupazione di lungo periodo. In Europa su 12 milioni di cittadini disoccupati, oltre la meta’ sono disoccupati da oltre un anno. E’ una situazione che se non affrontata rischia di generare, dice Rossi, “marginalita’ sociale se non addirittura di poverta’ assoluta”.

Attualmente l’Europa mantiene a totale carico dei singoli Paesi l’intero onere del potenziamento e riorganizzazione dei Servizi per l’Impiego. Serve un cambiamento, una svolta. “Solo un’azione a livello comunitario – è il parere di Rossi – puo’ consentire un effettivo rafforzamento delle capacita’ dei Paesi membri piu’ colpiti dalla crisi”. La Raccomandazione sull’inserimento nel mercato del lavoro i disoccupati di lungo periodo cosi’ com’e’ e’ poco incisiva. Rossi chiede di distinguere le esigenze piu’ strutturali della disoccupazione rispetto alle quali ogni paese potrebbe operare con risorse proprie o con i propri fondi strutturali (Fse), da quelle determinate da picchi di disoccupazione generati da crisi lunghe e profonde come quella attuale. Quando poi verra’ introdotta la tassa sulle transazioni finanziarie (la Tobin Tax generalizzata in Europa), questa, osserva il Presidente toscano, “potrebbe essere usata per finanziare interventi” a sostegno dei disoccupati di lungo periodo.
Rossi, su Facebook, riassume la giornata di ieri e il senso della battaglia portata avanti: “Contro l’austerità al fianco dei lavoratori. Un’Europa sociale e vicina ai lavoratori sarà quella che si farà carico dei lavoratori che stanno pagando il costo di una crisi che non hanno creato”.

La disoccupazione, dopo il via libera di ieri, diventa, quindi, un tema europeo e riguarda milioni di cittadini rimasti senza lavoro, di cui piu’ della meta’ da oltre un anno e va affrontata con strumenti e azioni comuni. Nella pratica, si sdogana l’idea di uffici dell’impiego con standard comuni e di un sussidio europeo al reddito per quanti rimangono a lungo fuori dal mercato del lavoro. “L’Europa che vogliamo – spiega Rossi – e’ anche un’Europa sociale, che si occupa dei cittadini, dei ceti piu’ deboli, utile anche a contrastare la deriva dell’Europa dei regolamenti, dello zero virgola, che poi nasce soprattutto dal deficit politico”. Sarà decisiva la funzione dei centri per l’impiego. “E’ evidente – osserva – che ci sono enormi differenze fra i Paesi, per cui c’è la necessita’ di azioni comuni, politiche attive di reinserimento, utilizzando fondi europei”.

In concreto, “chiediamo – spiega Rossi – che i disoccupati si impegnino con un patto ad effettuare lavori di pubblica utilita’ e a seguire corsi di formazione”. Se non fosse possibile il reinserimento sul mercato del lavoro, si pensa a forme di sostegno del reddito: “Non si tratta di assistenzialismo, ma – osserva- di valorizzare le risorse umane, il lavoro, fondamentale anche per la ripresa nel nostro
Continente”.

Rossi indica anche una scadenza: prevedere che le misure proposte possano essere valutate all’interno della prossima revisione del quadro finanziario 2014-2020, perché, dice, “in gioco ci sono questioni sociali importanti e il ruolo dell’Unione Europea su questi temi”.




Banche e Borse. E’ crisi?


di Bancor
- La crisi delle banche e delle borse di questo inizio anno ha indotto qualche commentatore ad un parallelo con la situazione che condusse alla caduta del governo Berlusconi a fine 2011.
Ma è oggi possibile il ripetersi di quello scenario? Salvo improvvisi shock mondiali lo ritengo improbabile. Diverse nubi si avvicinano sulla nostra economia, ma a differenza di allora abbiamo diverse armi di difesa.
Le stime sulla crescita del Pil 2106, dell’occupazione e dell’inflazione sono inferiori alle attese, nonostante il job acts e le altre misure governative di stimolo. Anche che il rinvio dell’esame della Commissione europea della richiesta di flessibilità rispetto agli obiettivi di finanza pubblica non gioca a favore.
Sul fronte bancario l’accordo al ribasso per la garanzia statale sulle sofferenze bancarie e le proposte, di ponderazione dei titoli di Stato dei paesi a rischio detenuti dalle banche non aiutano il sistema bancario. Parimenti, le idee di una sorta di “bail–in”, negli interventi del “fondo salva stati”. Cioè il congelamento degli interessi e del rimborso dei titoli dello Stato che chiede l’aiuto europeo sono alla base del rialzo dello spread tra BTP decennale e Bund tedesco che, in poche sedute, è salito dai 100 punti base (1%), cui ancorato da molti mesi, a 140 (1,40%).
Tuttavia, da qui ad uno scenario simile a quello che condusse al governo tecnico del prof. Monti, ce ne corre molto.
L’indice Mib, ieri alle 14 sotto quota 16.000, oggi si sta riportando verso quota 17.000. Un rimbalzo che potrà consolidarsi se, ad esempio, nei provvedimenti governativi in arrivo sulle banche ci saranno (come sembra) norme che consentano l’esodo incentivato del personale delle banche interessate a fusioni e migliori condizioni di cessione dei crediti in sofferenza, anche rendendo più veloci le procedure giudiziarie di recupero crediti.
Il calo delle Borse da inizio anno si verifica nonostante le misure monetarie che hanno inondato i mercati di moneta a costo zero. Parlo del Quantitative easing della BCE e della dichiarazione di Draghi nel 2012: faremo tutto ciò che serve, “whatever it takes”, ribadita dagli annunci recenti di una ancor più intensa “politica accomodante” per garantire al sistema liquidità e bassi tassi.
A scatenare la speculazione innanzitutto la difficoltà delle banche europee (non solo le italiane) ad assorbire l’impatto del “bail–in” e delle regole di capitale imposte dalle autorità di controllo europee. Poi gli effetti a lungo termine della crisi cinese e della crescita europea inferiore alle attese.
In questo quadro, è curioso che le misure più negative verso le banche italiane (direttive sul bail-in; proposte di ponderazione dei titoli di stato dei paesi periferici, etc.) siano state approvate anche dai nostri rappresentanti in Europa, quasi certamente ignari del loro effetto deflagrante.
Ciò dimostra pure (oltre all’errore di voler applicare a tutti i costi regole nate all’interno di gruppi di studio preparati ma poco consapevoli degli effetti di queste su mercati, banche e risparmiatori) quanto sbagliata sia stata finora la selezione della classe politica e della burocrazia statale che rappresenta l’Italia in Europa. Persone scelte con criteri discutibili si sono dimostrati poco idonei a rappresentare l’Italia a Bruxelles, Strasburgo e Francoforte.
Va invertita la rotta iniziando a mandare in Europa elementi competenti, che conoscano diritto, economia e lingue (l’on Calenda ambasciatore è un buon inizio). Disposti a vivere gran parte dell’anno (compresi i weekend perché è in quei giorni che si consolidano i rapporti) nelle sedi delle istituzioni europee.
Rispetto a quattro anni fa possiamo contare innanzitutto sull’esperienza fatta in questi lunghi anni di crisi post 2008. Innanzitutto la maggiore risolutezza nel contrasto degli elementi di crisi. Ma anche l’aver messo sotto vigilanza comune le 120 banche europee che rappresentano l’85% del credito erogato nell’area è un elemento di stabilizzazione. Infatti le banche europee, in questi anni hanno molto rafforzato i loro patrimoni per pagare i costi della crisi fatti di svalutazione dei crediti deteriorati, delle partecipazioni acquisite, degli avviamenti e delle perdite su derivati.
Saranno forse inevitabili interventi di tagli e tassi volti a mettere in sicurezza i conti pubblici nostri e degli altri paesi in difficoltà dell’Unione monetaria.
In positivo però cresce la volontà di mettere in sicurezza le banche dell’Unione con una garanzia europea sui depositi e forse con un rinvio o attenuazione delle regole sul “bail–in”. Anche la previsione di un Ministro dell’economia europeo con ampi poteri e risorse, e perché no anche di uno con un budget per lo Sviluppo economico, gioca a favore del passaggio dall’unione monetaria a quella politica.
Tutto ciò che rafforza l’indissolubilità dell’euro come moneta unica, va a minimizzare gli spread tra i titoli emessi dagli stati forti rispetto a quelli periferici, andando a tutto vantaggio della spesa pubblica di questi ultimi per pagare il costo del debito.
Più Europa è quindi la migliore assicurazione contro i rischi di instabilità anche del nostro governo, a patto ovviamente che non esageri con flessibilità non dovute.




L'Europa geopolitica


di Alfonso Musci 

- In Europa il risiko delle posizioni si articola dando vita a una geografia politica che merita un tentativo classificatorio. Partiamo dalla fine. I banchieri centrali di Francia e Germania (introdotti in Italia da Mario Draghi e Giorgio Napolitano) possono considerarsi i rappresentati di un illuminismo franco tedesco, una posizione europeistica pura che punta a consolidare la “cooperazione rafforzata” additando nelle tentazioni nazionalistiche il male oscuro che starebbe minando le basi politiche e civili dell’Europa. La via d’uscita di questi tecnocrati illuminati potrebbe essere l’istituzione di un ministro europeo del tesoro (con contestuale cessione di sovranità) o un commissariamento di fatto delle politiche di bilancio nazionale. Sono due proposte lucide e astratte che non calcolano il costo politico intermedio di un’Europa impaurita e rimbozzolita negli idola romantici della terra e del sangue.

Gli altri attori di questa Europa sono i populisti. Quella di populista di per sé è una classificazione neutrale, non è un giudizio di valore ma è la condizione di quel leader politico che rappresenta il conflitto come opposizione tra alto e basso e che stringe alleanze con il popolo contro le élites, responsabili di decisioni impopolari e antidemocratiche. Questo tipo di populismo in Europa è crescente e si diffonde in modo proporzionale all’incapacità degli ordinamenti dello Stato Nazione di ammodernarsi e adeguarsi alle nuove forme della sovranità e alla indifferenza di queste nuove forme di sovranità verso gli effetti sociali di questo processo e di questo ritardo. Il populista considera la tecnocrazia e la troika un processo senza popolo, capace di generare austerità e impoverimento. Il populista non espone pubblicamente questa teoria del conflitto ma la incarna e la crea.

Entrando nel merito, il populista può essere di destra o di sinistra. Convenzionalmente, populismo di sinistra può considerarsi quello di Podemos o di Syriza, populismo di destra quello dell’ungherese Fidesz o del polacco PiS. Si tratta di partiti e movimenti ultranazionalisti ed euroscettici che alzano muri e avvelenano i pozzi del dissenso europeo con la paura e la xenofobia. Gli esiti di entrambi i populismi sono però analoghi e tendono a indebolire la federazione europea e subordinano l’interesse comune europeo alla congiuntura elettorale interna. I populisti di sinistra sono sovranisti tanto quanto quelli di destra e sono gli eredi di un positivismo giuridico di ordine medievale che può essere riassunto dal principio di una “libertas” di tipo municipale, intesa come assenza di imposizioni e vincoli esterni.
Una terza posizione, più teorica delle altre, è quella della destra tedesca, prevalentemente bavarese, un tipico germanesimo che ispira un’idea d’Europa come “kern” o nucleo duro, esclusivo e eletto. La proposta di questo nucleo ristretto non a caso è una minischengen che finirebbe per far crollare l’architettura comunitaria, con danni irreparabili per la società e per l’economia.
Il nostro premier è un frutto misterioso, capace di svolazzare su tutte queste posizioni e contaminarsi con esse col massimo dell’eclettismo. Non c’è dubbio, però, che il suo orizzonte privilegiato in questa fase è quello di un sovranismo o populismo progressista, mite, flessibile e calcolato, con evidenti vantaggi congiunturali per il governo e per la maggioranza che lo esprime, ma non di meno minaccioso per la coesione europea.
Una via media, percorribile ad esempio da parte delle forze del socialismo riformista, potrebbe essere quella di un’integrazione tra la posizione illuminata dei tecnocrati bancari e quella dei populisti di sinistra, auspicabile anche per dare accesso a questi ultimi all’area di governo centrale dell’Unione. I mediatori di questo processo dovrebbero essere i socialisti europei.
Per concludere questa rapida rassegna si tengano a mente le recenti parole di Napolitano. Nella sua apparente solitudine egli rappresenta ancora oggi l’ideale di una integrazione tra popolo ed élites nel nome di un europeismo classico e razionale. I passaggi salienti del suo ultimo discorso sono i seguenti: 1) “L’errore sarebbe, come sinistra, restare impigliati nella dimensione nazionale”. 2) “Mi sembra che la Cancelliera abbia compiuto un passo di straordinario valore politico con la sua apertura ai richiedenti asilo e che da allora non abbia fatto sostanziali passi indietro”. 3) “Assecondare gli impulsi e le paure collettive scivolando nel populismo è un rischio da cui guardarsi sempre” (dall’intervista a Giorgio Napolitano di Stefano Folli per Repubblica: 8/2/2016 ).



La barriera Europa


di Simone Siliani

- L’opinione pubblica europea e i loro partiti, a partire da quelli italiani, assistono indifferenti  – intenti piuttosto alle proprie schermaglie o equilibri interni – al disfacimento dell’Europa e delle sue istituzioni. Mai come in questo momento tale esito appare concretamente alle viste, neppure durante il travagliato iter di ratifica del Trattato di Lisbona fra il primo referendum irlandese con esito negativo del giugno 2008 e lo slittamento della sua entrata in vigore nel 2009. Cittadini e politica non sembrano essersi resi conto di quanto disastroso sarebbero le conseguenze di questo fallimento che lascerebbe molti paesi europei in balia di movimenti reazionari, xenofobi ed isolazionisti: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, ma non ne sarebbe esente neppure la Francia, alcuni paesi del nord Europa, Romania, Bulgaria e i Baltici. A mio avviso, in questo fosco orizzonte non emergerebbe una sorta di Internazionale dell’egoismo che pure la Lega di Salvini ha tentato di evocare e convocare, bensì una crescita di conflittualità fra i singoli paesi che nessuna istituzione sovranazionale sarà più in grado di gestire e meno che mai ricondurre a ragione. Di fronte a questo possibile esito, anche il legittimo euroscetticismo di sinistra, cresciuto negli ultimi due anni in partiti e movimenti politici di sinistra in molti paesi (Grecia, Spagna, Italia) dovrebbe riflettere e mettere le proprie forse al servizio di un progetto di più forte integrazione europea, fondata su politiche e idee diverse da quelle fallimentari che l’hanno fin qui governata.

Sì, perché occorre preliminarmente prendere atto seriamente e senza sconti, del disastro delle politiche europee di questi anni di crisi economica, dell’inettitudine delle classi politiche che le hanno interpretate e della debolezza strutturale delle istituzioni in cui si è manifestata l’Europa stessa.

Infatti, inizia a farsi strada nell’opinione pubblica, in alcuni governi (come in quello italiano), fra i partiti politici (il Partito Socialista Europeo) la consapevolezza che le politiche di austerità sono state la peggiore risposta che si poteva dare alla crisi innescata dalla bolla finanziaria americana nel 2008 e trasformatasi in una crisi economica e sociale in Europa nel 2011. Thomas Piketty dice, non senza buone ragioni, che sono state proprio queste politiche indirizzate solo a contenere rapidamente i deficit pubblici fra il 2011 e il 2013 ad aver strozzato le possibilità di ripresa europea, mentre l’economia americana recuperava le perdite registrate durante la crisi (v. A New Deal for Europe”, in the New York Review of Books, febbraio 2016). Occorre ricordare che i socialdemocratici tedeschi e, in buona parte, i socialisti francesi sono ancora oggi sostenitori di queste politiche. In ogni caso gli interpreti delle politiche del rigore sono largamente responsabili del fallimento delle politiche economiche europee. Che peraltro hanno mancato di creare gli strumenti essenziali per ridurre l’impatto della crisi, come misure adeguate per fronteggiare la disoccupazione e per interventi di protezione sociale che non fossero in capo ai singoli Stati (i cui bilanci intanto venivano vincolati e ridotti a causa del Patto di Stabilità e Crescita, peraltro maggiormente negli Stati più indebitati che erano quelli in cui più forte è stato l’impatto sociale delle crisi e che, dunque, avrebbero avuto bisogno di questi strumenti), bensì affidati a fondi e strumenti Europei. Analogamente hanno tardato colpevolmente a dotarsi di strumenti per fronteggiare il manifestarsi di altri shock finanziari. E quando l’hanno fatto (con il Bail in) hanno introdotto forme di protezione che responsabilizzano, in caso forzoso di liquidazione di una banca, obbligazionisti e correntisti (oltre una certa soglia) ma non hanno istituito una garanzia comune europea sui depositi per evitare che una crisi locale ingeneri effetti a catena su un sistema più ampio (come avvenuto in Grecia la scorsa estate). Certo, è valso in questo caso l’egoismo della Germania che, una volta garantire le proprie banche molto esposte verso i paesi PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), temono che l’eccessiva dipendenza dei capitali delle banche dal debito pubblico di Stati come l’Italia possa creare crisi cui un ipotetico fondo comune europeo (evidentemente alimentato in misura sostanziale dalla Germania e altri paesi con economie più solide) dovrebbe far fronte. Ma questo egoismo blocca la crescita dell’intera Europa e rischia di innescare altre crisi.

L’Europa, poi, rischia di naufragare drammaticamente insieme ai profughi del Medio Oriente che si rifiuta, tutta insieme, di salvare e accogliere. L’inettitudine delle classi politiche europee, di destra e di sinistra, sta impedendo che si faccia la sola cosa ragionevole da fare: che l’Europa in quanto tale, con risorse europee, definisca la strategia, organizzi le strutture per creare dei corridoi umanitari sicuri che consentano ai profughi siriani (il cui numero cresce esponenzialmente in queste ore a causa dell’offensiva russo-siriana, della “melina” del governo turco le cui frontiere restano chiuse nonostante i 3 miliardi di euro di aiuti garantiti dall’Europa) di giungere sani e salvi in Europa e di essere accolti in tutti i paesi europei secondo quote prestabilite. Ne ha parlato, giustamente, Francesco Giavazzi sul Corriere della  Sera (Le cose che bisogna fare per salvare l’Europa), concependo i rifugiati come un’occasione e non solo come un problema, anche per sviluppare gli embrioni di alcuni elementi fondamentali per un’Unione più integrata: forze di sicurezza, bilancio e solidarietà.

Ma le classi politiche europee si rivelano affette da nanismo di fronte a questi problemi e possiamo star pur certi che nel Consiglio d’Europa del 18-19 febbraio prossimi dimostreranno la stessa indecisione ed egoismo che fino ad ora ha fatto fallire (a parte le foto di rito e il gossip di contorno) i summit precedenti. Se ciò accadrà intorno ai due temi all’ordine del giorno – il referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea e la questione migranti – l’Europa avrà fatto un ulteriore, forse decisivo, passo verso il baratro. Se il Consiglio europeo finirà con un nulla di fatto su questi due temi, si darà la stura a tutti gli isolazionismi nazionali, gli egoismi e le pulsioni xenofobe che stanno crescendo in seno all’Europa. Se se ne andasse la Gran Bretagna o se ad essa fossero concesse ulteriori condizioni  di privilegio, allora perché non alla Polonia, all’Ungheria, o alla Finlandia? Se il Consiglio europeo non avrà la forza di imporre una strategia comune nell’accoglienza ai profughi aiutando seriamente Grecia, Italia, Malta e altri Stati membri di confine ma, viceversa consentendo la sospensione di Shengen, chi e cosa potrà fermare Slovenia, Austria, Bulgaria, Ungheria dall’erigere altre barriere? Ma così l’Unione sarà finita, come ha detto Renzi a Ventotene qualche settimana fa.