2015, FINE DELLA CRISI. E ROSSI RILANCIA

2015, FINE DELLA CRISI. E ROSSI RILANCIA

Firenze – Si fanno ampie citazioni di Dante nella relazione introduttiva del rapporto Irpet dell’economia toscana, all’Auditorium di Sant’Appollonia: da quando s’era “smarrita la dritta via” a “tornammo fuori a rivedere le stelle”.
Per dire, alla fine, che la Toscana è andata molto meglio di tutte le altre regioni italiane ( al primo posto c’è il Friuli, ma il paragone non regge con la Toscana). Il Pil è rimasto sui livelli del 2013 (+ 0.1%), mentre quello italiano è diminuito dello 0.3%. Per dire che il 2015 dovrebbe segnare la definitiva uscita dalla crisi con una crescita che l’Irpet stima dell’1.1%, ancora una volta superiore a quella italiana. E, altra previsione, se gli elementi di incertezza ancora presenti nello scenario nazionale ed internazionale si sciogliessero, dicono gli economisti dell’Irpet, sarebbe possibile una crescita addirittura dell’1,7%. Per dire anche che è davvero da rimarcare il dato sulle esportazioni: dal 2008 ad oggi la crescita è stata del 23%. E se si tenesse conto anche delle esportazioni dell’oro, la crescita sarebbe ancora più alta. Si tratta di una crescita non solo superiore a quella di tutte le altre regioni italiane che esportano, ma superiore anche a quella di paesi come la Germania, come la Francia.

Basta tutto questo, si chiede il presidente toscano Enrico Rossi, per farci dire che siamo tornati “fuori a rivedere le stelle”?
“Siamo soddisfatti, ma non basta”, aggiunge subito dopo. E Rossi lancia un vero e propio manifesto di un governo, regionale e nazionale, che dice cose di sinistra. E lo fa chiamando alle proprie responsabilità, il Governo italiano, l’Europa, il Pse, gli imprenditori e i sindacati: “Ora è indispensabile rilanciare gli investimenti pubblici e in Europa e in Italia occorrono migliaia di miliardi; serve un patto con imprenditori e sindacati per il lavoro; è necessario superare le rigidità prodotte dalla legge Fornero; urge un salario minimo per la disoccupazione; va combattuta la precarietà; ci vuole pace sociale perché con le tensioni e il rancore non si va da nessuna parte”.

Quello che non va, nell’economia toscana e nazionale, è sul versante interno. Secondo il direttore dell’Irpet Stefano Casini Benvenuti, i problemi ancora aperti sono attribuibili al crollo della domanda interna per i consumi e per gli investimenti. E la causa di tutto questo, in larga misura, sono le politiche di austerity imposte dall’Europa.

I consumi non sono ripresi e sono crollati gli investimenti, con una ricaduta sulla produzione dei beni, visto che la domanda di servizi è rimasta sostanzialmente ferma.

“I dati ci dicono – sottolinea Rossi – che siamo andati meglio degli altri, meglio delle regioni come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna, che tradizionalmente venivano indicate come le locomotive d’Italia, siamo andati meglio anche dei land della Germania”. “Questo significa – insiste – che il nostro manifatturiero è stato capace di reagire meglio degli altri alla crisi, merito di quegli imprenditori che hanno saputo investire e dei lavoratori che hanno fatto sacrifici in questi anni durissimi. Merito di quei distretti industriali – ribadisce – che qualche anno fa in molti davano per decotti, e che noi abbiamo difeso prendendoci anche le accuse di essere un veteroindustrialista. Ma se l’export della Toscana, ed export significa manifatturiero – fa notare Rossi – ci ha permesso di resistere meglio all’inferno della crisi, questo conferma quello che abbiamo sempre sostenuto come Regione, ossia la centralità del lavoro.”

L’occupazione, stando ai dati attuali che coprono i primi tre trimestri del 2014, sarebbe dimininuita dell’1,7% rispetto all’inizio della crisi nel 20018, ma il dato potrebbe essere addirittura migliore se riferito a tutto il 2014 ( le stiem preliminari parlano di un -0,7%).

Oltre ai lavoratori autonomi, i giovani rimangono la categoria più svantaggiata: il 26% di quanti nel 2009 cercavano lavoro (e sono 106 mila) non è riuscito a trovarlo.

E Rossi riprende la citazione dantesca con la quale l’Irpet aveva aperto la mattinata: ebbene, risponde, quell’«amor che move il sole e l’altre stelle», altro non è che il lavoro”.
“Non basta – osserva – una crescita dello zero virgola, o anche dell’uno-virgola per dire che siamo usciti dall’inferno della crisi, e che siamo «usciti a riveder le stelle». Certo, se le cose fossero andate male – sottolinea – tutti sarebbero stati pronti ad addossarne le colpe alla Regione; visto che siamo i migliori in Italia, perché il Trentino non fa testo grazie al regime agevolato di cui gode, questo significa che anche il nostro governo è stato migliore che altrove, comunque è certo che non ci siamo messi di traverso.”

E il presidente ricorda alcuni degli interventi fatti e quelli programmati: “Piombino, Livorno, gli investimenti nelle infrastrutture, la riforma della formazione, volta a garantire più efficacia agli interventi, la riforma della sanità, anch’essa volta a ottimizzare le risorse.”

Ma servono interventi forti del Governo nazionale e soprattutto dell’Europa. “Il piano Junker, così come è, rappresenta una piuma. Si parla di 300 miliardi in tre anni, per tutta l’Europa, in Italia arriverebbero 40 miliardi, la stessa somma, all’incirca, ci ricorda l’Irpet persa in Toscana per gli investimenti dall’Inizio della crisi”.
Occorre, per Rossi, un piano straordinario, che rilanci gli investimenti pubblici per migliaia di miliardi, che assomigli a quel piano Marshall che permise la ricostruzione del dopoguerra”.

“Se Draghi con il suo piano ci dà una mano per gli investimenti privati – continua Rossi – occorre che l’Europa vari un piano di migliaia di miliardi per sostenere gli investimenti pubblici, per dare una svolta in senso keynesiano alle politiche, come dice l’Irpet. E ricordo che Prodi aveva formulato una proposta in questo senso, basandosi sulle riserve auree dei singoli Stati.”

E’ una questione di scelte politiche. “Renzi si è già speso molto su questo – dice – anche Tsipras, ma occorre una mobilitazione più ampia perché è una questione di tenuta futura della democrazia.”

In Italia due sono le ricette fondamentali: il lavoro e la pace sociale. “Con il Jobs Act – dice Rossi – alcune cose si sono fatte, nonostante non ne condivida alcuni aspetti, ma si tenta di superare la precarietà. Negli ultimi anni l’85% dei nuovi rapporti di lavoro erano precari e solo il 15% a tempo indeterminato, ora, quando parlo con i giovani, mi sento rispondere che un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, è qualcosa su cui vale la pena di giocarsela.”

Ma non basta il jobs act. “Bisogna superare la Fornero – sottolinea Rossi – che è servita in un certo momento storico, ma ha introdotto troppe rigidità e soprattutto bisogna prevedere un reddito minimo di cittadinanza a chi perde il lavoro, consentendogli di passare con più serenità da un lavoro ad un altro. Se la flessibilità non è un male – ribadisce – lo è la precarietà”.

Ultino capitolo di un governo di sinistra, la pace sociale. Del reddito di cittadinanza Rossi aveva già parlato altre volte. Ora aggiunge un altro capitolo al suo programma. “Ci vuole un patto con gli imprenditori e i sindacati, che riprenda quel rapporto che si è sfilacciato con il Governo, perché con il rancore non si va da nessuna parte. Credo che la discesa dello spread a livelli mai così bassi, quindi il minore debito pubblico, credo che le risorse liberate dal prezzo del petrolio più basso – conclude – possano dare al Governo le risorse per andare in questa direzione”. Solo così si può riaffermare quanto scritto nel primo articolo della Costituzione: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

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